24/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Cala negli Usa il sostegno al presidente e alla guerra
Scritto per noi da
Matteo Colombi 
 
Controllando il sito Polling Report, si possono ordinare in sequenza cronologica i risultati di vari sondaggi di opinione. Sul conflitto in Iraq vi sono svariate tipologie di domande poste dai più grandi centri di sondaggio, e soprattutto, le stesse domande sono state utilizzate lungo l’intero arco del conflitto in Iraq, ed in alcuni casi, anche durante la preparazione delle ostilità.

Quello che emerge dagli ultimi dati, come riportato sulla stampa, è che la fiducia nel Presidente Bush sull’economia così come sugli affari esteri ha subito una flessione notevole, ed oltre il 50 percento della popolazione vede negativamente le conseguenze del conflitto. Tutti i sondaggi registrano questa erosione progressiva di fiducia nel successo statunitense in Iraq, ed addirittura nel Governo che ha gestito tale conflitto.

Mi soffermo qui su una domanda ripetuta in tutto l’arco che va dalla preparazione della guerra al presente. La domanda, posta ai primi di giugno dalla Gallup, recita:

"All in all, do you think it was worth going to war in Iraq, or not?"
From 6/03-12/03:"All in all, do you think the situation in Iraq was worth going to war over, or not?"
Wording prior to 6/03:"All in all, do you think the current situation in Iraq is worth going to war over, or not?"

Si può tradurre grosso modo così (tenendo conto che il modo di porre una domanda spesso altera almeno in parte il tipo di risposta): “tutto sommato, lei crede che sia valsa la pena andare in guerra in Iraq, si o no?” Tra il giugno e il dicembre 2003 la domanda era: “tutto sommato, lei crede che la situazione in Iraq valesse la pena di andare in guerra?” Prima del giugno 2003 la domanda fatta era posta così: “tutto sommato, lei crede che la situazione attuale in Iraq valga una guerra?”

In italiano una considerazione utilitaria ci chiede di paragonare ‘la pena’ al ‘guadagno’; in inglese la stessa idea e’messa in positivo, chiedendo se la guerra “avesse sufficiente valore” (was it worth it?). Questa è un’ottima domanda, perchè non chiede un giudizio sui fatti, e perchè rivela la realtà ultima del militarismo statunitense: in gioco non vi è la sopravvivenza, ma piuttosto la convenienza per il Paese, per gli individui, i gruppi e le famiglie. Poco importa in base a quali fatti e con quale metrica si decida se la guerra conviene. E’ la nozione dell’utilità della guerra che rivela a fondo che cos’è la guerra negli Stati Uniti, qual è il suo ruolo culturale, qual è il suo spazio. L’élite imperiale infatti si è divisa sulla questione dell’opportunità e della convenienza di una guerra all”Iraq, portando alcuni a contestare i tempi o le modalità scelte, ma non la prerogativa di lanciare una aggressione militare contro un paese incapace di contendere. L’idea che, se conveniente ma non cruciale, sia comunque lecito ammazzare è l’asse portante di qualsiasi politica di potenza; ed il popolo statunitense è intriso di questa cultura.

Sebbene il pubblico sia spesso disinformato intenzionalmente, e sebbene sia distratto, non lo si può ridurre solamente a ruolo di vittima sedotta da malintenzionati. Nessuna imbarcazione irachena piena di soldati, nessun areo bombardiere, nessun missile potevano raggiungerci, e di fatti quando la guerra è scoppiata nessuno è scappato in campagna, nessuno si è sprofondato in un qualche bunker sotterraneo, tutti si sono incollati alla televisione. La guerra noi la facciamo agli altri, dal cielo, dal mare, da terra, dallo spazio. E poi la guardiamo in tv, e la giochiamo al computer.

Una lettura attenta dei dati infatti rivela due cose. Che il sostegno alla guerra in Iraq è stato massiccio durante la preparazione delle ostilità, e che in seguito, durante la veloce presa di Baghdad e la conquista che presagiva una rapida chiusura delle ostilità, il numero di persone che hanno trovato utile la guerra è aumentato ulteriormente. Mentre piovevano le bombe su Baghdad gli interpellati si felicitavano per l’impressionante capacità di dominio del proprio paese, o non se la sentivano di dichiararsi contro. Il secondo fatto è che ci è voluto un notevole lasso di tempo per logorare il consenso all’aggressione contro l’Iraq. Le bugie, ormai divenute ovvie, hanno in parte intaccato il consenso e la credibilità del governo, ma la verità è che una vittoria veloce sarebbe stata comunque la benvenuta. Solo la continuazione delle ostilità a causa di una tenace e violenta guerriglia, altera, col senno di poi le considerazioni di utilità.
 
Categoria: Guerra, Pace
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