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Sei mesi fa cinque milioni di persone hanno vissuto la tragedia dello
tsunami: hanno perso la vita, o i propri cari, o la casa. Chi
è sopravvissuto ha dovuto ricostruirsi da zero la vita, ha vissuto e
in molti casi vive ancora senza un vero tetto sulla testa, in campi
profughi. “Ci sono zone dove ognuno conosce qualcuno che ha perso tutto
o che ha perso uno o più membri della famiglia. Lo tsunami rimarrà un
segno nella memoria per molte comunità” ha affermato Pau Perez Sales,
consulente dei programmi sulla salute mentale e psicosociale di Medici
del Mondo-Spagna. Un segno nella memoria che chiede aiuto, assistenza e
sostegno psicologico con programmi a lungo termine, superata
l’emergenza, superata la fase di ricostruzione, quando tutto
apparentemente sarà ritornato alla normalità.
Raddoppiano i disturbi psicologici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), di fronte a una
catastrofe, a un disastro come lo tsunami, il numero di
persone che soffre di disturbi mentali lievi e moderati raddoppia, passando da
una prevalenza intorno al 10 percento nella
popolazione generale (in altre parole, una persona su dieci con difficoltà di
tipo
psicologico) a una del 20 percento. Se si considerano invece disturbi quali
psicosi e depressioni gravi, i numeri salgono dal 2-3 percento al 3-4 percento.
L’esperienza insegna dunque che i sopravvissuti hanno bisogno di aiuto
non solo per ferite o malattie evidenti, non solo per ricostruire case
o ristrutturare i sistemi idrici e fognari, ma anche per confrontarsi,
nel tempo, con quanto è successo. Riferendosi alla sola popolazione
dello Sri Lanka, secondo Daya Somasundaram, del Dipartimento di
psichiatria dell’università di Jaffna del paese asiatico: “L’Oms ha
stimato che il 50 percento della popolazione colpita può avere problemi, il 5-10
percento gravi, per i quali è
necessario un trattamento. Uno studio (non dell’Oms) sui bambini ha
riscontrato un disturbo post traumatico da stress nel 40 percento dei casi”.
Secondo altri dati, le persone con disturbi psichici e bisognose di aiuto
potrebbero essere ancora di più.
Sostegno a lungo termine. La stessa impressione è stata colta da organizzazioni umanitarie
accorse sul posto. Per esempio, in Indonesia, Medici senza frontiere
(Msf) ha sin dall’inizio incluso negli interventi di aiuto il supporto
psicologico: ancora oggi lo considera uno degli elementi più importanti
su cui lavorare, tanto che tutti i programmi in atto comprendono la
salute mentale.
In armonia con cultura e società. Bhava Nath Poudyal, esperto di salute mentale in Indonesia con
l’International Catholic Migration Commission, ha sottolineato
come la maggior parte dei sopravvissuti, di fronte alla perdita dei
propri cari, e dei mezzi di sostentamento, soffra d’ansia,
soprattutto di notte, demoralizzazione e disturbi psicosomatici.
Ma questo bisogno di aiuto deve fare i conti con una realtà ben
specifica, un suo modo di vivere la fatica psicologica, per capire il
quale gli esperti locali sulla salute mentale giocano un ruolo
importante: “In Sri Lanka, concetti come ‘salute mentale’ o ‘problemi
psicologici’ non fanno parte del lessico della popolazione. Esprimono
un disturbo emotivo attraverso il corpo, per esempio con mal di testa o
dolori fisici" ha spiegato ancora Pau Perez Sales. L’intervento richiede
dunque approcci diversi, integrati con il tessuto culturale e sociale
del posto: “La religione ha avuto un ruolo decisivo nell’elaborazione
culturale delle situazioni traumatiche...non necessariamente
attraverso azioni pratiche, ma come matrice culturale che aiuta a
comprendere il trauma”.
Valeria Confalonieri