Scritto per noi da
Matteo Colombi
Controllando il sito
Polling Report, si possono ordinare in sequenza cronologica i risultati di vari sondaggi di
opinione. Sul conflitto in Iraq vi sono svariate tipologie di domande poste dai
più grandi centri di sondaggio, e soprattutto, le stesse domande sono state utilizzate
lungo l’intero arco del conflitto in Iraq, ed in alcuni casi, anche durante la
preparazione delle ostilità.
Quello che emerge dagli ultimi dati, come riportato sulla stampa, è che la fiducia
nel Presidente Bush sull’economia così come sugli affari esteri ha subito una
flessione notevole, ed oltre il 50 percento della popolazione vede negativamente
le conseguenze del conflitto. Tutti i sondaggi registrano questa erosione progressiva
di fiducia nel successo statunitense in Iraq, ed addirittura nel Governo che ha
gestito tale conflitto.
Mi soffermo qui su una domanda ripetuta in tutto l’arco che va dalla preparazione
della guerra al presente. La domanda, posta ai primi di giugno dalla Gallup, recita:
"All in all, do you think it was worth going to war in Iraq, or not?"
From 6/03-12/03:"All in all, do you think the situation in Iraq was worth going
to war over, or not?"
Wording prior to 6/03:"All in all, do you think the current situation in Iraq
is worth going to war over, or not?"
Si può tradurre grosso modo così (tenendo conto che il modo di porre una domanda
spesso altera almeno in parte il tipo di risposta): “tutto sommato, lei crede
che sia valsa la pena andare in guerra in Iraq, si o no?” Tra il giugno e il dicembre
2003 la domanda era: “tutto sommato, lei crede che la situazione in Iraq valesse
la pena di andare in guerra?” Prima del giugno 2003 la domanda fatta era posta
così: “tutto sommato, lei crede che la situazione attuale in Iraq valga una guerra?”
In italiano una considerazione utilitaria ci chiede di paragonare ‘la pena’ al
‘guadagno’; in inglese la stessa idea e’messa in positivo, chiedendo se la guerra
“avesse sufficiente valore” (was it worth it?). Questa è un’ottima domanda, perchè
non chiede un giudizio sui fatti, e perchè rivela la realtà ultima del militarismo
statunitense: in gioco non vi è la sopravvivenza, ma piuttosto la convenienza
per il Paese, per gli individui, i gruppi e le famiglie. Poco importa in base
a quali fatti e con quale metrica si decida se la guerra conviene. E’ la nozione
dell’utilità della guerra che rivela a fondo che cos’è la guerra negli Stati Uniti,
qual è il suo ruolo culturale, qual è il suo spazio. L’élite imperiale infatti
si è divisa sulla questione dell’opportunità e della convenienza di una guerra
all”Iraq, portando alcuni a contestare i tempi o le modalità scelte, ma non la
prerogativa di lanciare una aggressione militare contro un paese incapace di contendere.
L’idea che, se conveniente ma non cruciale, sia comunque lecito ammazzare è l’asse
portante di qualsiasi politica di potenza; ed il popolo statunitense è intriso
di questa cultura.
Sebbene il pubblico sia spesso disinformato intenzionalmente, e sebbene sia distratto,
non lo si può ridurre solamente a ruolo di vittima sedotta da malintenzionati.
Nessuna imbarcazione irachena piena di soldati, nessun areo bombardiere, nessun
missile potevano raggiungerci, e di fatti quando la guerra è scoppiata nessuno
è scappato in campagna, nessuno si è sprofondato in un qualche bunker sotterraneo,
tutti si sono incollati alla televisione. La guerra noi la facciamo agli altri,
dal cielo, dal mare, da terra, dallo spazio. E poi la guardiamo in tv, e la giochiamo
al computer.
Una lettura attenta dei dati infatti rivela due cose. Che il sostegno alla guerra
in Iraq è stato massiccio durante la preparazione delle ostilità, e che in seguito,
durante la veloce presa di Baghdad e la conquista che presagiva una rapida chiusura
delle ostilità, il numero di persone che hanno trovato utile la guerra è aumentato
ulteriormente. Mentre piovevano le bombe su Baghdad gli interpellati si felicitavano
per l’impressionante capacità di dominio del proprio paese, o non se la sentivano
di dichiararsi contro. Il secondo fatto è che ci è voluto un notevole lasso di
tempo per logorare il consenso all’aggressione contro l’Iraq. Le bugie, ormai
divenute ovvie, hanno in parte intaccato il consenso e la credibilità del governo,
ma la verità è che una vittoria veloce sarebbe stata comunque la benvenuta. Solo
la continuazione delle ostilità a causa di una tenace e violenta guerriglia, altera,
col senno di poi le considerazioni di utilità.