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Doccia gelata. Il volo era il
primo previsto dall’accordo stipulato tra i governi del Qatar e degli Emirati
Arabi Uniti e l’Unicef (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti
dell’infanzia). Dopo che questi due paesi, nei mesi scorsi, avevano reso
efficace la legge che vieta l’utilizzo di fantini sotto i 16 anni o con un peso
inferiore a 45 chili nelle corse di cammelli (svago che appassiona tante
persone nei paesi del Golfo Persico), l’Unicef aveva chiesto uno sforzo
ulteriore ai governi di Dubai e Qatar: quello di farsi carico del reinserimento
sociale dei piccoli schiavi e di permettere il ricongiungimento familiare dei
bimbi. Quasi tutti i minori che vengono utilizzati come fantini sono infatti
comprati nei paesi dell’Estremo Oriente da trafficanti senza scrupoli che li
rivendono in un secondo momento ai proprietari delle scuderie di cammelli che
li tengono in condizioni di schiavitù. L’obiettivo della campagna dell’Unicef
era chiaro: guarire, se mai fosse possibile, le ferite di questi bambini e
riportarli dai loro genitori.
Un traffico
disumano. Ma non è andata così. Il primo volo verso il Pakistan, con un gruppo di
22 bambini tra i 6 anni e i 17 anni, si è rivelato una drammatica delusione.
Nessuno dei parenti dei piccoli si è infatti presentato a riabbracciare i bimbi.
I giudici tutelari di Lahore ne hanno quindi predisposto l'affidamento agli
orfanotrofi locali. Superato lo choc iniziale di fronte alla notizia, non è
difficile cogliere il senso di quello che è accaduto. In Pakistan, e anche
negli altri paesi che fanno da riserva ai trafficanti di esseri umani, è reato
vendere familiari ai mercanti di vite. Le famiglie quindi, nel caso in cui si
fossero presentate all’aeroporto, avrebbero praticamente ammesso di aver
accettato somme di denaro in cambio della vita di un figlio. Inoltre, non
essendoci procedure di anagrafe in Pakistan e nei paesi vicini, è impossibile
risalire ai genitori naturali dei bimbi. Non sempre i bambini vengono venduti,
ma spesso rapiti. Anche in questo caso però, i genitori non possono tornare a
prendere i bimbi perché le rappresaglie delle bande di sequestratori sarebbero
immediate.
Schiavi di un
gioco. Il traffico dei minori destinati a fare i
fantini nelle corse di cammelli nei paesi del Golfo Persico è un affare che
muove un giro di miliardi di dollari. Le scuderie dei proprietari di cammelli,
per un bimbo leggero che possa fare il fantino, sono disposti a pagare cifre da
capogiro. I trafficanti procurano, dall’India, dal Pakistan e dagli altri paesi
poveri dell’Estremo Oriente, i bambini e i proprietari si occupano di una breve
preparazione. Per il resto, anche per ammortizzare i costi, i bimbi vengono
tenuti in condizioni inumane e sono denutriti. Infatti il vantaggio di avere un
fantino leggero è inestimabile in una corsa di cammelli e i piccoli schiavi
vengono tenuti a pane e acqua per non ingrassare. Rinchiusi in capannoni di
lamiera e legati in modo che non scappino. I cammelli, lanciati nella corsa,
raggiungono velocità impressionanti e i fantini, quando non muoiono di stenti,
sono soggetti a cadute che spesso hanno conseguenze letali. Negli ultimi tempi,
anche grazie alle proteste internazionali, si è pensato di sostituire dei
piccoli automi ai bimbi fantini. Ma per adesso non è successo nulla. La legge
votata in Qatar ed Emirati Arabi Uniti, per quanto non risolva il problema
negli altri paesi del Golfo dove le corse di cammelli sono una passione,
sembrava comunque un primo passo verso la liberazione di questi piccoli
schiavi. Per quei 22 bambini però, è arrivata un’altra delusione. Christian Elia