I sopravvissuti al massacro sono vittime delle persecuzioni del regime uzbeco. Migliaia di arresti

Migliaia di cittadini di Andijan sono stati arrestati dalle
autorità uzbeche dopo i
tragici fatti dello scorso 13 maggio, quando l’esercito
represse nel sangue una protesta trucidando cinquecento, forse mille
manifestanti. Secondo le denunce degli attivisti uzbechi per i diritti umani,
migliaia di uomini sono stati trattenuti in prigione per una o due settimane,
alcuni anche per un mese. Durante la detenzione, queste persone sono state
torturate per ottenere informazioni sulla loro partecipazione alle proteste di
maggio e sul coinvolgimento di parenti e amici.
Torture nelle carceri
di Andijan. “Mi hanno torturato per costringermi a firmare una confessione
in cui era scritto che ero un integralista islamico e avevo preso parte alle
manifestazioni”, racconta un giovane. “Ma io non ero in piazza. Ho firmato
dopo che mi hanno picchiato con manganelli di gomma, mi hanno infilato spilli
nelle gengive e
sotto le unghie e in punti sensibili del corpo. Ho visto la schiena di un
detenuto interamente ricoperta agli ematomi blu e rossi lasciati dalle
manganellate. Molti dei detenuti che erano con me avevano perso coscienza per
le botte e le torture. Ma gli agenti chiamavano i dottori solo nei casi più
gravi: non volevano troppo testimoni”.
“Un mio amico che lavora in polizia – racconta un altro
ragazzo – mi ha raccontato che molti detenuti sono stati anche sodomizzati con
i manganelli”.
“Io e due miei amici siamo stati picchiati e torturati
per giorni e giorni”, ha detto un uomo di mezza età. “Dopo un po’ abbiamo
capito che niente era più prezioso della libertà, e così abbiamo deciso di
corrompere i poliziotti, pagando 200 dollari a testa per essere rilasciati”.
Anche un poliziotto di Andijan ha accettato di parlare con
l’Iwpr. “Era doloroso e spaventoso
vedere queste persone torturate. C’era un mio ex compagno di classe che è stato
picchiato e minacciato: i miei colleghi lo minacciavano dicendogli che se non
avesse confessato lui e sua moglie sarebbero stati violentati”.
Profughi a rischio
deportazione. Nemmeno le centinaia di civili fuggiti dalla repressione quel
13 maggio verso il Kirghizistan sono al riparo dalla persecuzione delle
autorità uzbeche.
Il 14 giugno un centinaio di kirghizi, alcuni armati, hanno
fatto irruzione nel campo profughi di Sasyk-Bulak, minacciando i rifugiati uzbechi
e ordinando loro di lasciare il paese entro tre giorni, altrimenti sarebbero
stati cacciati con la forza. Secondo i rifugiati, tra i manifestanti kirghizi
c’erano agenti della sicurezza uzbechi.
Abdumalik Sharipov, dirigente di un’organizzazione non governativa kirghiza per
i
diritti umani, ha dichiarato alla
Irin
News: “La propaganda dei media uzbechi, che vengono visti anche
oltreconfine, bombarda la popolazione kirghiza con false notizie sulla presenza
di pericolosi terroristi e criminali tra i 450 profughi del campo di
Sasyk-Bulak, fomentando l’odio della gente di qui, che chiede l’espulsione, la
deportazione e il rimpatrio immediato dei richiedenti asilo uzbechi”,
attualmente sotto la tutela dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati
(Unhcr).
“La gente di questa regione è poverissima: qui c’è miseria e
non c’è lavoro”, spiega alla Irin News
Bakhtiyar Mamajanov, dell’associazione umanitaria locale Turan Jyldyzy. “Perciò
il risentimento verso questi profughi, che chiedono di rimanere qui per sempre,
è dovuto anche alla paura dei locali di dover competere con loro per
sopravvivere”.
Quattro rifugiati sono già stati rimpatriati in Uzbekistan e
altri ventinove, arrestati dalle autorità kirghize su mandato uzbeco, faranno
la
stessa fine nei prossimi giorni, nonostante abbiano fatto richiesta di asilo
politico e nonostante gli accorati appelli rivolti da
Amnesty International e dalle
Nazioni Unite alle autorità di Bishkek. Pochi giorni fa Louise Arbour, Alta Commissaria
Onu per i Diritti
Umani, aveva lanciato l'allarme: “Se rimpatriati, i richiedenti asilo saranno
vittime di gravissime violazioni dei diritti umani, compresi
torture ed esecuzioni sommarie”.