27/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Per i ruandesi accusati di genocidio suicidio o fuga in Burundi
scritto per noi da
Gianluca Ursini 
 
un'udienza di una corte gacacaUn prato verde, una collina. Decine di persone sono disposte in semicerchio ad ascoltare la confessione resa da un uomo a un gruppo di anziani; il contraddittorio è breve, non ci sono avvocati a mediare tra le parti. Solo i testimoni sono chiamati a confermare le accuse rivolte dagli anziani all’uomo che resta in piedi, solo, al centro del semicerchio di folla.
Nel ‘Paese delle mille colline’ sono al momento oltre 11mila i tribunali Gacaca (pronuncia: ‘Gaciacia’) incaricati di esaminare oltre 85mila casi di abusi, espropriazioni e omicidi perpetrati nei cento giorni di follia del genocidio che nell’estate 1994 ha portato la morte per quasi un milione di Tutsi e Hutu dissenzienti, per mano dei miliziani delle brigate Hutu ‘Interahamwe’.
Contrariamente alla giustizia ordinaria – quasi un migliaio le pene capitali già comminate per genocidio, ma poste in moratoria - la giuria di un Gacaca non può emettere sentenza di morte: il carcere a vita è la pena massima.
Il Rwanda ha dal 1996 una legge sul crimine di genocidio, e queste corti locali giudicano solo i crimini catalogati alle categorie 2, 3 e 4; ossia omicidi intenzionali, aggressioni e crimini contro la proprietà, mentre i Tribunali speciali per i reati di genocidio giudicano chi è accusato di aver “pianificato, istigato e organizzato la violenza genocida”.
 
Morti sull’erba. Ma le prime vittime dei ‘tribunali sull’erba’ (Gacaca vuol dire ‘prato d’erba’ in lingua Kinyarwanda) sono già arrivate. L’amministrazione delle giurisdizioni Gacaca (Snjg) ha riconosciuto lunedì che già 37 persone, da gennaio, si sono tolte la vita dopo il giudizio dei tribunali popolari. “Si sono suicidati a pochi giorni dalle udienze - ha detto Augustin Nkusi, capo Segreteria Snjg - Erano stati accusati di essere genocidi, e se ne può desumere che si siano uccisi per il senso di colpa”. Un sistema che crea forse più problemi di quanti ne volesse risolvere.
 
il pubblico assiste a una gacacaGiustizia negata. I circa 260mila cittadini “di comprovata onestà e buona condotta” selezionati come giudici nel marzo 2001 dal governo di Kigali in base alla legge del gennaio precedente hanno iniziato in marzo le prime udienze. Hanno un compito immane: in Rwanda si trovano ancora 90mila persone in attesa di giudizio per i fatti del 1994, di cui 12mila in libertà provvisoria. I tribunali ordinari erano finora riusciti a portare a termine solo 8mila processi. Secondo l’associazione per i diritti umani ‘Liprodhor’ (Ligue Ruandaise pour la Promotion et la Défense des Droits de l’homme) senza le ‘corti sull’erba’ servirebbero altri 150 anni per giudicare i casi rimasti. “Ritardare la giustizia equivale a negarla”, ha detto il presidente Liprodhor Emmanuel Nsengiyumwa. “Nessun sistema giudiziario al mondo avrebbe potuto portare a termine questo compito”, ha detto a Peacereporter Caroline Stienier di ‘Avocat sans frontiéres’, “non esistono purtroppo alternative al sistema Gacaca”.
 
Dai furti di bestiame al genocidio. Tradizionalmente, i Gacaca erano una istituzione paternalista, in cui i capifamiglia del villaggio si riunivano in cima alla colline per dirimere contese tra singole famiglie sui confini dei terreni o presunti furti di bestiame. Mai crimini cruenti. Il colonialismo belga li aveva soppressi. Dopo l’indipendenza erano divenute il foro per risolvere controversie tra vicini, o dispute minute, un po’ come i giudici di pace in Italia. Adesso dovrebbero ricucire la ferita del maggiore genocidio mai perpetrato nel continente africano. Secondo associazioni per la difesa dei diritti umani quali ‘Amnesty International’ o ‘Avocat sans frontières’ (Asf), non hanno mezzi adeguati.Un rapporto di Amnesty accusa i ‘Gacaca’ di non “mantenere gli standard minimi internazionali per un processo equo”. Gli accusati non hanno l’assistenza di un avvocato, non esiste una figura di pubblica accusa, come il procuratore, che raccolga imparzialmente le accuse, e ai magistrati non è stata fornita uadeguata preparazione giuridica, denuncia ‘Asf’. “Noi stiamo offrendo i nostri servizi per i tribunali ‘sull’erba’- spiega Steinier di Asf - fornendo formazione giuridica ai giudici e monitorando i processi; il nostro impegno sarà per cercare d’ottenere dei giudizi equi per quanto possibile”.
 
mappa dei principali massacri avvenuti nel 1994In fuga dalla riconciliazione. Secondo il Governo di Paul Kagame, i tribunali locali dovrebbero favorire “perdono e riconciliazione nazionale”, Ma per ora hanno solo impaurito i potenziali incriminati, convincendoli a scappare. All’inizio di marzo, l’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr) aveva censito 7mila ruandesi in fuga nel confinante Burundi. Ma un accordo tra i due Paesi ha portato il 14 giugno scorso alla decisione di rimpatriare a forza 5mila tra essi, definiti dai Burundesi come “immigranti illegali”. L’Unhcr ha denunciato casi di violenza da parte della polizia burundese durante i rimpatri forzati. Il segretario Onu Kofi Annan  ha denunciato questi fatti come “violazioni palesi della legge internazionale sui rifugiati”. Ma se anche gran parte di essi dovesse comparire davanti una corte Gacaca, è difficile che per il Rwanda si apra la stagione del perdono e della riconciliazione, se i giudizi non si baseranno su accuse raccolte da giudici imparziali e competenti. “Un  processo di riconciliazione nazionale in Rwanda è una cosa che richiederà molto tempo .- dichiara Stienier di Asf –lo affronteranno le prossime generazioni, quando questi processi verranno chiusi e si aprirà una fase di riflessione sul passato”.
Categoria: Diritti, Pace, Popoli
Luogo: Ruanda