Dopo quarantacinque minuti di volo, sbattuto a destra e a sinistra da un vento
che non dà tregua, un piccolo aereo a elica, partito da Port au Prince, capitale
di Haiti, atterra su una pista in terra battuta che ha un sapore d’altri tempi.
Non esiste un aeroporto. Tutto è lasciato al caso. Siamo arrivati a Port de Paix:
l’inferno, in un paradiso.

Decine di bambini dai grandi occhi tristi si accalcano ai bordi del velivolo
(se così lo possiamo chiamare) per vedere chi è arrivato. Due ali, due eliche,
una piccola fusoliera, i bagagli accatastati nella coda senza la benché minima
sicurezza per i viaggiatori. Questo è un aereo haitiano. Una mamma, con i due
figli piccoli in braccio, si alza e scende dopo aver viaggiato seduta a terra
fra un sedile e l’altro.
Questo è l’unico mezzo di trasporto, dopo il passaggio dell’uragano Jeanne, che
dalla capitale Port au Prince raggiunge queste zone impervie nel nord dell’isola.
“Blan, Blan” (letteralmente ‘bianco’, tipica espressione haitiana) gridano i
bimbi, che corrono dai passeggeri nella speranza di raccattare qualche soldo da
portare a casa. Qui a Port au Paix non c’è niente. Anzi, è più corretto dire che
il niente è tutto quello che c’è a Port de Paix.

La polvere, alzata dalle eliche dell’aereo, va a imbiancare le bancarelle di
frutta del mercatino improvvisato che delimita la pista di atterraggio. Un rigagnolo
di fogna a cielo aperto viene utilizzato dalle galline e dai piccioni per dissetarsi,
dai bambini per giocare.
“Blan, dammi un dollaro americano” dice John, diciassette anni, tanta voglia
di andare via da questo inferno, ma che non sa né leggere né scrivere. “Vedi in
che situazione viviamo? Dammi un dollaro. Mi serve per mangiare”, dice con una
voce forte, dal timbro molto alto, in un francese stentato. “Parli creolo?” chiede.
“Se non parli creolo, posso aiutarti io ad andare in giro per la città. Sai, qui
voi bianchi non siete ben visti”.

Port de Paix è una cittadina-baraccopoli che si trova nel nord di Haiti di fronte
alla famosa isola della Tortuga, conosciuta per le storie fantastiche dei bucanieri
che qui avevano il loro covo e nascondevano i loro tesori.
E’ una località dimenticata da Dio, Port de Paix. Abbandonata al suo triste destino.
L’amministrazione comunale latita e la situazione sociale peggiora di giorno in
giorno. La missione di pace organizzata dalle Nazioni Unite (inviata per contrastare
l’ondata di violenze che sono seguite alla cacciata di Aristide) , la Minustah,
qui proprio non si vede, anche se dovrebbe esserci.

La rete fognaria a cielo aperto complica tutto, a cominciare dai più piccoli
spostamenti a piedi. Le strade asfaltate non esistono. Ci sono solo dei sentieri
con mille buche, molto profonde e pericolosissime, che gli haitiani affrontano
con assoluta naturalezza, sia a piedi che con i pochi
pick-up a loro disposizione. Ai bordi dei sentieri macerie, immondizia, maiali che mangiano,
galline che passeggiano e decine e decine di bambini che, come se niente fosse,
giocano lì.
Gli adulti, in maggioranza, stanno seduti ai bordi dei viottoli in attesa di
chissà che. Il lavoro a Port de Paix non c’è. Ad Haiti, su una popolazione di
circa dieci milioni di abitanti (non esiste l’ufficio anagrafe, quindi i dati
sono piuttosto parziali) soltanto duecentomila persone circa hanno un lavoro regolarmente
stipendiato. La presenza di volontari stranieri che operano negli ospedali e negli
orfanotrofi è abbastanza bassa ma essenziale.
Le scuole a Port de Paix, e più in generale in tutta la nazione, sono poche
e dovrebbero essere gratuite dai sette ai tredici anni. Ma la maggior parte delle
famiglie non possono permettersi di comprare i libri, carissimi e spesso introvabili,
e le divise per i bambini. Anche per questo, oltre che per la mancanza di insegnanti,
gli istituti non sono molto frequentati, anzi per lo più sono vuoti.

Eppure la zona intorno a Port au Paix è di una bellezza assoluta, bagnata dalle
acque cristalline del mar dei Carabi e ricolma di zone dove la natura è incontaminata
e dove gli alberi del pane, di mango, di cocco e di banane non mancano, nonostante
la deforestazione selvaggia che ha sempre fatto parte della storia di Haiti. La
vita viene scandita al tempo di musica, presente in ogni dove: ingoia le tragedie
quotidiane ed elargisce briciole di felicità.
La rivolta, servita per mandare via il presidente Jean Bertrande Aristide e non
ancora del tutto placata, ha lasciato il segno in questo angolo di Haiti.
“Il nostro non è un paese povero” racconta senza crederci veramente neanche lui,
il vescovo di Port de Paix, Monsignor Pierre Antoine Paulo, che incontriamo nel
centro lasalliano della città. “Haiti non è povera. E’ stata impoverita. Innanzitutto
dai suoi stessi figli, che si sono fronteggiati con violenza inaudita in guerre
fratricide assurde. Credo che poche nazioni al mondo abbiano avuto tanti presidenti
(e violenti dittatori) come noi. Anche da questo dipende il nostro continuo isolamento.
Haiti è un inferno. E’ la fogna dei Caraibi, e forse anche dell’intero continente
latino-americano. E i paesi a noi vicini non fanno nulla per aiutarci. Talvolta
mi viene da pensare che faccia comodo lasciare questo popolo nel più completo
isolamento”.
Continua il suo racconto: “I miei concittadini avevano molta fiducia in padre
Jean Bertrande Aristide, che nel 1988 aveva ottenuto un’elezione plebiscitaria.
Ma, col tempo, lui li ha delusi tutti. Soprattutto dopo che ha represso nel sangue
la protesta degli studenti della facoltà di chimica. A quel punto gli haitiani
hanno perso ogni speranza. Alla fine è stato meglio che se ne sia andato”.

Monsignor Pierre Antoine Paulo è una figura di spicco ad Haiti e durante la rivolta
di inizio 2004 ha affrontato i guerriglieri a muso duro, ma con intelligenza.
“Qui tutto è assurdo. Siamo stati fortunati a non essere entrati in pieno nel
vortice delle manifestazioni pro e contro Aristide. I gruppi armati, che so essere
stati aiutati ad armarsi dalla Cia americana, e che si trovavano nella zona, sono
stati affrontati facendo loro credere di avere il controllo della città, ma in
sostanza facendo in modo di lasciarli lontani dalle faccende politiche ed economiche
cittadine. Gli haitiani, purtroppo, sono abituati ad usare le armi e meno il cervello”.
Dunque i figli di Dessalines, il leggendario rivoluzionario haitiano che diede
il via all’insurrezione contro i francesi, nel novembre del 1803, dovranno imparare
e lavorare ancora molto.
Nonostante i diffusissimi giudizi negativi sulla nazione, a dispetto della mancanza
totale di infrastrutture che rende la vita veramente impossibile, malgrado la
miseria estrema, gli haitiani hanno un forte il senso della propria dignità.
Adesso tocca proprio a loro il compito più difficile: traghettare il paese fuori
dalla crisi politica ed economica. Uragani permettendo.