Io vengo da un paese che è in guerra, e che è stato in guerra quasi ininterrottamente
dalla fine della seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti non sono stati invasi
per quasi duecento anni, dal 1812, ma hanno invaso altri paesi, più e più volte,
come stanno facendo in questo momento in Iraq, e per questo io provo vergogna.
Il mondo è stato in guerra, più e più volte in tutto il ventesimo secolo.
Ecco qui un nuovo secolo, e ancora non siamo riusciti a liberarci dell'orrore
della guerra. Per questo motivo, dovremmo tutti vergognarci.
Questa vergogna non dovrebbe paralizzarci. Dovrebbe spingerci ad agire.
Voglio parlare della persistenza della guerra, e suggerire che cosa siamo in
grado
di fare. Naturalmente possiamo provare ad aiutare le vittime di guerra, come fa
Emergency, così eroicamente. Emergency si è presa cura di un milione di pazienti
negli ultimi dieci anni, salvando la vita di innumerevoli bambini.
Ma, come scrive
Gino Strada nelle pagine finali del suo libro “Pappagalli verdi”, il nostro impegno
deve andare oltre l'aiuto alle vittime di guerra, per abolire la guerra stessa.
Egli pone questa domanda: “E' così mostruoso pensare che si possano costruire relazioni
umane basate sull'uguaglianza, sulla giustizia sociale, sulla solidarietà? E'
così mostruoso pensare di costruire relazioni da cui sia escluso, di comune accordo,
l'uso della violenza, del terrorismo, della guerra?”
Perciò, pensiamo insieme a questa possibilità.
Dobbiamo riconoscere che per abolire la guerra non possiamo affidarci ai governi
del mondo, perchè loro, e gli interessi economici che rappresentano, dalla guerra
traggono beneficio. Di conseguenza noi, il popolo del mondo, dobbiamo raccogliere
la sfida.
E sebbene non comandiamo eserciti, sebbene non disponiamo di grandi
ricchezze, c'è un fattore cruciale che ci dà enorme potere: i governi del mondo
non possono fare una guerra senza la partecipazione del popolo.
Albert Einstein aveva capito questo semplice
fatto. Disgustato dalla carneficina della prima guerra mondiale, quando
dieci milioni di persone caddero sui campi di battaglia d'Europa,
Einstein disse: "Le guerre finiranno quando gli uomini si rifiuteranno
di combattere".
Questa è la nostra sfida: portare il mondo al
punto in cui gli uomini si rifiuteranno di combattere, e i governi non avranno
alcun appoggio per dichiarare guerra.
Questo è utopico? Impossibile? E' solo un sogno?
Gli uomini vanno in guerra perchè fa parte della natura umana?
Se così fosse, dovremmo pensare che sia impossibile liberarsi della guerra.
Ma non ci sono prove, in biologia, psicologia o antropologia, di un naturale istinto
per la guerra.
Se fosse così, vedremmo uno spontaneo slancio verso la guerra di masse entusiaste.
Quel che vediamo, invece, è molto diverso: i governi devono fare enormi sforzi
per spingere la gente in guerra.
Devono allettare i soldati con promesse di
denaro e terra. Devono promettere che riceveranno un'educazione, che acquisiranno
delle abilità.
E se questi allettamenti non bastano, devono usare la forza.
I governi devono coscrivere i giovani, costringerli al servizio
militare, minacciarli di arresto se non collaborano.
Ma l'arma più potente dei governi è quella della
propaganda, dell'ideologia.
Bisogna convincere i giovani e le loro famiglie che, sebbene possano morire,
perdere
braccia o gambe, o diventare ciechi, quel che fanno è per il bene comune, per
una nobile causa, per la democrazia, la libertà, per Dio, per la Patria.
I Crociati del Medio Evo combattevano per Cristo. Le truppe d'assalto naziste
avevano la scritta “Gott mit uns”, Dio è con noi, sul cinturone.
Oggi, se si chiede ai giovani americani perchè vogliono andare in Iraq, loro
risponderanno:
“Devo qualcosa alla mia Patria”.
Dio, la libertà, la democrazia, la Patria. Tutti esempi di quel che il grande
romanziere Kurt Vonnegut chiama “granfaloons”: vuote astrazioni, senza significato, che hanno poco a che fare con gli esseri
umani.
L'idea che dobbiamo qualcosa alla nostra patria risale a Platone, che mette in
bocca a Socrate l'idea che il cittadino abbia un obbligo verso lo Stato, e che
lo Stato sia da riverire più della madre e del padre.
Egli dice: ”In guerra, e in
tribunale, e in ogni luogo, devi fare qualsiasi cosa il tuo stato e la tua Patria
ti
dicano di fare, oppure devi persuaderli che i loro ordini sono ingiusti". Non
c'è
uguaglianza qui: i cittadini possano usare la persuasione, non di più.
Lo Stato
può usare la forza.
L'idea di obbedienza allo stato è nell'essenza del totalitarismo. E
la troviamo non solo nell'Italia di Mussolini, nella Germania di
Hitler, nell'Unione Sovietica di Stalin, ma anche nei cosiddetti pasei
democratici, come gli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti, ogni anno alla fine di maggio, celebriamo il Memorial Day, dedicato al ricordo di chi è morto nelle guerre nazionali. E' un giorno in
cui
si suonano le trombe, si dispiegano le bandiere, e si sentono i politici e gli
editorialisti ripetere all'infinito: “Hanno dato la vita per il nostro paese”.
C'è una duplice menzogna in questa breve frase.
Primo, quelli che sono morti in guerra
non hanno dato la vita: la vita è stata tolta loro dai politici che li hanno
mandati in guerra, politici che oggi si inchinano al Memorial Day.
Secondo, non hanno dato la vita per “il loro paese”, ma per il
governo - nel caso odierno per Bush, Cheney, Rumsfeld e i dirigenti di Halliburton e Betchel: tutta gente che trae profitti, sia finanziari che politici, dall'azione militare
che ha ucciso finora 1700 americani e innumerevoli iracheni.
No, non sono morti per il loro paese. La gente comune, quella che il paese lo
costruisce, non trae beneficio dal sangue versato in Iraq.
Quando nacquero gli Stati Uniti, in rivolta contro la dominazione inglese, adottarono la Dichiarazione di Indipendenza,
che stabilisce il principio fondamentale di una democrazia: c'è una differenza
tra il paese e il popolo da una parte, e il governo dall'altra. Il governo è una
creazione artificiale, istituita dal popolo per difendere l'uguale diritto di
ognuno alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità.
E quando il governo
non adempie al proprio compito, è diritto del popolo, nelle parole della Dichiarazione
di Indipendenza, “modificare o abolire” il governo.
In altre parole, quando il governo agisce contro la vita, la libertà, la ricerca
della felicità, la disobbedienza diventa un principio necessario della
democrazia.
Se teniamo alla democrazia, dobbiamo ricordare ai giovani questo
principio, specialmente quando sono chiamati in guerra.
Le persone hanno naturalmente l'istinto di conservare la vita, di avere cura
del prossimo. E per questo i governi devono usare tutti gli strumenti possibili
– la corruzione, la propaganda e la coercizione – per convincere una nazione
che deve andare alla guerra, contro gli istinti naturali.
Quando il governo degli Stati Uniti decise, nel 1917, intervenire nella
carneficina che si stava svolgendo in Europa, non trovò una popolazione
bramosa di guerra.
Woodrow Wilson, che correva per la presidenza nel 1916, promise che gli Stati
Uniti sarebbero
rimasti neutrali.
Ma i legami economici con l'Inghilterra, gli enormi prestiti dei banchieri americani
all'Inghilterra che sarebbero stati messi a repentaglio da una sconfitta,
spinsero Wilson, dopo la sua elezione, a chiedere al Congresso di dichiarare guerra
alla Germania.
Il popolo americano non corse a sostenere la guerra.
Servivano un milione di uomini, ma nelle sei settimane successive alla dichiarazione
di del Congresso solo 73.000 persone si offrirono volontarie.
Perciò il governo ricorse alla coercizione. Istituì la coscrizione obbligatoria,
e i giovani
furono costretti ad entrare nell'esercito sotto la minaccia di arresto. Ma la
coercizione non sarebbe stata efficace se la nazione non avesse potuto essere
persuasa che questa era una guerra giusta, una guerra, come disse il presidente
Wilson, “per porre fine a tutte le guerre”, una guerra ”per rendere il mondo sicuro
per la democrazia”.
Il governo lanciò la campagna di propaganda più massiccia della storia per convincere
il popolo americano che valeva la pena di combattere in Europa, anche se significava
sacrificare le vite dei loro figli, dei loro fratelli, dei loro mariti.
Fu istituita
una commissione di informazione pubblica, che inviò 75.000 oratori in giro per
il paese, a sostenere 750.000 discorsi in cinquemila città e paesi americani.
L'opposizione alla guerra era largamente diffusa. Il Partito Socialista, che all'epoca era una forza importante nella vita americana,
immediatamente definì la dichiarazione di guerra “un crimine contro il popolo
americano”. Ci furono raduni contro la guerra in tutto il paese, e atti di resistenza
contro la chiamata alle armi.
Nella città di New York, dei primi cento uomini
coscritti per il servizio militare, novanta chiesero l'esonero. In Florida, due
braccianti agricoli neri andarono nei boschi con un fucile e si mutilarono per
evitare la coscrizione.
Centinaia di migliaia di uomini evitarono la chiamata
alle armi.
Il governo usò tutti i suoi poteri per sopprimere l'opposizione.
Approvò un “atto
sullo spionaggio” che rese un reato lo scoraggiare l'arruolamento. Duemila persone
furono perseguite in base a questo decreto, e un migliaio furono mandate in prigione,
incluso
il leader del Partito Socialista Eugene Debs.
Ma quando la guerra finì, nel 1918, il suo orrore entrò lentamente nella consapevolezza della gente di tutto il
mondo. Sui campi di battaglia d'Europa erano morti dieci milioni di uomini. In
una delle prime battaglie ci furono 500.000 vittime da entrambe le
parti. Nei primi tre mesi di guerra, quasi tutto esercito inglese originario
fu spazzato via. Le battaglie si combattevano su poche centinaia di metri di terreno,
lasciando la terra disseminata di cadaveri.
Dopo la guerra, con venti milioni di feriti, con i veterani affetti da psicosi
traumatica, visibili ovunque, senza braccia o gambe, o ciechi, visibli ovunque,
cominciò ad emergere il quadro completo.
Si scrissero molti libri intrisi di disillusione.
Erich Maria Remarque scrisse che, mentre gli uomini venivano fatti a pezzi a
migliaia
dai fucili e dalle bombe, i dispacci ufficiali dicevano al popolo tedesco a casa
“Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Furono pubblicati gli amari poemi di
guerra di Wilfred Owen, che combattè e morì nell'esercito inglese.
Ernest Hemingway
scrisse “Addio alle armi”.
L'idea di una guerra giusta, una guerra buona, una guerra per la democrazia, per la libertà, una guerra
per porre fine a tutte le guerre, sembrava nel 1918 completamente screditata.
La guerra si era rivelata in tutto il suo orrore e nessuno avrebbe potuto indicare
alcunchè di positivo che fosse derivato dal sacrificio di tutti quegli esseri
umani.
In tutto il mondo, sempre più persone riconobbero che la Grande Guerra del 1914-1918
che doveva essere una guerra contro la tirannia del Kaiser tedesco, una guerra,
come l'aveva definita Wilson, “per rendere il mondo un posto sicuro per la democrazia”,
era stata in realtà una lotta tra potenze imperiali, al prezzo di milioni di giovani
vite. Senza dubbio, la generale avversione alla guerra era sufficientemente intensa
da portare sesantadue nazioni alla firma del patto Briand-Kellogg, che dichiarò
che la guerra non poteva essere accettata come “uno strumento di politica nazionale”.
Ma già il fascismo era in marcia in Europa. Il primo segnale di questa aggressività nei confronti degli altri stati fu il
bombardamento e la conquista italiana dell'Etiopia nel 1935. Hitler era allora
al potere in Germania, e presto avrebbe annesso l'Austria.
Hitler e Mussolini insieme permisero a Franco di prendere il potere in Spagna,
poi i Nazisti marciarono sulla Cecoslovacchia nel 1938, invasero la Polonia nel
settembre 1939, ed era cominciata la seconda guerra mondiale.
A questo punto l'idea della guerra giusta, la guerra buona, ricevette il suo
più potente sostegno. Niente sarebbe stato più giustificabile di una guerra contro
il fascismo, che stava implacabilmente annientando il dissenso in patria, e invadendo
altri paesi, mentre proclamava teorie di supremazia razziale e promuoveva uno
spirito di arroganza nazionalistica.
Quando il Giappone, che stava commettendo atrocità in Cina, si alleò con l'Italia
e la Germania e poi attaccò la flotta americana a Pearl Harbor, tutto sembrò chiaro: si trattava della lotta dei paesi democratici contro i
paesi fascisti.
Vorrei dirvi qualcosa di me, perchè io sono cresciuto negli anni '30, e vorrei dirvi come la mia personale
idea di guerra sia cambiata negli anni. Da ragazzo, negli Stati Uniti, leggevo
racconti di avventura sulla prima guerra mondiale che era rappresentata come una
storia di eroismo militare e di cameratismo. Era una guerra pulita e gloriosa,
senza morte o sofferenza.
Questa visione romantica della guerra svanì completamente quando, a diciott'anni,
lessi il libro di uno sceneggiatore di Hollywood che si chiama Dalton Trumbo. Anni dopo sarebbe stato imprigionato per
aver rifiutato
di parlare delle sue affiliazioni politiche davanti a una commisione del Congresso.
Il libro di Trumbo si intitola E Johnny prese il fucile.
Scritto alcuni anni dopo la Prima Guerra Mondiale, questo è forse il più sconvolgente
racconto contro la guerra che sia mai stato scritto.
Ecco la guerra nel suo estremo orrore. Su un campo di battaglia della prima guerra mondiale viene trovato un pezzo di
carne in uniforme americana, senza gambe, senza braccia, senza faccia, cieco,
sordo, incapace di parlare, ma ancora vivo, con il cuore che batte, il cervello
che funziona, capace di pensare al passato, valutare la sua condizione, e chiedersi
se sarà mai in grado di comunicare con il mondo là fuori.
Per lui la retorica dei politici che l'hanno mandato in guerra - il linguaggio
della libertà, della democrazia, del patriottismo - è il culmine dell'ipocrisia.
Johnny è un tronco d'uomo muto e pensante in un letto di ospedale, ma trova
il modo per comunicare con una gentile infermiera, e quando una delegazione di
ufficiali in visita va ad appuntargli una medaglia sul petto, egli batte un messaggio.
Dice: ”Portatemi nei luoghi di lavoro, nelle scuole, mostratemi ai bambini e agli
studenti del college, fate vedere loro che cos'è la guerra. Portatemi dove ci
sono i parlamenti e i congressi e le riunioni degli statisti. Voglio essere lì
quando parlano di onore e giustizia e di rendere il mondo un posto sicuro per
la democrazia”.
Quel romanzo, E Johnny prese il fucile, ebbe su di me un effetto devastante. Mi lasciò con un profondo disgusto della
guerra. Disgusto rinforzato dalla coscienza di classe, che derivava dall'essere
cresciuto in una famiglia povera della classe operaia.
Ero d'accordo con il giudizio
del biografo romano Plutarco, che diceva: ”I poveri vanno in guerra a combattere
e morire per le delizie, le ricchezze e il superfluo degli altri”.
Ero d'accordo con
il leader socialista Eugene Debs, che disse nel 1917 ad una folla di americani: ”La guerre lungo tutto l'arco
della storia sono state condotte per la conquista e il saccheggio. La classe dominante
ha sempre dichiarato le guerre, il popolo ha sempre combattuto le battaglie”.
E tuttavia, all'inizio del 1943, mi arruolai volontario nell'aviazione.
I bombardamenti erano quotidiani, giorno e notte, in Europa. Io volevo dare il
mio contributo alla sconfitta del fascismo.
Sì, avevo imparato ad odiare la guerra.
Ma questa guerra, pensavo, non era per il profitto o per l'impero, era una guerra di popolo,
una guerra conto l'indicibile brutalità del fascismo.
Avevo letto del fascismo italiano in un libro su Mussolini scritto dal giornalista
George Seldes, intitolato “Sawdust Caesar”. Fui colpito dal suo ritratto del socialista Matteotti, che alla Camera dei
deputati italiana denunciava l'instaurazione di una dittatura.
Le camicie nere
del partito di Mussolini una mattina presero Matteotti fuori da casa sua e lo
uccisero.
Quello era il fascismo.
L'Italia di Mussolini, cercando di restaurare la gloria del vecchio impero romano,
invase l'Etiopia. L'esercito di quel paese poverissimo provò a combattere con
moschetti e lance contro un esercito, quello italiano, armato con le più moderne
armi
dell'epoca.
E con un'aviazione che bombardò città e villaggi. Fu una carneficina.
Avevo tredici anni all'epoca, ed ero solo vagamente consapevole di quello che
c'era sui titoli dei giornali: “Gli aereoplani italiani bombardano Addis Abeba”.
Solo più tardi lessi dell'ascesa di Hitler, degli attacchi contro gli Ebrei,
dei pestaggi e degli omicidi degli oppositori, della retorica di quell'ometto
con i baffi, degli enormi raduni dei tedeschi, isterici, che gridavano: “Heil, Hitler!”.
Entrai a far parte dell'equipaggio di un B-17, un bombardiere pesante che volava dalla Gran Bretagna al Continente. Sganciai
bombe su Berlino, su altre città in Germania, in Ungheria, in Cecoslovacchia,
e anche su un piccolo villagio della costa atlantica francese. Non misi mai in
discussione quello che facevo. Bisognava resistere al fascismo e sconfiggerlo.
Presi parte all'ultima missione di bombardamenti della guerra. Ricevetti la mia
medaglia e le stellette, ed ero abbastanza orgoglioso di aver partecipato alla
grande guerra per sconfiggere il fascismo. Non avevo dubbi. Quella, era una guerra
giusta.
Eppure, quando alla fine impacchettai le mie cose e misi i registri di navigazione,
le foto e altri ricordi in un raccoglitore, lo intitolai, quasi senza pensarci, “Mai più”.
Non so ancora perché l'ho fatto, suppongo che
stessi cominciando inconsciamente a fare quello che poi avrei fatto
consapevolmente: mettere in discussione le motivazioni, la conduzione e
le conseguenze di quella crociata contro il fascismo.
La mia ripugnanza per il fascismo non era in alcun modo diminuita, ma quella
luminosa
certezza che mi aveva spinto nell'aviazione come un entusiasta bombardiere era
ora oscurata da molti pensieri. Forse i dubbi cominciarono durante le mie missioni
di bombardamento, nelle conversazioni con un aviatore di un altro equipaggio.
Con mio grande stupore, egli parlava della guerra come di una “guerra imperialista”,
combattuta da entrambe le parti per il potere nazionale.
La Gran Bretagna e gli Stati Uniti si opponevano al fascismo solo perché minacciava
il loro controllo sulle risorse e sulla gente. Si, Hitler era un dittatore, aveva invaso altri Paesi. Ma che dire dell'impero britannico
e della sua lunga storia di guerre contro i popoli nativi, per sottometterli a
beneficio del profitto e della gloria dell'impero?
E l'Unione Sovietica, non era
anche quella una dittatura brutale, preoccupata non per la sorte delle classi
operaie di tutto il mondo ma per il proprio potere nazionale?
E che dire del mio
paese, con le sue ambizioni imperiali in America Latina e in Asia?
Gli Stati Uniti
non sono entrati in guerra quando i giapponesi commettevano atrocità in Cina,
ma solo quando il Giappone ha attaccato Pearl Harbor, una colonia americana.
Queste erano domande scomode, ma io continuai con le mie missioni di bombardamento. Triste ironia, il mio
amico radicale che definiva la guerra imperialista fu ucciso in un raid
sopra la Germania non molto tempo dopo la nostra conversazione.
Quando finì la guerra in Europa, il mio equipaggio tornò negli Stati Uniti sullo
stesso aereo che usavamo per bombardare.
Ci diedero trenta giorni di permesso, e poi avremo dovuto andare nel Pacfico
in missione contro i Giapponesi. Io e mia moglie ci eravamo sposati prima che
io attraversassi l'oceano. Decidemmo di passare un po' di tempo in campagna, prima
che io andassi nel Pacifico.
Mentrre andavamo alla stazione degli autobus passammo avanti a un chiosco di
giornali. Era il sette di agosto 1945. C'era un titolo enorme: “Sganciata una
bomba atomica su Hiroshima. La città distrutta”. Non avevo idea di cosa fosse
una bomba atomica, ma mi ricordo la sensazione che provai, una sensazione di sollievo:
la guerra sarebbe presto finita. Non sarei dovuto andare nel Pacifico.
Poco dopo la fine della guerra, accade qualcosa di importante che mi face cambiare
idea su Hiroshima, e anche ripensare l'idea che quella in cui eravamo stati coinvolti
fosse una guerra giusta. Lessi il resoconto di un giornalista, John Hersey, che andò ad Hiroshima poco
dopo il bombardamento e parlò con i sopravvissuti.
Potete immaginare che aspetto avessero quei sopravissuti: alcuni senza braccia,
altri senza gambe, altri ancora ciechi o con la pelle talmente bruciata che si
faceva
fatica a guardarli.
Lessi le loro storie, e per la prima volta realizzai quali fossero le conseguenze,
in termini di esseri umani, causate da un bombardamento.
Per la prima volta mi resi conto che non avevo idea di quello che facevo agli
esseri umani quando sganciavo bombe
sulle città in Europa. Quando sganci delle bombe da un'altezza di otto chilometri
non vedi quel che accade sotto. Non senti urla, non vedi sangue. Non vedi i bambini
fatti a pezzi dalle esplosioni delle tue bombe.
Cominciai a capire come, in tempo di guerra, le atrocità vengano commesse dalla
gente comune, che non vedono le loro vittime come esseri umani, li vedono soltanto
come “il nemico”, anche se il nemico ha cinque anni.
Allora pensai a un bombardamento cui avevo partecipato poche settimane prima
della
fine della guerra. Sulla costa atlantica della Francia, vicino ad una piccola
città di nome Rovan, c'era un accampamento di soldati tedeschi. Non facevano niente,
aspettavano solo che la guerra finisse. Al nostro e ad altri equipaggi fu ordinato
di bombardare l'area di Rovan, e ci dissero che avremmo usato un nuovo tipo di
bomba, chiamata “marmellata di benzina”. Era napalm. Diverse migliaia di persone
furono uccise. Soldati tedeschi, civili francesi. Ma volando ad alta quota io
non vidi esseri umani, non vidi i bambini bruciati dal napalm. La città di Rovan
fu distrutta.
Non avevo pensato a questo, fino a quando non lessi delle vittime
di Hiroshima e Nagasaki. Visitai Rovan vent'anni dopo la guerra, feci
alcune ricerche, e realizzai che la gente era morta perchè qualcuno
voleva più medaglie, e perchè qualcuno in alto voleva testare le
conseguenze del napalm sulla carne umana.
Poi cominciai a pensare ai bombardamenti della popolazione civile da parte degli
alleati durante tutta la guerra. Rimanemmo sconvolti quando gli italiani bombardarono
AddisAbeba, i tedeschi Conventry, Rotterdam e Londra.
Ma quando i leader alleati si
incontrarono a Casablanca all'inizio del 1943, decisero massicci
attacchi aerei per minare il morale del popolo tedesco. Winston
Churchill e i suoi consiglieri, con il beneplacito del'alto comando
americano, stabilirono che bombardare i quartieri della classe operaia
in Germania avrebbe raggiunto lo scopo.
E così cominciarono i bombardamenti di Francoforte, Amburgo, Colonia, che uccisero decine di migliaia di persone in ciascuna città. La città tedesca
di Dresda fu bombardata per un giorno e una notte dagli aereoplani inglesi e americani.
E quando l'intenso calore generato dalle bombe creò un vuoto d'aria, una gigantesca
tempesta di fuoco spazzò via la città, che all'epoca era piena di rifugiati.
Furono
uccise decine di migliaia di persone, forse cinquantamila, o forse centomila.
Nessuno sa esattamente quante.
Ho studiato le circostanze del bombardamento di Hiroshima e
Nagasaki, e ho concluso, come i più seri studiosi della questione, che
tutte le giustificazioni fornite per questi orrori sono false.
Quei bombardamenti non erano necessari per porre fine alla guerra, perchè i giapponesi
erano alla vigilia della resa. La motivazione dei bombardamenti era politica:
erano i primi atti della guerra fredda tre gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica,
con diverse centinaia di migliaia di giapponesi a fare da cavie da laboratorio.
Anche prima della bomba atomica, nella primavera del 1945, ci fu un attacco notturno
su Tokyo che diede fuoco alla città. Morirono qualcosa come centomila uomini,
donne e bambini.
Gradualmente sono giunto ad alcune conclusioni sulla guerra, qualsiasi guerra,
anche la cosiddetta “guerra buona”, una “guerra giusta” per sconfiggere il fascismo.
Ho deciso che la guerra corrompe chiunque vi prenda parte, che avvelena le menti
e gli animi della gente su tutti i fronti. Ho realizzato che esiste un meccanismo
per cui io e altri siamo diventati gli assassini di gente innocente.
All'inizio
della guerra si fa una scelta: che la tua parte è buona e l'altra parte è cattiva.
Una volta che hai fatto questa scelta, non hai più bisogno di pensare: qualsiasi
cosa tu faccia, non importa quanto orribile sia, è accettabile.
Ho anche capito che l'idea di una guerra giusta si basa su alcuni errori di logica. Uno di questi errori è che, se l'altra parte è cattiva- come il fascismo sicuramente era- allora la tua parte
deve essere buona. Un altro errore riguada un salto logico che avviene inconsciamente,
ma che va esaminato. Il salto è questo: una causa può indubbiamente essere giusta-
un paese è stato invaso, un tiranno ha preso il potere – ma poi l'idea di una
causa giusta sfuma quasi impercettibilmente nell'idea di guerra giusta. In altre
parole, una causa può essere giusta, può essersi verificata un'ingiustizia, ma
questo non significa che l'uso della guerra per porre rimedio a questa ingiustizia
sia esso stesso giusto. E' ora di considerare un'idea che non fa parte del pernsiero
convenzionale sulle relazioni internazionali: che se ci sono ingiustizie nel mondo,
qualunque esse siano, dobbiamo cercare una modo per porvi rimedio senza guerra.
Dobbiamo renderci conto anche di qualcos'altro. Quando si va in guerra contro una nazione che è governata da un tiranno, la gente
che uccidi è essa stessa vittima di quel tiranno. Gino Strada sottolinea nel suo
libro che, con lo sviluppo delle guerre nel corso del ventesimo secolo, la proporzione
di vittime civili e militari sono cambiate radicalmente. Nella prima guerra mondiale,
le vittime militari erano dieci volte le vittime civili. Nella seconda guerra
mondiale, il 65 percento delle vittime erano civili. E ai giorni nostri, nella
guerra del Vietnam, in Afghanistan, in Iraq, il 90 percento delle vittime sono
civili. In Afghanistan il dottor Strada, lavorando ad una casistica su quattromila
pazienti, ha trovato che il 93 percento di loro erano civili. E il 34 percento
erano bambini, minori di 14 anni. Anche nelle altre zone di guerra in cui è stato,
le percentuali non cambiano.
Si deve capire che “guerra” è la massiccia e indiscriminata uccisione di eseri
umani.
La guerra è sempre, fondamentalmente, una guerra contro i bambini. Quindi
qualsiasi giusta causa ci presentino, che sia vera o inventata, qualsiasi cosa ci dicano sul combattere
per la libertà, o per la democrazia o contro la tirannia, noi dobbiamo rifiutare
la guerra come una soluzione.
Nel 1932 Albert Einstein era a Ginevra, dove i delegati
di 60 nazioni si erano incontrati per definire delle regole di condotta in guerra.
Einstein era disgustato. Fece qualcosa che non aveva mai fatto prima: convocò
una
conferenza stampa e disse che in quella assise di 60 nazioni c'era un errore di
fondo. La guerra, disse, non può essere umanizzata. Può solo essere abolita.
L'idea di una guerra giusta comincia a disintegrarsi quando si estende la cornice temporale oltre le immediate conseguenze del conflitto
– che può sembrare una grande vittoria dell'umanità contro il male – e si guarda
alle conseguenza a lungo temine.
Nella seconda guerra mondiale, il simbolo della guerra giusta, la gioia per la sconfitta della Germania dell'Italia e del Giappone fu grande.
Ho un vivido ricordo dell'8 maggio 1945. Avevamo ragione a festeggiare. Hitler
era morto, la macchina militare giapponese distrutta, Mussolini era stato appeso
in piazzale Loreto.
Guardando il mondo dopo la guerra, però, il fascismo era stato davvero sconfitto?
O le componenti del fascismo, come il razzismo e il totalitarismo, erano ancora
vive in tutto il mondo? Il militarismo era stato sconfitto?
No. Ora c'erano due
superpotenze, armate di migliaia di ordigni nucleari che, se usati, avrebbero
fatto
sembrare l'Olocausto di Hitler una cosa insignificante. E dopo cinquanta milioni
di morti nella seconda guerra mondiale, era questa la fine della guerra?
No, le
guerra sono continuate nei decenni successivi, e in queste guerre sono morte decine
di milioni di persone...
Quando mi congedai dall'aviazione, ricevetti una lettera dal generale George
Marshall, comandante di tutte le forze armate, che si congratulava con me e con
gli altri sedici milioni di militari che avevano servito nelle armi, e mi diceva
che ora il mondo sarebbe stato diverso. Ma con il passare degli anni diventava
sempre più chiaro che il mondo non era diverso. Ho capito che la guerra, anche
una guerra vittoriosa contro un nemico cattivo, come nel caso della guerra contro
il fascismo, è come una droga, che dà uno slancio di euforia. Ma quando svanisce
hai bisogno di un'altra guerra.
Sì, la guerra è una dipendenza che dobbiamo decidere
di spezzare, per la salvezza dei bambini del mondo.
Voglio sottolineare una caratteristica di tutte le guerra, anche le cosiddette
guerre giuste, come la seconda guerra mondiale, o le guerre “umanitarie”, come qualcuno ha descritto i bombardamenti in Kosovo e Jugoslavia nel 1999.
Dobbiamo pensare all'equazione morale dei fini e dei mezzi. Sia i teologi cattolici
che i filosofi morali parlano di ”proporzionalità”. Sostengono che se il fine
è abbastanza importante, allora è moralmente accettabile utilizzare la guerra
come mezzo per raggiungere quell'obiettivo. Ma io credo che abbiamo raggiunto
un punto nella storia umana in cui la tecnologia di guerra è diventata così devastante
– bombe a frammentazione, napalm, mine antiuomo- che nessun fine può giustificare
il loro utilizzo. Inoltre, quando si va in guerra, c'è sempre certezza sull'orrore
dei mezzi, ma sempre incertezza su quale sarà il risultato.
Ho parlato della seconda guerra mondiale perchè è il classico esempio della guerra
giusta, la guerra buona, la guerra umanitaria. Insisto a parlarne anche perchè
i suoi elementi di immoralità non sono mai stati esaminati. E se, esaminandola,
ci
poniamo domande imbarazzanti anche su questa guerra che è “la migliore di tutte”,
che cosa possiamo dire per giustificare qualsiasi altra guerra?
C'era un cuore
morale nella seconda guerra mondiale, e nonostante questo l'idea di guerra giusta
è complicata.
Ma dove sta il cuore morale delle guerre combattute nella seconda
metà di questo secolo? Hanno versato il sangie di milioni di esseri umani, mutilato
il corpo di vecchi e bambini, hanno costretto milioni di persone lontano dalle
loro case, hanno lasciato cento milioni di mine disseminate in giro per il mondo,
che uccidono altre migliaia di persone ogni anno.
Esaminiamo le guerre combattute dal mio governo, gli Stati Uniti.
In Corea, tre milioni di morti, bombardamenti feroci e uso del napalm.
In Vietnam,
Cambogia e Laos, altri tre milioni di morti. L'idea di guerra giusta, screditata
dalla prima guerra mondiale, era stata resuscitata dalla seconda guerra mondiale.
Ma l'esperienza del Vietnam di nuovo diede alla guerra una brutta nomea, mentre
sempre più americani capivano che erano stati imbrogliati dal loro governo, e
decidevano che non avrebbero potuto giustificare una guerra che ha ucciso 58.000
americani e milioni di vietnamiti.
Dopo il Vietnam, il governo americano cercò disperatamente di eliminare quella
che veniva chiamata “la sindrome del Vietnam”. La parola sindrome suggerisce una
malattia. La malattia era la perdita di fiducia nel governo, da parte del popolo
americano, e il rifiuto della cittadinanza di sostenere una guerra.
Gli Stati Uniti decisero che dovevano, una volta di più, rendere la guerra una
cosa accettabile.
E avrebbero raggiunto il loro scopo combattendo guerre solo contro
nemici deboli: la guerra sarebbe finita presto, con poche vittime tra i
soldati americani, e senza dare tempo ad un movimento contro la
guerra di svilupparsi. Il governo decise anche di controllare più
strettamente l'informazione pubblica, per poter persuadere i cittadini
della necessità della guerra.
Si può vedere questa strategia all'opera durante l'amministrazione di Ronald
Reagan, con il ridicolo attacco all'isoletta di Grenada, nel Mar dei Caraibi.
La si può vedere all'opera con George Bush padre nel 1989: l'invasione di Panama,
che uccise centinaia, forse migliaia di persone. La si può vedere nella prima
guerra del Golfo contro l'Iraq, nel 1991. C'era almeno un grammo di giustizia
in queste guerre?
Per giustificarle, si dovette mentire al popolo americano.
Ma queste bugie furono presto screditate. La piccola Grenada era una minaccia
per gli Stati Uniti? Abbiamo invaso Panama per fermare il traffico di droga? Il
traffico di droga è fiorente più che mai. Abbiamo invaso l'Iraq perchè George
Bush era disperato per l'invasione irachena del Kuwait? E' duro da credere. Il
petrolio sembra una ragione molto più plausibile.
In tutti questi casi, poche
vittime americane, informazione strettamente controllata, e un gran numero di
civili uccisi. Alla fine della prima guerra irachena, il generale Powell si vantava
della rapida vittoria e delle poche centinaia di vittima americane. Quando gli
chiesero delle vittime irachene, rispose: “Non è una cosa che mi preccupi particolarmente”.
La nuova amministrazione Bush non è iniziata sotto i migliori auspici. Sebbene abbia ricevuto meno voti del suo avversario, Bush è diventato presidente
perchè la Corte Suprema non ha autorizzato il riconteggio dei voti in Florida.
Ha avuto un disperato bisogno di dare una qualche credibilità alla sua presidenza.
E sapeva che, storicamente, ogni volta che la nazione andava alla guerra, il popolo
si stringeva intorno al presidente. A questo motivo bisogna aggiungere quello
che è il cuore della politica estera americana in medioriente dalla fine della
seconda guerra mondiale: il desiderio di controllare le risorse petrolifere della
regione.
I fatti dell'undici settembre, la distruzione delle Twin Towers a New York e
la
morte di tremila persona hanno dato all'amministrazione Bush ciò di cui aveva
bisogno: una giustificazione per entrare in guerra. Bush ha annunciato la guerra
al terrorismo e ha immediatamente ordinato i bombardamenti e l'invasione dell'Afghanistan.
La scusa era che gli afgani nascondessero Bin Laden, considerato responsabile
degli attacchi dell'11 settembre. Non si sapeva esattamente dove si nascondesse
Osama, eppure tutto l'Afghanistan era diventato un bersaglio. Un modo bizzarro
di ragionare: se un criminale si è nascosto nella zona, ma non sai in quale
casa si nasconda, distruggi tutta la zona.
Cosa potrebbe essere più giusto di una guerra al terrorismo? Gli orrori dell'11 settembre hanno generato una atmosfera di terrore negli Stati
Uniti. Questa paura è stata ingigantita dal governo e dai media fino all'isteria,
che impedisce alla gente di capire che una guerra al terrorismo contiene una contraddizione interna, perché la guerra stessa è terrorismo. Senza
dubbio, la guerra è la forma estrema del terrorismo. Nessun gruppo terroristico,
in nessuna parte del mondo, può competere con la capacità di sterminio di massa
che hanno gli stati.
Ogni giorno durante i bombardamenti sull'Afghanistan, il New York Times pubblicava
foto e biografie delle vittime dell'11 settembre. Vedere le vittime come esseri
umani era una cosa importante.
Ma la stampa non fece nulla di simile per il popolo afgano che stava morendo
in quella guerra. Il controllo dell'informazione da parte del governo, con la
collaborazione dei media, permise agli Stati Uniti di presentare la guerra come
una guerra giusta, una guerra contro il terrorismo. E in questo modo si guadagnò il sostegno popolare.
Fu una guerra breve, con poche vittime americane. Il pubblico ignorava che sono
morti più civili afgani per i bombardamenti americani che civili americani nel
crollo delle torri, che centinaia di migliaia di afgani erano stati costretti
a scappare
dalle loro case.
Il successo del governo statunitense nell'ottenere il sostegno popolare lo incoraggiò
a fare quello che - ora lo sappiamo grazie alla testimonianza di ufficiali
vicini alla Casa Bianca – volevano fare anche prima dell'11 settembre: invadere
l'Iraq.
E quindi si organizzò per convincere l'opinione pubblica che l'Iraq era
un pericolo per il mondo, che aveva armi di distruzione di massa. I maggiori quotidiani
e i network televisivi hanno riportato senza critica quel che diceva il Governo.
Le Nazioni Unite rifiutarono di procedere con i piani della guerra in Iraq, ma
gli Stati Uniti si prepararono per la guerra. Il 15 febbraio 2003 accadde qualcosa
che non era mai accaduto prima nella storia dell'uomo: nello stesso momento, quel
giorno, dai dieci ai quindici milioni di persone in tutto il mondo protestarono
contro la guerra.
Il giorno successivo, un reporter del New York Times scrisse: ”
Ora le superpotenze sono due: gli Stati Uniti e l'opinione pubblica".
Iniziò un feroce bombardamento sull'Iraq. La frase “shock and awe”, colpisci
e terrorizza, fu usata con orgoglio dagli ufficiali del governo statunitense mentre
migliaia di iracheni morivano negli attacchi, e centinaia di migliaia erano costretti
a fuggire dalle città, diventando rifugiati senzatetto.
L'esercito statunitense
entrò a Baghdad e il presidente Bush proclamò con orgoglio: ”missione compiuta”.
Ma, come sappiamo, la guerra non è finita con la presa di Bagdad, e neanche con
la cattura di Saddam Hussein. E' ancora in corso, a distanza di due anni. I maggiori
media sono stati riluttanti a criticare la guerra e l'amministrazione Bush. Quando
Bush fece il suo discorso inaugurale, il New York times pubblicò un titolone:
"Bush dice che la diffusione della libertà è la missione del nostro tempo". L'editoriale
del Times ammirò il suo discorso.
Nonostante questo, la verità sulla guerra è filtrata anche attraverso i media
principali. Ogni giorno si legge di uno, due o sei soldati americani morti in Iraq.
E sebbene l'amministrazione Bush, con la collaborazione della stampa,
non abbia dato risalto ai diecimila o più americani che sono stati
feriti in questa guerra - alcuni sono rimasti ciechi, altri hanno avuto
braccia o gambe amputate - le informazioni sono cominciate a filtrare.
Qualsiasi idea avessero gli americani di guerra giusta, ha cominciato ad andare in pezzi.
Il pubblico americano è stato perlopiù tenuto all'oscuro di quel che la guerra
ha fatto al popolo iracheno. Pochissimi sanno che un prestigioso gruppo di ricercatori
internazionali ha stimato che in questa guerra siano morti fra i 25.000 e i 100.000 iracheni. Occasionalmente uno squarcio di verità filtra attraverso i media. Due
giorni prima del discorso inaugurale di Bush, in una pagina interna del New York
Times c'era una foto di una ragazzina, coperta di sangue, che piangeva.
La didascalia diceva: “Una ragazza irachena piangeva, ieri, dopo che i suoi
genitori sono stati uccisi dal fuoco americano, quando la loro macchina non si
è fermata, nonostante i colpi di avvertimento”.
Le bugie dell'amministrazione Bush sono state vieppiù scoperte.
La bugie sulle armi di distruzione di massa, le bugie sui legami dell'Iraq con
Al Qaeda, i piani segreti di Bush, anche prima dell'11 settembre, per invadere
l'Iraq. Un numero sempre maggiore di americani è oggi consapevole del fatto che
l'Iraq è stato invaso non solo dai soldati ma anche dalle corporation americane, da Halliburton e Betchel, che hanno visto il loro sostegno all'occupazione ricompensato con contratti da
miliardi di dollari. Gli americani hanno più coscienza di classe della gente nel
resto del mondo. Capiscono che la nostra società è dominata dalle classi agiate,
e che la guerra porta enormi profitti a pochi. Durante la guerra del Vietnam,
uno dei più efficaci poster del movimento contro la guerra, realizzato da un artista
molto noto, diceva semplicemnte: ”La guerra è un buon affare. Investi tuo figlio”.
La maggior parte delle informazioni sono filtrate al pubblico attraverso i media
alternativi: libri, programmi radiofonici, film documentario. Il film pre-elettorale di Michael
Moore fu visto da milioni di persone. Internet è stata un'importante fonte di
informazioni altrimenti non disponibili sui circuiti ufficiali, e anche un utile
strumento organizzativo, che ha permesso a gruppi sparsi per il paese di comunicare
in tempo reale.
Torniamo ad Einstein, che diceva che “Le guerre finiranno quando gli uomini si
rifiuteranno di combattere”. Questo
sta cominciando ad accadere in Iraq. Migliaia di soldati hanno
disertato. Alcuni hanno parlato pubblicamente contro la guerra. Il
Pentagono riferisce di avere problemi a reclutare nuovi soldati. Le
famiglie dei soldati - alcuni di loro hanno perso un figlio o una
figlia- cominciano a criticare la guerra.
In marzo,
nel secodno anniversario della guerra, ci sono state manifestazioni in 800 comunità
in tutti gli Stati Uniti.
Secondo l'ultimo sondaggio sull'opinione pubblica, le politiche di
Bush non hanno più l'aprovazione della maggioranza. Due anni fa, solo
il 20 percento del pubblico disapprovava la guerra in Iraq. La scorsa
settimana, il 60 percento degli intervistati ha dichiarato di non
credere nella guerra. Abbiamo imparato dalla storia che la gente può
cambiare drasticamente opinione quando entra in possesso di nuove
informazioni. All'inizio della guerra in Vietnam, il 60 percento
del popolo americano sosteneva la guerra. Pochi anni dopo, il 60
percento si opponeva alla guerra. La ragione di questo cambiamento sta
nel graduale emergere della verità. Il numero dei morti e dei feriti
continuava a crescere. E la gente divenne lentamente consapevole delle
atrocità che venivano commesse in Vietnam. Apparvero le foto del
massacro di My Lai, quando i soldati uccisero tra i 500 e i 600
contadini. Perlopiù vecchi, donne e bambini, un in piccolo villaggio. Ci
fu la famosa foto di una giovane donna vietnamita che correva lungo una
strada, la pelle bruciata dal napalm.
Tutto questo suggerisce che cosa dobbiamo fare se vogliamo sbarazzarci della
guerra, non di questa in particolare, ma della guerra in generale. Dobbiamo, tutti
noi, diffondere le informazioni. Dobbiamo indagare le motivazioni dei nostri leader
politici, sottolineare i loro legami con il potere delle corporation, mostrare
come si traggono enormi profitti dal dolore e dalla sofferenza.
Dobbiamo insegnare la storia, perchè quando guardiamo alla storia delle guerre
vediamo come la guerra corrompa chiunque vi sia coinvolto. Vediamo come il cosiddetto
fronte dei buoni si comporta presto come il fronte dei cattivi, e questo è vero dalla guerra del Peloponneso fino alle guerre dei nostri giorni.
E ancora più importante, dobbiamo mostrare nel più crudo dei modi, come ha fatto
Gino Strada nel suo “ Pappagalli verdi”, gli effetti della guerra sugli esseri umani. E come
le guerre, anche quando finiscono, lasciano un'eredità di morte sotto forma di
mine antiuomo, e un'eredità di disturbi mentali nei soldati che tornano a casa.
Dobbiamo sottolineare lo spreco delle ricchezze mondiali nella guerra e nel militarismo,
mentre un miliardo di persone al mondo non ha accesso all'acqua pulita, e cento
milioni di persone soffrono di AIDS e altre malattie mortali.
Il dottor Strada
ci ricorda che nove milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Una minima parte
dei soldi spesi per la guerra salverebbe la vita di decine di milioni di persone.
Dobbiamo farci portatori della visione di un mondo diverso, in cui i confini
nazionali siano cancellati, in cui siamo davvero un'unica famiglia umana.
Un mondo
in cui trattiamo i bambini di tutto il mondo come fossero in nostri bambini, e
questo significa non fare più la guerra.
Abolire la guerra è naturalmente un'impresa enorme. Ma ricordate
che noi del movimento contro la guerra abbiamo un alleato potente. Il
nostro alleato è una verità che anche i governi assuefatti alla guerra,
che dalla guerra traggono profitti, dovranno prima o poi riconoscere:
che la guerra è uno strumento efficace per raggiungere i loro scopi.
Sempre più spesso, nella storia recente, le nazioni più potenti si
trovano incapaci di conquistare nazioni molto più deboli di loro.
Gli Stati Uniti, che possiedono la più mortale
macchina da guerra al mondo, non sono riuciti a vincere in Corea. Non sono riuciti
a vincere in Vietnam.
L'Unione Sovietica, con tutta la sua potenza, è stata alla
fine costretta a ritirarsi dall'Afghanistan. E la vittoria americana in Afghanistan
si è rivelata una mistificazione, visto che i signori della guerra sono tornati
al potere
nella maggior parte del paese.
Questo succede anche in Iraq. Quella che sembrava una vittoria si
sta rivelando un disastro, e la ribellione contro le truppe americane
non solo continua, ma cresce. C'è stato un momento imbarazzante la
scorsa settimana, quando i giornalisti hanno interrogato il portavoce
della Casa Bianca sulla recente affermazione del vice-presidente Dick
Cheney, secondo cui la resistenza irachena sarebbe “alle sue ultime
battute”. Quali prove ci sono per questa affermazione? Il portavoce ha
esitato e esitato..e non è stato in grado di rispondere alla domanda.
Forse, per porre fine alla guerra, servirà un combinazione di fattori. Diventerà
intollerabile per la gente e impraticabile per l'establishment. E il fattore cruciale
che lo renderà impraticabile sarà il fatto che, come è accaduto per l'Unione Sovietica
in Afghanistan e per gli Stati Uniti in Vietnam, i cittadini delle nazioni che
fanno la guerra non tollereranno più la morte dei loro giovani e il
furto delle loro ricchezze nazionali.
C'è ancora tempo per rendere questo ventunesimo
secolo diverso da quello che l'ha preceduto. Ma tutti dobbiamo fare la nostra
parte.
Howard Zinn
Roma, 23 giugno 2005