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Sul sito del Pentagono, qualche anno fa, spiccava una presentazione che così recitava: "Siamo l'impresa americana più antica, grande, impegnata e di successo". Probabilmente il successo era calcolato aritmeticamente in termini di "morti prodotti". Fatto sta che di recente vi è ritornato sopra l'Economist, con una delle sue notevoli infografiche, aggiungendo un'informazione: la Difesa Usa è anche il più grande "datore di lavoro" del mondo.
Nella speciale classifica, spiccano le 3 milioni e 200mila bocche che "sfama", quasi un milione in più rispetto a un altro colosso del pubblico impiego: l'Esercito popolare di liberazione cinese. Al terzo posto, ecco la prima impresa privata, Walmart.

Dal punto di vista della creazione di lavoro, ce ne sarebbe a sufficienza per giustificare le proteste di quanti additano i tagli del budget per la Difesa come una sciagura. E che il medesimo senso comune sia condiviso anche da questa parte dell'Atlantico, lo dimostrano le polemiche attorno alla paventata chiusura dei cantieri navali che producono navi da guerra: una contraddizione che investe anche sindacati e sinistra, combattuti tra pacifismo e "lavorismo".
Eric Stoner, ricercatore e giornalista vicino al movimento nonviolento Usa, dimostra dati alla mano come questa idea sia fallace: il Pentagono è un grande carrozzone - diremmo dalle nostre parti - che inghiotte denaro ma che è terribilmente inefficiente quando si tratta di creare occupazione.
La domanda da porsi, quindi, non è quanti posti di lavoro si perderebbero tagliando il budget della Difesa, bensì quanti posti di lavoro si perdono destinandovi risorse che potrebbero essere spese meglio (altrove).
Stoner riprende i dati di una ricerca del Political Economy Research Institute dell'Università del Massachusetts (Amherst) [scarica il .pdf], che risale al 2009 e che mette a confronto quanta occupazione si crea con un miliardo di dollari spesi nella Difesa e in altri settori pubblici.
Quei soldi creano 11.600 nuovi posti di lavoro al Pentagono e dintorni; 14.800 (+27,6 per cento) se destinati a ridurre l'imposta sui consumi (da noi si tratterebbe di un taglio dell'Iva); 17.100 (+47,4) nel settore delle energie rinnovabili; 19.600 (+69,0) nella Sanità; addirittura 29.100 (+150,9) nella Pubblica Istruzione (quasi il triplo rispetto alla Difesa).

Perché il pentagono crea poca occupazione negli Stati Uniti?
Secondo lo studio del 2009, perché la spesa militare è soprattutto diretta all'estero (per esempio, molti soldati consumano beni in Paesi stranieri) oppure serve a comprare merci d'importazione. Inoltre, la maggior parte dei soldi finisce in capitale ("macchinari, costruzioni, energia, terreni e altri input") invece che in lavoro, a differenza di quelli spesi per esempio nell'Istruzione, dove si privilegia il fattore umano.
Facciamo un esempio (che riguarda molto da vicino anche l'Italia). Solo l'1,5 per cento del costo di un caccia F35 finisce alla voce "fabbricazione e assemblaggio" (cioè "lavoro"); ben l'85 per cento va in generici "costi operativi".
Un capitolo a parte riguarda la qualità delle retribuzioni: se è vero che in media i militari (o comunque i lavoratori della Difesa) sono pagati meglio, è altrettanto vero che gli altri settori, soprattutto l'Istruzione, creano più lavori retribuiti dignitosamente ("decent jobs"), quelli cioè che a loro volta generano consumi diffusi e nuovi posti di lavoro.
Sta di fatto che, riprendendo gli stessi dati utilizzati da Stoner e incrociandoli con altri - ad esempio quella cifra compresa tra 31 e 60 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti in Iraq per progetti inconcludenti ("wasted") che risulta dal rapporto della commissione bipartisan sugli appalti in guerra - il blogger pacifista David Swanson arriva a calcolare che se il budget della Difesa fosse ridotto a 388 miliardi - comunque più del livello di dieci anni fa ("quando il nostro Paese andò fuori di testa collettivamente") - si potrebbero creare 29 milioni di nuovi posti di lavoro: uno per ogni disoccupato statunitense.
Gabriele Battaglia
Parole chiave: pentagono, lavoro, difesa, spesa, investimenti, occupazione