Il rischio di altri tsunami è elevato. Ecco le strategie di difesa
scritto per noi da
Manuele Malagola
Il rischio che un altro tsunami possa verificarsi al largo dell’oceano Indiano
è alto, forse altissimo.
Un gruppo di scienziati inglesi ha studiato le conseguenze geologiche del terremoto
che il 26 dicembre scorso provocò la gigantesca onda anomala, e i risultati sono
tutt’altro che rassicuranti. Secondo gli studiosi lungo la fossa oceanica di Sunda
e sotto l’isola di Sumatra si sono registrati pericolosi aumenti di pressione
dovuti agli spostamenti delle placche continentali durante la prima scossa. Nel
1998 la pressione lungo la faglia dell’Anatolia in Turchia era aumentata di 2
bar, destando la preoccupazione di alcuni sismologi, e solo diciotto mesi dopo
un terremoto di magnitudo 7.4 causò 20.000 vittime. Nella fossa oceanica di Sunda
l’incremento attuale è di 5 bar, sotto l’isola di Sumatra addirittura di 9, e
il rischio che si possa verificare un terremoto tale da formare un altro tsunami,
secondo gli scienziati, è aumentato in proporzione.
Gli australiani confermano il rischio. A conferma delle conclusioni tratte dal team inglese, anche un gruppo di scienziati
australiani ha pubblicato uno studio secondo il quale l’oceano Indiano potrebbe
essere colpito da un'altra onda anomala. Gli studiosi australiani hanno individuato
nelle numerose scosse che si sono susseguite nell’area indonesiana una probabile
avvisaglia di un secondo terremoto, che si potrebbe scatenare proprio nella zona
dell’isola di Sumatra.
Nessuno sa tuttavia quando lo tsunami tornerà a distruggere le coste che bagnano
l’oceano Indiano. Né il gruppo di studio inglese, né quello australiano hanno
saputo dare indicazioni. L’unica cosa certa è che prima o poi accadrà. Ed è necessario,
quindi, che quando l’oceano scatenerà tutta la sua forza le popolazioni siano
pronte a fargli fronte.
Il sud del mondo si prepara. E proprio in questa direzione si sono mossi i governi dei paesi maggiormente
colpiti dalla catastrofe del 26 dicembre. L’India ha già lanciato in orbita i
satelliti Cartosat e Hamsat, il primo con lo scopo di monitorare il territorio
terracqueo inviando immagini tridimensionali a centri di analisi dei dati specializzati,
il secondo da utilizzare come ponte radio per diffondere le notizie e comunicare
con i soccorritori. Entro il 2007, a detta del ministro della Scienza e della
Tecnologia Kapil Sibal, tutta l’India sarà dotata (con una spesa di circa 24 milioni
di euro) di un sistema di allarme in grado di avvertire in brevissimo tempo i
suoi abitanti dall’eventuale arrivo di onde anomale. Tramite una rete di sensori
posizionati sul fondo dell’Oceano Indiano verranno raccolti i dati e trasmessi
ad una rete di boe che a loro volta li invieranno a centri di analisi in tempo
reale. Integrando i dati raccolti via mare e quelli raccolti dai satelliti, il
governo Indiano è convinto, così, di poter far fronte agli tsunami.
La Thailandia ha già effettuato esercitazioni per l’evacuazione degli abitanti
delle coste a rischio.
Tramite un sistema di sirene installate lungo la spiaggia di Patong, a Phuket,
turisti e locali sono stati evacuati verso le zone interne della penisola.
Il Giappone, in collaborazione con gli Stati Uniti, ha dichiarato di essere tecnicamente
pronto a fornire in tempo reale dati su eventuali tsunami ai paesi dell’area dell’Oceano
Indiano che non hanno ancora sviluppato sistemi di allerta adeguati.
L’Australia ha stanziato 41 milioni di euro per la costruzione di un sistema
di preallarme capace di monitorare l’Oceano Indiano e parte del Pacifico meridionale
e che andrà a formare, insieme ai sistemi di controllo delle altre nazioni, l’Indian Ocean Tsunami Warning System.
Anche l'Europa si mobilita. In una conferenza a Bruxelles, l'Unione Europea ha presentato alcune proposte
atte a migliorare e rafforzare la propria struttura anti-cataclismi. Tra le novità
proposte la dotazione di un sistema di early warning, per elaborare in tempo reale le informazioni e poter dare risposte veloci, e la creazione di cellule di pronto intervento a disposizione della protezione
civile. Tutto ciò si dovrà aggiungere ad un generale miglioramento del coordinamento
tra le varie strutture esistenti nei Venticinque paesi dell'Unione.
Basteranno queste misure di prevenzione e allerta a salvare le popolazioni in
caso di un secondo Tsunami? Tutto dipende dalla loro realizzazione in tempi brevi.
Il disastro del 26 dicembre 2004, del resto, che ha causato più di 180.000 morti
e 100.000 dispersi, oltre che danni irreparabili all’ambiente e all’economia dei
paesi coinvolti, ha fatto riflettere il mondo intero. Nei mesi immediatamente
successivi sono arrivati fondi e aiuti da ogni nazione, conditi da buoni propositi
e garanzie di sicurezza. A sei mesi di distanza si iniziano a tirare le somme
e a vedere i primi risultati, nella speranza che con il passare del tempo le centinaia
di migliaia di morti non diventino solo numeri utili alle statistiche.