25/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla Guido Barbera, presidente del coordinamento di diverse Ong italiane CIPSI
  Bambini e donne cingalesi
Le polemiche sugli aiuti italiani in Sri Lanka si sono spente, ma come procede la ricostruzione?
Sono felice che le polemiche si siano spente, perché servono a poco di fronte ai bisogni e alle condizioni in cui milioni di persone stanno vivendo. Bisogna rimboccarsi le maniche e dare delle risposte concrete. Spero inoltre che le riflessioni fatte siano di riferimento per il futuro. Intanto le aggregazioni della società civile sia locali sia internazionali stanno dimostrando di sapersi organizzare e di poter intervenire anche nelle situazioni difficili e drammatiche generate dallo tsunami, nonostante una sempre più pressante e pesante burocrazia degli aiuti internazionali. Gli aiuti più concreti e avanzati sono stati quelli realizzati direttamente con risorse e finanziamenti da parte della società civile. Gli altri, arrivati attraverso la protezione civile e la cooperazione italiana e gli aiuti internazionali, si sono messi in moto con tempi più lunghi e difficoltà gestionali che per fortuna adesso sono in via di risoluzione. Se dobbiamo gestire gli aiuti tramite gare di appalto e procedure burocratiche non possiamo intervenire rapidamente a favore delle popolazioni. Questo è l’insegnamento più grande che abbiamo tratto.
 
La Protezione Civile intanto ha finanziato le ong italiane…
Sì, ma c’è stato un ritardo. I fondi della Protezione Civile, che sono stati raccolti con gli sms a gennaio, sono stati messi a disposizione delle Organizzazioni non governative (Ong) solo quattro mesi più tardi. La Protezione Civile, comunque, ha agito in modo più rapido di altre istituzioni italiane e internazionali.
 
Quindi che soluzione propone per il futuro?
Le varie forme di aggregazione della società civile, tra cui le Ong, devono essere coinvolte fin dall’inizio nella pianificazione e nella gestione delle attività internazionali. Il pubblico non deve sostituirsi e fare da tramite alla società civile. Ciò può permettere di essere tempestivamente attivi sul terreno con la disponibilità diretta dei fondi. Si realizzerebbe il concetto di democrazia partecipativa che vede la società civile impegnata a costruire un vero sviluppo sostenibile.
 
DistruzionePer quanto tempo rimarrete in Sri Lanka?
Nell’ex Ceylon non abbiamo fatto interventi di emergenza immediata, ma abbiamo ripreso attività di ricostruzione e sviluppo a lungo termine, con progetti che vanno dai due ai cinque anni. Abbiamo deciso di lavorare in due zone, rispettivamente nel nord  (villaggio completamente distrutto di Kallipadu) e nel sud (cittadina di Mawella) del Paese, per creare relazioni tra l’area tamil ancora in conflitto e il resto del Paese a maggioranza cingalese. E’ un esperimento di riconciliazione e dialogo tra le due popolazioni a cui partecipa anche la provincia di Biella.
 
Quali sono le difficoltà a questo stadio del vostro intervento?
Il problema principale all’inizio è stato quello del coordinamento con le autorità locali e tra le organizzazioni internazionali. L’amministrazione pubblica dello Sri Lanka è rallentata dalla burocrazia ed è stata essa stessa colpita dallo tsunami, con personale deceduto ed edifici distrutti. La disgrazia ha portato molte risorse nel Paese, che però devono essere organizzate secondo una strategia a lungo termine. Ad oggi comunque alcuni passi in questo senso sono stati fatti.
 
E le priorità?
La priorità non è solo la ricostruzione, ma anche lo sviluppo e la promozione del lavoro. Stiamo pensando, per esempio, a nuovi possibili impieghi, a forme di turismo responsabile e di microcredito per avviare attività produttive a livello familiare. Non basta ricostruire le case se le persone non hanno un lavoro e di che vivere.
 

Francesca Lancini

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