Le polemiche sugli
aiuti italiani in Sri Lanka si sono spente, ma come procede la ricostruzione?
Sono felice che le polemiche si siano spente, perché servono
a poco di fronte ai bisogni e alle condizioni in cui milioni di persone stanno
vivendo. Bisogna rimboccarsi le maniche e dare delle risposte concrete. Spero
inoltre che le riflessioni fatte siano di riferimento per il futuro. Intanto le
aggregazioni della società civile sia locali sia internazionali stanno
dimostrando di sapersi organizzare e di poter intervenire anche nelle
situazioni difficili e drammatiche generate dallo tsunami, nonostante una
sempre più pressante e pesante burocrazia degli aiuti internazionali. Gli aiuti
più concreti e avanzati sono stati quelli
realizzati direttamente con risorse e finanziamenti da parte della società
civile. Gli altri, arrivati attraverso la protezione civile e la cooperazione
italiana e gli aiuti internazionali, si sono messi in moto con tempi più lunghi
e difficoltà gestionali che per fortuna adesso sono in via di risoluzione. Se
dobbiamo gestire gli aiuti tramite gare di appalto e procedure burocratiche non
possiamo intervenire rapidamente a favore delle popolazioni. Questo è
l’insegnamento più grande che abbiamo tratto.
La Protezione Civile intanto
ha finanziato le ong italiane…
Sì, ma c’è stato un ritardo. I fondi della Protezione Civile, che sono stati
raccolti con gli sms a gennaio, sono stati messi a
disposizione delle Organizzazioni non governative (Ong) solo quattro mesi più
tardi. La Protezione Civile, comunque, ha agito in modo più rapido di altre
istituzioni italiane e internazionali.
Quindi che soluzione
propone per il futuro?
Le varie forme di aggregazione della società civile, tra cui
le Ong, devono essere coinvolte fin dall’inizio nella pianificazione e nella
gestione delle attività internazionali. Il pubblico non deve sostituirsi e fare
da tramite alla società civile. Ciò può permettere di essere tempestivamente
attivi sul terreno con la disponibilità diretta dei fondi. Si realizzerebbe il
concetto di democrazia partecipativa che vede la società civile impegnata a
costruire un vero sviluppo sostenibile.
Per quanto tempo
rimarrete in Sri Lanka?
Nell’ex Ceylon non abbiamo fatto interventi di emergenza
immediata, ma abbiamo ripreso attività di ricostruzione e sviluppo a lungo
termine, con progetti che vanno dai due ai cinque anni. Abbiamo deciso di
lavorare in due zone, rispettivamente nel nord
(villaggio completamente distrutto di Kallipadu) e nel sud (cittadina di
Mawella) del Paese, per creare relazioni tra l’area tamil ancora in conflitto
e
il resto del Paese a maggioranza cingalese. E’ un esperimento di
riconciliazione e dialogo tra le due popolazioni a cui partecipa anche la
provincia di Biella.
Quali sono le
difficoltà a questo stadio del vostro intervento?
Il problema principale all’inizio è stato quello del
coordinamento con le autorità locali e tra le organizzazioni internazionali.
L’amministrazione pubblica dello Sri Lanka è rallentata dalla burocrazia ed è
stata essa stessa colpita dallo tsunami, con personale deceduto ed edifici
distrutti. La disgrazia ha portato molte risorse nel Paese, che però devono
essere organizzate secondo una strategia a lungo termine. Ad oggi comunque
alcuni passi in questo senso sono stati fatti.
E le priorità?
La priorità non è solo la ricostruzione, ma anche lo
sviluppo e la promozione del lavoro. Stiamo pensando, per esempio, a nuovi
possibili impieghi, a forme di turismo responsabile e di microcredito per
avviare attività produttive a livello familiare. Non basta ricostruire le case
se le persone non hanno un lavoro e di che vivere.