19/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Toni infuocati, supporter mobilitati. Nel Paese africano si vota per presidenza e parlamento ma quello che va in onda è un referendum sul rapporto con la Cina

Dieci candidati nominali, due sfidanti reali e un convitato di pietra. Questi, in breve, i numeri che riassumono la giornata di elezioni che martedì 20 settembre terrà lo Zambia col fiato sospeso. Si vota per eleggere il nuovo presidente, il parlamento e i governi locali ma sono ovviamente le elezioni presidenziali quelle sulle quali si concentrerà maggiormente l'attenzione. Sono dieci i partiti che hanno espresso un proprio candidato, anche se è già chiaro a tutti che si tratterà di una sfida a due, tra il presidente uscente Rupiah Banda, del Movimento per la democrazia multipartitica (Mdd) e Michael Sata, leader del Fronte patriottico (Fp). Per lo Zambia, una delle democrazie più stabili e rodate dell'intero continente, non si tratta di una novità da togliere il sonno. Il Paese, dall'indipendenza raggiunta nel 1990, ha già superato con successo cinque elezioni, eppure questa volta la tensione è alta. Sarà anche, o forse soprattutto, per quel convitato di pietra che, nemmeno troppo nell'ombra, guarderà lo sfoglio con lo stesso interesse con il quale ha seguito la campagna elettorale: la Cina. Il dato interessante di queste elezioni è che lo Zambia è il primo Paese africano, probabilmente non l'ultimo, in cui si voterà sul rapporto con Pechino, presentato da Banda come un'alleanza strategica che ha dato ottimi frutti, da Sata come una svendita della propria ricchezza e delle proprie risorse. Il punto è che entrambe le letture hanno elementi di verità.

Banda, diventato presidente nel 2008, con la morte di Levy Mwanawasa, del quale era il vice, si è trovato a guidare lo Zambia in un momento estremamente critico, quando all'inizio del 2009 il crollo del prezzo del rame provocò una fuga di capitali dal Paese e la chiusura di molte miniere. Un colpo quasi mortale all'economia dello stato africano che è il principale produttore di rame del continente, uno dei primi dieci al mondo e vede dipendere da questo metallo il 70 per cento delle sue entrate di valuta straniera. Adesso si presenterà ai suoi elettori potendo esibire ai suoi elettori una crescita del Pil del 7,4 per cento, addirittura superiore a quella registrata l'anno scorso (+6,4 pe cento) e prospettive ancora migliori, se è vero, come sostiene il Fondo monetario internazionale, che il prezzo del rame è in aumento. Tra la paura del 2009 e il trionfalismo del 2011 c'è l'arrivo dei capitali cinesi, pronti a sostituirsi a quelli occidentali, fuggiti alla prima avvisaglia di calo del prezzo del rame. Pechino ha letteralmente aperto i rubinetti, seguendo la solita strategia "win win" che vede uno scambio infrastrutture contro minerali, metalli e idrocarburi. Solo quest'anno ha investito un miliardo di dollari e ne ha promessi altri cinque nei prossimi anni. Una presenza tale, quella cinese, che la Bank of China ha aperto una filiale a Lusaka, dov'è possibile aprire conti e fare depositi in remimbi. Ma in cambio di cosa? È proprio su questa domanda che Sata ha giocato la sua spregiudicata campagna elettorale di populista. L'accusa è quella di aver svenduto il Paese a Pechino e alle sue aziende di stato, che in Zambia operano al di fuori delle leggi, sia di quelle a protezione dell'ambiente che di quelle a difesa dei lavoratori. E in questo è stato aiutato da molti episodi di cronaca che hanno visto manager cinesi sparare sugli operai e i minatori. C'è poi una questione più strettamente economica: gli investimenti cinesi sarebbero quasi inutili, dal momento che solo il 10 per cento del totale sarebbe investito in infrastrutture ma una gran parte dei soldi finirebbe nuovamente all'estero. Affidarsi al solo traino del settore minerario non paga, perché esattamente come gas e petrolio, non mette in moto un ciclo economico in grado di produrre effetti positivi a cascata su una fascia sufficientemente ampia della popolazione.

E infatti, nonostante gli impressionanti tassi di crescita, i due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con un reddito di appena 1,25 dollari al giorno. Sata, che raccoglie i suoi consensi maggiori proprio nelle province della copperbelt, ha promesso di abbassare le tasse e aumentare i salari, il tutto nei primi 90 giorni. I sondaggi lo danno in svantaggio, indebolito anche dalla rottura dell'alleanza tra il suo Fp e un altro importante partito di opposizione, lo United Party for National Development, di Hakainde Hichilema. L'ultima volta Sata perse proprio contro Banda per 35 mila voti e quindi adesso ha deciso di neutralizzare eventuali brogli, invitando i suoi sostenitori a dormire nei seggi elettorali per evitare che le schede vengano rubate. La Commissione elettorale nazionale ha ordinato ai votanti di mettere la scheda nell'urna e di allontanarsi di almeno 400 metri dal seggio. La SabMiller, uno dei colossi nel campo della birra, ha annunciato che non venderà alcolici nei giorni immediatamente precedenti e seguenti la giornata del voto. La polizia, da parte sua, ha vietato la vendita di coltelli, machete e asce. Lo Zambia va alle urne in questo clima, mentre Pechino guarda e sa che in ballo ci sono i suoi investimenti miliardari. Fin dove si sarà spinta per proteggerli? Anche questa è una domanda interessante. Lo sfidante sostiene che i cinesi abbiano finanziato la campagna elettorale di Banda in modo massiccio. Quest'ultimo nega ma le casse di lecca lecca con l'effige del presidente uscente da distribuire agli elettori, tutte rigorosamente made in China, lasciano pensare il contrario.

 

Alberto Tundo

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