13/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Maxi-risarcimento a parenti delle vittime: lo Stato non fu solo negligente, ma anche colpevole di occultamento della verità. I legali della difesa: “Fu missile, ora pressing su Francia e Stati Uniti. La Libia apra i suoi archivi”

Con una sentenza attesa a conclusione di un’istruttoria durata circa tre anni, il Tribunale civile di Palermo ha condannato i ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire un gruppo di famigliari delle vittime della strage di Ustica per un totale di oltre cento milioni di euro. Si tratta del più ingente indennizzo accordato ai parenti delle vittime dell’incidente avvenuto il 27 giugno di trentuno anni fa, quando un DC-9 della compagnia Itavia si inabissò nel mare a nord di Ustica, con 81 persone a bordo.

C’è da rallegrarsi per quei parenti – 81, per coincidenza, anche loro – che beneficeranno della decisione del Tribunale. Dal punto di vista giuridico, però, il fatto non rappresenta un’assoluta novità: già nel 2007 e nel 2010 lo stesso Tribunale aveva deliberato risarcimenti per gruppi minori di parenti – il primo di 980mila euro, e il secondo di oltre un milione di euro. Di fatto, motivò allora come ieri il Tribunale, lo Stato italiano, attraverso i suoi ministeri competenti, non ha saputo garantire la sicurezza del volo civile.

Ma non è tutto. Parte del risarcimento dovuto dai ministeri servirà a ripagare i famigliari delle vittime – ammesso che ciò sia possibile – dei gravi danni psicologici causati non solo dalla perdita ingiustificata dei propri cari, ma anche dal perdurante occultamento della verità messo in atto dai ministeri. La sentenza del Tribunale di Palermo, ed è per questo il punto rilevante, ha infatti giudicato i due dicasteri colpevoli anche “per l’occultamento della verità con depistaggi e distruzione di atti”. “Il risultato della vicenda processuale – hanno spiegato i legali della difesa – rende giustizia per l’ultra trentennale tortura della goccia che i parenti delle vittime hanno dovuto subire ogni giorno della loro vita, anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato”.

Ne è un esempio un documento rinvenuto poco tempo fa nell’archivio di Bettino Craxi, in cui il responsabile dell’inchiesta ministeriale sull’incidente, Carlo Luzzatti, metteva in guardia il ministro dei Trasporti, spiegandogli che l’indirizzo delle indagini doveva tenere conto, letteralmente, “delle ripercussioni che i risultati di tali indagini potrebbero avere su interessi superiori del Paese”.

L’altro dato importante della sentenza di ieri è che conferma, rafforzandolo, l’esito della sentenza ordinanza depositata nel 1999 dal giudice istruttore Rosario Priore: ad abbattere il DC-9 fu un missile, lanciato in uno scenario di guerra aerea in cui l’aereo civile dell’Itavia non doveva trovarsi.
Esaminando gli elementi probatori già emersi nel procedimento penale, il Tribunale civile di Palermo ha infatti riconosciuto la validità di quella ricostruzione. “È una sentenza fondamentale – ha commentato la presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage, Daria Bonfietti – perché ribadisce che l’aereo dell’Itavia è stato abbattuto nel corso di una battaglia aerea”.

La sentenza di ieri potrebbe aprire nuovi percorsi per la ricerca della verità. Secondo i legali della difesa, il missile che colpì il DC-9 era di nazionalità francese o statunitense. Gli avvocati auspicano perciò che “chi di dovere, nell’ambito delle proprie attribuzioni parlamentari, avvii ogni opportuna, ed a questo punto indefettibile, azione nei confronti della Francia e degli Stati Uniti affinché sia finalmente ammessa, dopo più di un trentennio, la responsabilità per il gravissimo attentato”.

Altro paese implicato, la Libia. La caduta del regime di Gheddafi e la forte discontinuità politica in atto potrebbe aprire ulteriori piste di indagine. I legali dei parenti delle vittime hanno auspicato che all’Italia venga consentito accesso diretto e senza alcuna manomissione altrui agli archivi dei servizi di intelligence libici, tra i quali si ha ragione di ritenere si trovino documenti rilevanti sul fatto.

Con la sentenza del Tribunale civile di Palermo, per la prima volta vengono sollevate le responsabilità politiche. Non è ancora il processo sulla strage di Ustica, ma quello sui depistaggi e sulle omissioni. Tuttavia, adesso è sempre più isolata la voce di chi continua a fantasticare sull’esplosione del DC-9 a causa di una bomba collocata all’interno dell’aereo. Resta solo il sottosegretario Carlo Giovanardi a brandire l’unica perizia a sostegno della tesi della bomba, firmata peraltro da Aurelio Misiti, sottosegretario ai Trasporti nominato nel maggio scorso tra le fila dei responsabili. Una perizia, la sua, che in sede di Cassazione venne smontata in quanto affetta da “tali vizi di carattere logico” da renderla “inutilizzabile”. La bomba sarebbe deflagrata, secondo Misiti, nella toilette dell’aereo. Non si è mai riusciti a capire, però, come mai il water sia pressoché l’unico reperto ad essere stato recuperato intatto. Inoltre, vi è una recente rivelazione targata Wilileaks: nel 2003, Giovanardi avrebbe spiegato agli americani si stare cercando di “mettere a tacere la vecchia questione Ustica” in parlamento. Il sottosegretario nega. Ma la sua credibilità si sgretola come un castello di sabbia di fronte all’ennesima verità processuale.


Cora Ranci

Parole chiave: ustica, risarcimento, missile, Libia
Categoria: Diritti, Politica, Storia, Armi
Luogo: Italia