Quando bisogna
eleggere il presidente degli Usa, la Florida non è uno Stato qualsiasi.
Qui, nella serratissima sfida del 2000, George W. Bush sconfisse Al
Gore per sole 537 preferenze dopo una conta dei voti interminabile, che
viene ancora oggi contestata dai democratici. Il sistema di
voto era quello della punzonatura, e valutare se una scheda era da
considerare valida o meno era un compito altamente soggetto ad
interpretazione. Le ripetute verifiche furono supervisionate
dall’allora segretario di Stato Katherine Harris, una fervente
repubblicana. Decine di migliaia di persone erano state private del
diritto di voto con criteri quantomeno dubbi, che avevano alimentato i
sospetti di brogli. A quattro anni di distanza e con un equilibrato
testa a testa Bush-Kerry all’orizzonte, lo Stato del sole – governato
dal fratello minore del presidente, Jeb – è di nuovo sotto
osservazione. Perché le storture del sistema, anziché essere corrette,
sembrano moltiplicarsi.
Innanzitutto, il
divieto di votare a chiunque sia stato ritenuto colpevole di un delitto
grave (ma anche la guida in stato di ebbrezza è considerata
tale) anche solo una volta nella vita è più che mai attuale. La Florida
è uno dei sette Stati in cui questa disposizione – introdotta dopo la
guerra di secessione, quando fu concesso il voto agli ex schiavi neri
come condizione per riammettere la Florida nell’Unione – è tuttora in
vigore. Per riottenere i diritti civili perduti in seguito a una
condanna penale bisogna fare un’apposita richiesta alle autorità dello
Stato, iniziando una procedura che può durare anni e che non sempre si
conclude con la riabilitazione.
Oltre ai circa 600.000 cittadini che nel 2000 furono per
questo motivo esclusi dal voto, oggi le autorità di Tallahassee stanno
valutando l’ipotesi di fare lo stesso con altri 47.000 ex detenuti. Il
problema è che questa misura colpisce in particolare gli
afro-americani, che in Florida sono il 13 per cento ma costituiscono
ben il 55 per cento della popolazione carceraria. Si calcola che un
afro-americano su tre non possa votare per colpa di questa legge. E la
comunità nera, tradizionalmente, parteggia per i democratici. Così, in
uno Stato dove nessuno dei due grandi partiti statunitensi predomina
sull’altro, una misura del genere ha il potere di cambiare l’esito di
un’elezione. Per questo motivo, i Democratici della Florida hanno
chiesto allo Stato i dati dei 47.000 cittadini che rischiano di essere
privati del loro diritto di voto. Ogni preferenza negata può essere
determinante.
L’accuratezza di questi
elenchi non è infatti data per scontata. Prima delle elezioni
presidenziali di quattro anni fa, le autorità della Florida
commissionarono a una società privata il compito di stilare una lista
delle persone che in virtù di questa legge dovevano essere escluse dal
voto. Quando era troppo tardi si scoprì che l’elenco delle “purghe” era
zeppo di errori: migliaia di cittadini che ne avrebbero avuto diritto
non avevano potuto recarsi alle urne, mentre in alcune contee ex
condannati lo fecero. Alcuni gruppi che si battono per i diritti
civili, come il NAACP (National Association for the
Advancement of Coloured People), denunciarono le autorità
statali e di alcune contee. Il tribunale decise che, prima delle
elezioni del 2004, la Florida avrebbe dovuto controllare le posizioni
di circa 20.000 persone che si supponeva fossero state private
erroneamente del loro diritto di voto, per eventualmente reinserirle
nelle liste elettorali.
Le cose, però, stanno andando
per le lunghe. A soli cinque mesi di distanza dalle presidenziali, solo
33 contee su 67 hanno risposto alla richiesta di controllare i casi di
questi cittadini: finora 679 elettori sono stati riabilitati, un numero
sufficiente a ribaltare il risultato delle elezioni del 2000. C’è il
rischio che non tutte le contee facciano in tempo a mettersi in regola
prima di novembre, lasciando di fatto irrisolto il problema.
C’è poi un'altra questione che riguarda la regolarità
delle elezioni: quella dei voti per corrispondenza, facilmente
manipolabili in eventuali brogli e che ora – grazie a una nuova legge
approvata dallo Stato della Florida – non avranno neanche l’obbligo di
essere controfirmati da un testimone. Il sistema delle absentee ballots, le schede
di chi dà la sua
preferenza pur non recandosi al seggio, è stato semplificato negli
ultimi anni fino a renderle disponibili a chiunque ne faccia richiesta.
Una volta potevano votare per posta solo i militari, gli invalidi e gli
anziani impossibilitati a raggiungere il seggio. Ora basta
telefonare o scrivere una lettera all’ufficio elettorale, dare i propri
dati anagrafici, e la scheda arriva a casa.
Fino a quest’anno, oltre alla firma del votante per
corrispondenza, era necessaria anche quella di un testimone. Andava
bene chiunque: un parente, un amico, un semplice conoscente disponibile
a mettere la firma per certificare che chi votava era chi aveva
richiesto la scheda. Il paradosso è che, anche se controllare
l’identità del testimone era impossibile, alle ultime elezioni circa il
10 per cento delle absentee ballots vennero
dichiarate non valide al momento dello scrutinio perché mancava questa
firma “di garanzia”.
“Ogni voto deve
contare”, ha detto Jeb Bush dopo aver fatto entrare in vigore la legge
che abolisce l’obbligo della firma del testimone. Ma il nuovo
provvedimento, appena nato, è già stato ricoperto di critiche.
“Eliminando il requisito del testimone – ha scritto Jim DeFede in un
editoriale sul Miami Herald – il governatore ha non solo reso più
facile la corruzione, già di per sé un’impresa stupefacente, ma ha
anche reso più difficile individuarla”. Il problema è particolarmente
sentito a Miami, dove nel 1997 i risultati delle elezioni locali furono
capovolti dopo la scoperta di grandi irregolarità relative alle schede
spedite per corrispondenza: alcuni candidati le avevano platealmente
comprate, altri le avevano rubate agli anziani degli ospizi.
E’ in questo clima di sospetto che la Florida e gli
Usa si stanno avviando al voto di novembre, alle elezioni più cariche
di significato – stanno diventando più che mai un plebiscito sul
presidente in carica – degli ultimi decenni. Magari nello Stato del
sole uno tra Bush e Kerry vincerà con un margine talmente ampio da far
diventare superflui gli eventuali sospetti di irregolarità, e già altri
Stati – l’Ohio, per esempio – sono stati individuati dagli esperti come
potenzialmente decisivi per determinare l’esito della corsa alla Casa
Bianca. Ma intanto, nella campagna elettorale più costosa della storia,
la Florida è tenuta costantemente sotto osservazione. Se basterà per
avere elezioni accettate da tutti come regolari, lo si vedrà il 2
novembre.