E' stato approvato ieri il piano di distribuzione equa degli aiuti promosso dalla
presidente dello Sri Lanka, Chandrika Kumaratunga, nonostante alcune proteste.
Il governo è infatti in
crisi dopo l’uscita dalla coalizione di maggioranza del People Liberation Front
(JVP) che si opponeva a un accordo con le Tigri tamil, i guerriglieri che
controllano il Nord e l’Est del Paese. Intanto a sei mesi dal tragico 26
dicembre 2004, Agostino Miozzo, responsabile della Protezione Civile italiana
nell’ex isola di Ceylon, fa il punto sul processo di ricostruzione.
A sei mesi dallo
tsunami, qual è la situazione in Sri Lanka?
La situazione rimane piuttosto complessa. Bisogna tenere
conto di due aspetti, quello della sicurezza e quello della ricostruzione. Per
quanto riguarda il primo, la sicurezza
nelle zone tamil è ancora precaria. Ci sono frequenti incidenti e scontri che
non interessano la comunità internazionale, ma che creano instabilità e possono
compromettere il lavoro di ricostruzione. In altre parti del Paese invece non
ci sono problemi particolari, soprattutto nel sud, e l’intervento sta
procedendo.
Oltre ai problemi
di sicurezza, quali sono gli ostacoli alla ricostruzione?
Sono molti e a diverso livello. Per esempio il governo ha
deciso che ci sono aree costiere in cui non si può più edificare, ma non
le ha ancora identificate con precisione. Ciò rallenta inevitabilmente la
ricostruzione. Qui, infatti, non si possono ricostruire le vecchie abitazioni
distrutte dallo tsunami, ma si deve edificare in zone dove spesso il terreno non
è di demanio pubblico e quindi disponibile. Ci sono così molti progetti di
scuole e altre strutture ancora da realizzare.
Nelle zone tamil la
guerriglia ha frenato il vostro lavoro?
Non parlerei di guerriglia, ma di scontri legati a tensioni
di vario genere, soprattutto interreligiosi tra induisti e buddisti.
Recentemente, la sola costruzione di una statua dedicata a Buddha ha generato
proteste. Il processo di ricostruzione, tuttavia, laddove siamo impegnati, sta
andando avanti. Per esempio stanno avanzando in modo spedito i lavori nell’area
di Trincomalee, sulla costa est del Paese. Non possiamo dire, dunque, di avere
particolari problemi in questo momento. Naturalmente, però, i tempi sono lunghi
perché la ricostruzione è un processo complesso.
Quanto è importante
collaborare con i soggetti locali?
Noi collaboriamo sia con le autorità di governo sia con
quelle tamil, che tra l’altro sono anche nella capitale Colombo. E’ importante
che la ricostruzione risponda alle esigenze effettive della popolazione dello
Sri Lanka e che si rispettino criteri di equità e standard locali, per esempio
riguardo ai progetti di riforma scolastica e sanitaria. Le scuole e gli
ospedali insomma non vanno di certo ricostruiti sui modelli dei donatori. E la
definizione di modi di operare comuni comporta tempi lunghi: in fondo sono
passati solo sei mesi, che sono pochi rispetto a una catastrofe del genere.
Quanto pensate di
rimanere nel Paese?
Fino alla fine del 2006.
Nei mesi scorsi ci
sono state polemiche sui fondi. E’ stato detto che erano rimasti
bloccati. Finora quanti soldi sono stati raccolti e come sono stati impiegati?
Sono stati raccolti circa 47 milioni di euro e un’altra
quota di circa 5 milioni di euro è stata data dal Dipartimento della Protezione
Civile. Questa grande cifra, con l’eccezione di un milione di euro, è stata
impegnata. Sono state cioè finanziate Organizzazione non governative (Ong) italiane
e organizzazioni
internazionali come la Fao. La gestione dei fondi è monitorata e razionale,
nonostante le critiche che abbiamo ricevuto.
Come stanno reagendo i
sopravvissuti allo tsunami, contando che in Sri Lanka ci sono stati 31mila
morti e gli sfollati sono 500mila?
In modo splendido, nonostante il senso di precarietà di chi
vive ancora nelle tendopoli e nei prefabbricati. L’economia del Paese si sta
riprendendo, anche grazie all’attenzione e agli investimenti della comunità
internazionale, che sono stati notevoli.