05/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Florida si avvicina alle presidenziali in un clima di sospetto
Quando bisogna eleggere il presidente degli Usa, la Florida non è uno Stato qualsiasi. Qui, nella serratissima sfida del 2000, George W. Bush sconfisse Al Gore per sole 537 preferenze dopo una conta dei voti interminabile, che viene ancora oggi contestata dai democratici. Il sistema di voto era quello della punzonatura, e valutare se una scheda era da considerare valida o meno era un compito altamente soggetto ad interpretazione. Le ripetute verifiche furono supervisionate dall’allora segretario di Stato Katherine Harris, una fervente repubblicana. Decine di migliaia di persone erano state private del diritto di voto con criteri quantomeno dubbi, che avevano alimentato i sospetti di brogli. A quattro anni di distanza e con un equilibrato testa a testa Bush-Kerry all’orizzonte, lo Stato del sole – governato dal fratello minore del presidente, Jeb – è di nuovo sotto osservazione. Perché le storture del sistema, anziché essere corrette, sembrano moltiplicarsi.
 
Innanzitutto, il divieto di votare a chiunque sia stato ritenuto colpevole di un delitto grave (ma anche la guida in stato di ebbrezza è considerata tale) anche solo una volta nella vita è più che mai attuale. La Florida è uno dei sette Stati in cui questa disposizione – introdotta dopo la guerra di secessione, quando fu concesso il voto agli ex schiavi neri come condizione per riammettere la Florida nell’Unione – è tuttora in vigore. Per riottenere i diritti civili perduti in seguito a una condanna penale bisogna fare un’apposita richiesta alle autorità dello Stato, iniziando una procedura che può durare anni e che non sempre si conclude con la riabilitazione.
 
Oltre ai circa 600.000 cittadini che nel 2000 furono per questo motivo esclusi dal voto, oggi le autorità di Tallahassee stanno valutando l’ipotesi di fare lo stesso con altri 47.000 ex detenuti. Il problema è che questa misura colpisce in particolare gli afro-americani, che in Florida sono il 13 per cento ma costituiscono ben il 55 per cento della popolazione carceraria. Si calcola che un afro-americano su tre non possa votare per colpa di questa legge. E la comunità nera, tradizionalmente, parteggia per i democratici. Così, in uno Stato dove nessuno dei due grandi partiti statunitensi predomina sull’altro, una misura del genere ha il potere di cambiare l’esito di un’elezione. Per questo motivo, i Democratici della Florida hanno chiesto allo Stato i dati dei 47.000 cittadini che rischiano di essere privati del loro diritto di voto. Ogni preferenza negata può essere determinante.
 
L’accuratezza di questi elenchi non è infatti data per scontata. Prima delle elezioni presidenziali di quattro anni fa, le autorità della Florida commissionarono a una società privata il compito di stilare una lista delle persone che in virtù di questa legge dovevano essere escluse dal voto. Quando era troppo tardi si scoprì che l’elenco delle “purghe” era zeppo di errori: migliaia di cittadini che ne avrebbero avuto diritto non avevano potuto recarsi alle urne, mentre in alcune contee ex condannati lo fecero. Alcuni gruppi che si battono per i diritti civili, come il NAACP (National Association for the Advancement of Coloured People), denunciarono le autorità statali e di alcune contee. Il tribunale decise che, prima delle elezioni del 2004, la Florida avrebbe dovuto controllare le posizioni di circa 20.000 persone che si supponeva fossero state private erroneamente del loro diritto di voto, per eventualmente reinserirle nelle liste elettorali.
 
Le cose, però, stanno andando per le lunghe. A soli cinque mesi di distanza dalle presidenziali, solo 33 contee su 67 hanno risposto alla richiesta di controllare i casi di questi cittadini: finora 679 elettori sono stati riabilitati, un numero sufficiente a ribaltare il risultato delle elezioni del 2000. C’è il rischio che non tutte le contee facciano in tempo a mettersi in regola prima di novembre, lasciando di fatto irrisolto il problema.
 
C’è poi un'altra questione che riguarda la regolarità delle elezioni: quella dei voti per corrispondenza, facilmente manipolabili in eventuali brogli e che ora – grazie a una nuova legge approvata dallo Stato della Florida – non avranno neanche l’obbligo di essere controfirmati da un testimone. Il sistema delle absentee ballots, le schede di chi dà la sua preferenza pur non recandosi al seggio, è stato semplificato negli ultimi anni fino a renderle disponibili a chiunque ne faccia richiesta. Una volta potevano votare per posta solo i militari, gli invalidi e gli anziani impossibilitati a raggiungere il seggio. Ora basta telefonare o scrivere una lettera all’ufficio elettorale, dare i propri dati anagrafici, e la scheda arriva a casa.
 
Fino a quest’anno, oltre alla firma del votante per corrispondenza, era necessaria anche quella di un testimone. Andava bene chiunque: un parente, un amico, un semplice conoscente disponibile a mettere la firma per certificare che chi votava era chi aveva richiesto la scheda. Il paradosso è che, anche se controllare l’identità del testimone era impossibile, alle ultime elezioni circa il 10 per cento delle absentee ballots vennero dichiarate non valide al momento dello scrutinio perché mancava questa firma “di garanzia”.
 
“Ogni voto deve contare”, ha detto Jeb Bush dopo aver fatto entrare in vigore la legge che abolisce l’obbligo della firma del testimone. Ma il nuovo provvedimento, appena nato, è già stato ricoperto di critiche. “Eliminando il requisito del testimone – ha scritto Jim DeFede in un editoriale sul Miami Herald – il governatore ha non solo reso più facile la corruzione, già di per sé un’impresa stupefacente, ma ha anche reso più difficile individuarla”. Il problema è particolarmente sentito a Miami, dove nel 1997 i risultati delle elezioni locali furono capovolti dopo la scoperta di grandi irregolarità relative alle schede spedite per corrispondenza: alcuni candidati le avevano platealmente comprate, altri le avevano rubate agli anziani degli ospizi.
 
E’ in questo clima di sospetto che la Florida e gli Usa si stanno avviando al voto di novembre, alle elezioni più cariche di significato – stanno diventando più che mai un plebiscito sul presidente in carica – degli ultimi decenni. Magari nello Stato del sole uno tra Bush e Kerry vincerà con un margine talmente ampio da far diventare superflui gli eventuali sospetti di irregolarità, e già altri Stati – l’Ohio, per esempio – sono stati individuati dagli esperti come potenzialmente decisivi per determinare l’esito della corsa alla Casa Bianca. Ma intanto, nella campagna elettorale più costosa della storia, la Florida è tenuta costantemente sotto osservazione. Se basterà per avere elezioni accettate da tutti come regolari, lo si vedrà il 2 novembre.
 
Alessandro Ursic
Categoria: Elezioni, Politica
Luogo: Stati Uniti