05/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Aerei governativi bombardano Bouakè. Si riapre la crisi in Costa d'Avorio
“Siamo appena stati bombardati. La guerra è ricominciata”.
Con questo commento, rilasciato dal comandante ribelle Cherif Ousmane all’Associated Press, si è riaperta la crisi in Costa d’Avorio. Le ultime speranze di pace sono cadute ieri sotto le bombe lanciate da aerei dell’esercito ivoriano, che in mattinata ha scagliato una serie di attacchi contro la roccaforte dei ribelli nel nord del paese, mandando all’aria una tregua cominciata più di un anno e mezzo fa.
 
Sono le 7.15 di mattina (8.15 italiane), quando due velivoli appena decollati dalla capitale governativa Yamoussokro bombardano un quartiere di Bouaké, principale centro urbano delle regioni settentrionali della Costa d’Avorio, dal settembre del 2002 controllate dalla coalizione dei ribelli delle Forze Nuove. Le prime notizie parlano di tre feriti, ma nessun morto. Nella città regna il panico. Testimoni raccontano scene di civili in fuga, barricati in casa. Pochi attimi e nelle strade regna il silenzio. Intorno alle 11, un secondo attacco. Poi un altro ancora. Anche questa volta sembra che non ci siano vittime. Ma la situazione sembra irrimediabilmente compromessa.

Dal gennaio dello scorso anno la Costa d’Avorio tentava di uscire dalla morsa di una guerra civile che in pochi anni, come un virus, aveva messo in ginocchio altri due paesi non lontani: Liberia e Sierra Leone.
La crisi era cominciata nel settembre del 2002, quando la capitale amministrativa Abidjan si era trasformata in un vero e proprio campo di battaglia. Parte dell’esercito si era ammutinato in un tentativo di golpe ai danni del presidente Laurent Gbagbo, appoggiato dalle fazioni ribelli del nord – in prevalenza musulmano – del paese.
Il colpo di stato era fallito, Abidjan aveva retto. Ma una lunga crepa aveva già spaccato a metà la Costa d’Avorio, con il governo del Fronte patriottico ivoriano (Fpi) e Gbagbo a controllare il sud e la capitale amministrativa, Yamoussokro.
I ribelli di diversi gruppi, riunitisi sotto il nome di Forze Nuove, aveva preso il controllo del nord e di Bouaké, appoggiati – si crede – dal Burkina Faso, paese di origine di uno dei principali leader, Alassane Dramane Ouattara.

Alla crisi del principale produttore mondiale di cacao aveva subito risposto la Francia, che nell’ex colonia aveva e ha ancora molti interessi commerciali. Pochi mesi dopo la frattura, le parti si erano incontrate a Linas Marcoussis, nei pressi di Parigi, per trattare la pace, disarmo e un nuovo governo di unità nazionale. Nel frattempo un contingente francese di 4mila uomini si dislocava lungo il confine bellico, dando via all’operazione Liocorne. Insieme a loro, altri 6mila caschi blu della missione Unoci delle Nazioni Unite creavano un filtro di 10mila unità tra le due zone calde per evitare lo scontro e favorire il dialogo. Lo stesso filtro che ieri mattina gli aerei dell’esercito ivoriano hanno superato, violando i cieli del nord e sbrogliando l’impasse politico tra le parti nel più drastico dei modi.
”L’unica certezza che abbiamo è che l’esercito governativo ha intenzione di riprendersi il nord e riunificare il paese”, ha affermato ieri il Luogotenente-Colonnello Henry Aussavy, portavoce del contingente Liocorne, raggiunto telefonicamente ieri pomeriggio ad Abidjan.

Vero è che governo e ribelli, che pure avevano cominciato a dividersi i seggi nelle alte sfere della scena politica ivoriana, hanno sempre dato l’impressione di essere allergici gli uni agli altri. L’annuncio della fine del conflitto nel luglio del 2003 e del successivo disarmo non ha mai trovato un riscontro plausibile. Nonostante l’impegno dei leader dell’Africa occidentale per trovare una soluzione che ponesse fine all’impasse politico della Costa d’Avorio, una serie di tensioni, accuse reciproche e scontri sanguinosi macchiava in modo indelebile il processo di pace. Il presidente ivoriano, Laurent Gbagbo
 
Nel dicembre del 2003, a pochi giorni dall’inizio ufficiale del disarmo, un gruppo di estremisti armati, probabilmente fedelissimi a Gbagbo, attaccava senza successo la sede della Radio Television Ivorienne, principale emittente del Paese, ad Abidjan. Dopo un conflitto a fuoco nelle strade della città, la gendarmeria raccoglieva i cadaveri di 19 persone, la maggior parte dei quali appartenenti agli attentatori.

A marzo di quest’anno una manifestazione pacifica, organizzata dai membri dei partititi d’opposizione e da alcuni capi ribelli contro Laurent Gbagbo, si è trasformata in una guerriglia con le forze dell’ordine che per due giorni ha messo sottosopra Abidjan. Altissimo il numero dei morti – ben 120 –  ma secondo fonti non governative il numero è molto più alto. Poco dopo un’inchiesta condotta dalle Nazioni Unite svelerà ulteriori atrocità commesse ai danni dei manifestanti e sostenitori dell’opposizione.

E’ l’inizio della fine. I ribelli girano i tacchi e lasciano il governo, senza la benché minima intenzione di negoziare la pace. Lo conferma il fallimento del disarmo tre settimane fa, che allontana irrimediabilmente le parti, divise da un odio profondo. Un odio che nella mattinata di ieri è arrivato dal cielo, sotto forma di aereo militare governativo, lanciando due bombe e un messaggio chiaro: basta con le parole. Si passa ai fatti.
Un anno e mezzo di tregua è stato appena stato spazzato via.

Pablo Trincia

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