25/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I sopravvissuti al massacro sono vittime delle persecuzioni del regime uzbeco. Migliaia di arresti
Una donna di AndijanMigliaia di cittadini di Andijan sono stati arrestati dalle autorità uzbeche dopo i tragici fatti dello scorso 13 maggio, quando l’esercito represse nel sangue una protesta trucidando cinquecento, forse mille manifestanti. Secondo le denunce degli attivisti uzbechi per i diritti umani, migliaia di uomini sono stati trattenuti in prigione per una o due settimane, alcuni anche per un mese. Durante la detenzione, queste persone sono state torturate per ottenere informazioni sulla loro partecipazione alle proteste di maggio e sul coinvolgimento di parenti e amici.
I giornalisti dell'Institute for War and Peace Reporting (Iwpr) hanno raccolto le loro testimonianze.
 
Controlli di polizia ad AndijanTorture nelle carceri di Andijan. “Mi hanno torturato per costringermi a firmare una confessione in cui era scritto che ero un integralista islamico e avevo preso parte alle manifestazioni”, racconta un giovane. “Ma io non ero in piazza. Ho firmato dopo che mi hanno picchiato con manganelli di gomma, mi hanno infilato spilli nelle gengive e sotto le unghie e in punti sensibili del corpo. Ho visto la schiena di un detenuto interamente ricoperta agli ematomi blu e rossi lasciati dalle manganellate. Molti dei detenuti che erano con me avevano perso coscienza per le botte e le torture. Ma gli agenti chiamavano i dottori solo nei casi più gravi: non volevano troppo testimoni”.
“Un mio amico che lavora in polizia – racconta un altro ragazzo – mi ha raccontato che molti detenuti sono stati anche sodomizzati con i manganelli”.
“Io e due miei amici siamo stati picchiati e torturati per giorni e giorni”, ha detto un uomo di mezza età. “Dopo un po’ abbiamo capito che niente era più prezioso della libertà, e così abbiamo deciso di corrompere i poliziotti, pagando 200 dollari a testa per essere rilasciati”.
Anche un poliziotto di Andijan ha accettato di parlare con l’Iwpr. “Era doloroso e spaventoso vedere queste persone torturate. C’era un mio ex compagno di classe che è stato picchiato e minacciato: i miei colleghi lo minacciavano dicendogli che se non avesse confessato lui e sua moglie sarebbero stati violentati”.
 
Il campo profughi di Sasyk-BulakProfughi a rischio deportazione. Nemmeno le centinaia di civili fuggiti dalla repressione quel 13 maggio verso il Kirghizistan sono al riparo dalla persecuzione delle autorità uzbeche.
Il 14 giugno un centinaio di kirghizi, alcuni armati, hanno fatto irruzione nel campo profughi di Sasyk-Bulak, minacciando i rifugiati uzbechi e ordinando loro di lasciare il paese entro tre giorni, altrimenti sarebbero stati cacciati con la forza. Secondo i rifugiati, tra i manifestanti kirghizi c’erano agenti della sicurezza uzbechi.
Abdumalik Sharipov, dirigente di un’organizzazione non governativa kirghiza per i diritti umani, ha dichiarato alla Irin News: “La propaganda dei media uzbechi, che vengono visti anche oltreconfine, bombarda la popolazione kirghiza con false notizie sulla presenza di pericolosi terroristi e criminali tra i 450 profughi del campo di Sasyk-Bulak, fomentando l’odio della gente di qui, che chiede l’espulsione, la deportazione e il rimpatrio immediato dei richiedenti asilo uzbechi”, attualmente sotto la tutela dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr).
“La gente di questa regione è poverissima: qui c’è miseria e non c’è lavoro”, spiega alla Irin News Bakhtiyar Mamajanov, dell’associazione umanitaria locale Turan Jyldyzy. “Perciò il risentimento verso questi profughi, che chiedono di rimanere qui per sempre, è dovuto anche alla paura dei locali di dover competere con loro per sopravvivere”.
Quattro rifugiati sono già stati rimpatriati in Uzbekistan e altri ventinove, arrestati dalle autorità kirghize su mandato uzbeco, faranno la stessa fine nei prossimi giorni, nonostante abbiano fatto richiesta di asilo politico e nonostante gli accorati appelli rivolti da Amnesty International e dalle Nazioni Unite alle autorità di Bishkek. Pochi giorni fa Louise Arbour, Alta Commissaria Onu per i Diritti Umani, aveva lanciato l'allarme: “Se rimpatriati, i richiedenti asilo saranno vittime di gravissime violazioni dei diritti umani, compresi torture ed esecuzioni sommarie”.
 

Enrico Piovesana

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