
“Siamo appena stati bombardati. La guerra è ricominciata”.
Con questo commento, rilasciato dal comandante ribelle Cherif Ousmane all’
Associated Press, si è riaperta la crisi in Costa d’Avorio. Le ultime speranze di pace sono cadute
ieri sotto le bombe lanciate da aerei dell’esercito ivoriano, che in mattinata
ha scagliato una serie di attacchi contro la roccaforte dei ribelli nel nord del
paese, mandando all’aria una tregua cominciata più di un anno e mezzo fa.
Sono le 7.15 di mattina (8.15 italiane), quando due velivoli appena decollati
dalla capitale governativa Yamoussokro bombardano un quartiere di Bouaké, principale
centro urbano delle regioni settentrionali della Costa d’Avorio, dal settembre
del 2002 controllate dalla coalizione dei ribelli delle Forze Nuove. Le prime
notizie parlano di tre feriti, ma nessun morto. Nella città regna il panico. Testimoni
raccontano scene di civili in fuga, barricati in casa. Pochi attimi e nelle strade
regna il silenzio. Intorno alle 11, un secondo attacco. Poi un altro ancora. Anche
questa volta sembra che non ci siano vittime. Ma la situazione sembra irrimediabilmente
compromessa.
Dal gennaio dello scorso anno la Costa d’Avorio tentava di uscire dalla morsa
di una guerra civile che in pochi anni, come un virus, aveva messo in ginocchio
altri due paesi non lontani: Liberia e Sierra Leone.
La crisi era cominciata nel settembre del 2002, quando la capitale amministrativa
Abidjan si era trasformata in un vero e proprio campo di battaglia. Parte dell’esercito
si era ammutinato in un tentativo di golpe ai danni del presidente Laurent Gbagbo,
appoggiato dalle fazioni ribelli del nord – in prevalenza musulmano – del paese.
Il colpo di stato era fallito, Abidjan aveva retto. Ma una lunga crepa aveva
già spaccato a metà la Costa d’Avorio, con il governo del Fronte patriottico ivoriano
(Fpi) e Gbagbo a controllare il sud e la capitale amministrativa, Yamoussokro.
I ribelli di diversi gruppi, riunitisi sotto il nome di Forze Nuove, aveva preso
il controllo del nord e di Bouaké, appoggiati – si crede – dal Burkina Faso, paese
di origine di uno dei principali leader, Alassane Dramane Ouattara.

Alla crisi del principale produttore mondiale di cacao aveva subito risposto
la Francia, che nell’ex colonia aveva e ha ancora molti interessi commerciali.
Pochi mesi dopo la frattura, le parti si erano incontrate a
Linas Marcoussis, nei pressi di Parigi, per trattare la pace, disarmo e un nuovo governo di unità
nazionale. Nel frattempo un contingente francese di 4mila uomini si dislocava
lungo il confine bellico, dando via all’operazione
Liocorne. Insieme a loro, altri 6mila caschi blu della missione Unoci delle Nazioni Unite
creavano un filtro di 10mila unità tra le due zone calde per evitare lo scontro
e favorire il dialogo. Lo stesso filtro che ieri mattina gli aerei dell’esercito
ivoriano hanno superato, violando i cieli del nord e sbrogliando l’impasse politico
tra le parti nel più drastico dei modi.
”L’unica certezza che abbiamo è che l’esercito governativo ha intenzione di riprendersi
il nord e riunificare il paese”, ha affermato ieri il Luogotenente-Colonnello
Henry Aussavy, portavoce del contingente
Liocorne, raggiunto telefonicamente ieri pomeriggio ad Abidjan.
Vero è che governo e ribelli, che pure avevano cominciato a dividersi i seggi
nelle alte sfere della scena politica ivoriana, hanno sempre dato l’impressione
di essere allergici gli uni agli altri. L’annuncio della fine del conflitto nel
luglio del 2003 e del successivo disarmo non ha mai trovato un riscontro plausibile.
Nonostante l’impegno dei leader dell’Africa occidentale per trovare una soluzione
che ponesse fine all’
impasse politico della Costa d’Avorio, una serie di tensioni, accuse reciproche e scontri
sanguinosi macchiava in modo indelebile il processo di pace.

Nel dicembre del 2003, a pochi giorni dall’inizio ufficiale del disarmo, un gruppo
di estremisti armati, probabilmente fedelissimi a Gbagbo, attaccava senza successo
la sede della Radio Television Ivorienne, principale emittente del Paese, ad Abidjan.
Dopo un conflitto a fuoco nelle strade della città, la gendarmeria raccoglieva
i cadaveri di 19 persone, la maggior parte dei quali appartenenti agli attentatori.
A marzo di quest’anno una manifestazione pacifica, organizzata dai membri dei
partititi d’opposizione e da alcuni capi ribelli contro Laurent Gbagbo, si è trasformata
in una guerriglia con le forze dell’ordine che per due giorni ha messo sottosopra
Abidjan. Altissimo il numero dei morti – ben 120 – ma secondo fonti non governative
il numero è molto più alto. Poco dopo un’inchiesta condotta dalle Nazioni Unite
svelerà ulteriori atrocità commesse ai danni dei manifestanti e sostenitori dell’opposizione.