scritto per noi da
Gianluca Ursini

Un prato
verde, una collina. Decine di persone sono disposte in semicerchio ad ascoltare
la confessione resa da un uomo a un gruppo di anziani; il contraddittorio è
breve, non ci sono avvocati a mediare tra le parti. Solo i testimoni sono
chiamati a confermare le accuse rivolte dagli anziani all’uomo che resta in
piedi, solo, al centro del semicerchio di folla.
Nel ‘Paese delle mille
colline’ sono al momento oltre 11mila i tribunali Gacaca (pronuncia: ‘Gaciacia’)
incaricati di esaminare oltre 85mila casi di abusi, espropriazioni e omicidi
perpetrati nei cento giorni di follia del genocidio che nell’estate 1994 ha portato
la morte per quasi un milione di Tutsi e Hutu dissenzienti, per mano dei
miliziani delle brigate Hutu ‘Interahamwe’.
Contrariamente
alla giustizia ordinaria – quasi un migliaio le pene capitali già comminate per
genocidio, ma poste in moratoria - la giuria di un Gacaca non può emettere sentenza di morte: il carcere a vita è la
pena massima.
Il Rwanda ha dal 1996 una legge sul crimine di genocidio, e
queste corti locali giudicano solo i crimini catalogati alle categorie 2, 3 e
4; ossia omicidi intenzionali, aggressioni e crimini contro la proprietà,
mentre i Tribunali speciali per i reati di genocidio giudicano chi è accusato
di aver “pianificato, istigato e organizzato la violenza genocida”.
Morti sull’erba. Ma le prime vittime dei
‘tribunali sull’erba’ (Gacaca vuol
dire ‘prato d’erba’ in lingua Kinyarwanda) sono già arrivate. L’amministrazione
delle giurisdizioni Gacaca (Snjg) ha
riconosciuto lunedì che già 37 persone, da gennaio, si sono tolte la vita dopo
il
giudizio dei tribunali popolari. “Si sono suicidati a pochi giorni dalle
udienze - ha detto Augustin Nkusi, capo Segreteria Snjg - Erano stati accusati
di essere genocidi, e se ne può desumere che si siano uccisi per il senso di
colpa”. Un sistema che crea forse più problemi di quanti ne volesse risolvere.
Giustizia negata. I circa 260mila cittadini “di
comprovata onestà e buona condotta” selezionati come giudici nel marzo 2001 dal
governo di Kigali in base alla legge del gennaio precedente hanno iniziato in
marzo le prime udienze. Hanno un compito immane: in Rwanda si trovano ancora
90mila persone in attesa di giudizio per i fatti del 1994, di cui 12mila in libertà
provvisoria. I tribunali ordinari erano finora riusciti a portare a termine
solo 8mila processi. Secondo l’associazione per i diritti umani ‘Liprodhor’ (Ligue
Ruandaise pour la Promotion et la Défense des Droits de l’homme) senza le
‘corti sull’erba’ servirebbero altri 150 anni per giudicare i casi rimasti. “Ritardare
la giustizia equivale a negarla”, ha detto il presidente Liprodhor Emmanuel
Nsengiyumwa. “Nessun sistema giudiziario al mondo avrebbe potuto portare a
termine questo compito”, ha detto a Peacereporter Caroline Stienier di ‘Avocat
sans frontiéres’, “non esistono purtroppo alternative al sistema Gacaca”.
Dai furti di bestiame al
genocidio.
Tradizionalmente, i Gacaca erano una
istituzione paternalista, in cui i capifamiglia del villaggio si riunivano in
cima alla colline per dirimere contese tra singole famiglie sui confini dei terreni
o presunti furti di bestiame. Mai crimini cruenti. Il colonialismo belga li aveva
soppressi. Dopo l’indipendenza erano divenute il foro per risolvere controversie
tra vicini, o dispute minute, un po’ come i giudici di pace in Italia. Adesso
dovrebbero
ricucire la ferita del maggiore genocidio mai perpetrato nel continente
africano. Secondo associazioni per la difesa dei diritti umani quali ‘Amnesty
International’ o ‘Avocat sans frontières’ (Asf), non hanno mezzi adeguati.Un
rapporto di Amnesty accusa i ‘Gacaca’
di non “mantenere gli standard minimi internazionali per un processo equo”. Gli
accusati non hanno l’assistenza di un avvocato, non esiste una figura di
pubblica accusa, come il procuratore, che raccolga imparzialmente le accuse, e
ai magistrati non è stata fornita uadeguata preparazione giuridica, denuncia ‘Asf’.
“Noi stiamo offrendo i nostri servizi per i tribunali ‘sull’erba’- spiega
Steinier di Asf - fornendo formazione giuridica ai giudici e monitorando i
processi; il nostro impegno sarà per cercare d’ottenere dei giudizi equi per
quanto possibile”.
In fuga dalla riconciliazione. Secondo il Governo di Paul
Kagame, i tribunali locali dovrebbero favorire “perdono e riconciliazione
nazionale”, Ma per ora hanno solo impaurito i potenziali incriminati,
convincendoli a scappare. All’inizio di marzo, l’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr)
aveva censito 7mila ruandesi in fuga nel confinante Burundi. Ma un accordo tra
i
due Paesi ha portato il 14 giugno scorso alla decisione di rimpatriare a forza
5mila tra essi, definiti dai Burundesi come “immigranti illegali”. L’Unhcr ha
denunciato
casi di violenza da parte della polizia burundese durante i rimpatri forzati.
Il segretario Onu Kofi Annan ha denunciato
questi fatti come “violazioni palesi della legge internazionale sui rifugiati”.
Ma se anche gran parte di essi dovesse comparire davanti una corte
Gacaca, è difficile che per il Rwanda si
apra la stagione del perdono e della riconciliazione, se i giudizi non si baseranno
su accuse raccolte da giudici imparziali e competenti. “Un processo di riconciliazione nazionale in Rwanda
è una cosa che richiederà molto tempo .- dichiara Stienier di Asf –lo
affronteranno le prossime generazioni, quando questi processi verranno chiusi
e
si aprirà una fase di riflessione sul passato”.