25/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Superata l'emergenza, bisogna fare i conti con gli effetti psicologici del maremoto
Un albergo distrutto dal maremoto in Sri Lanka. Foto di Ishara Chickera.Sei mesi fa cinque milioni di persone hanno vissuto la tragedia dello tsunami: hanno perso la vita, o i propri cari, o la casa. Chi è sopravvissuto ha dovuto ricostruirsi da zero la vita, ha vissuto e in molti casi vive ancora senza un vero tetto sulla testa, in campi profughi. “Ci sono zone dove ognuno conosce qualcuno che ha perso tutto o che ha perso uno o più membri della famiglia. Lo tsunami rimarrà un segno nella memoria per molte comunità” ha affermato Pau Perez Sales, consulente dei programmi sulla salute mentale e psicosociale di Medici del Mondo-Spagna. Un segno nella memoria che chiede aiuto, assistenza e sostegno psicologico con programmi a lungo termine, superata l’emergenza, superata la fase di ricostruzione, quando tutto apparentemente sarà ritornato alla normalità.

Linea del treno distrutta dallo tsunami a Telwatte (Sri Lanka). Foto di Ishara Chickera.Raddoppiano i disturbi psicologici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), di fronte a una catastrofe, a un disastro come lo tsunami, il numero di persone che soffre di disturbi mentali lievi e moderati raddoppia, passando da una prevalenza intorno al 10 percento nella popolazione generale (in altre parole, una persona su dieci con difficoltà di tipo psicologico) a una del 20 percento. Se si considerano invece disturbi quali psicosi e depressioni gravi, i numeri salgono dal 2-3 percento al 3-4 percento. L’esperienza insegna dunque che i sopravvissuti hanno bisogno di aiuto non solo per ferite o malattie evidenti, non solo per ricostruire case o ristrutturare i sistemi idrici e fognari, ma anche per confrontarsi, nel tempo, con quanto è successo. Riferendosi alla sola popolazione dello Sri Lanka, secondo Daya Somasundaram, del Dipartimento di psichiatria dell’università di Jaffna del paese asiatico: “L’Oms ha stimato che il 50 percento della popolazione colpita può avere problemi, il 5-10 percento gravi, per i quali è necessario un trattamento. Uno studio (non dell’Oms) sui bambini ha riscontrato un disturbo post traumatico da stress nel 40 percento dei casi”. Secondo altri dati, le persone con disturbi psichici e bisognose di aiuto potrebbero essere ancora di più.

Detriti e distruzione portati dal maremoto. Foto di Ishara Chickera.Sostegno a lungo termine. La stessa impressione è stata colta da organizzazioni umanitarie accorse sul posto. Per esempio, in Indonesia, Medici senza frontiere (Msf) ha sin dall’inizio incluso negli interventi di aiuto il supporto psicologico: ancora oggi lo considera uno degli elementi più importanti su cui lavorare, tanto che tutti i programmi in atto comprendono la salute mentale.
In India,
segnala ancora Msf in una valutazione a distanza di sei mesi dal maremoto, si è data una rapida risposta alle emergenze mediche, grazie alla  mobilitazione del governo e delle comunità. Ma il settore più scoperto è stato proprio quello della salute mentale e dell’aiuto alle persone sofferenti per il trauma psicologico subito, per il quale Msf ha messo in atto progetti a lungo termine di supporto diretto alla popolazione e alle comunità e operatori locali.

Barche e case distrutte dallo tsunami. Foto di Ishara Chickera.In armonia con cultura e società. Bhava Nath Poudyal, esperto di salute mentale in Indonesia con l’International Catholic Migration Commission,  ha sottolineato come la maggior parte dei sopravvissuti, di fronte alla perdita dei propri cari, e dei mezzi di sostentamento, soffra d’ansia, soprattutto di notte, demoralizzazione e disturbi psicosomatici.  Ma questo bisogno di aiuto deve fare i conti con una realtà ben specifica, un suo modo di vivere la fatica psicologica, per capire il quale gli esperti locali sulla salute mentale giocano un ruolo importante: “In Sri Lanka, concetti come ‘salute mentale’ o ‘problemi psicologici’ non fanno parte del lessico della popolazione. Esprimono un disturbo emotivo attraverso il corpo, per esempio con mal di testa o dolori fisici" ha spiegato ancora Pau Perez Sales. L’intervento richiede dunque approcci diversi, integrati con il tessuto culturale e sociale del posto: “La religione ha avuto un ruolo decisivo nell’elaborazione culturale delle situazioni traumatiche...non necessariamente attraverso azioni pratiche, ma come matrice culturale che aiuta a comprendere il trauma”.

 

Valeria Confalonieri

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