Erano arrivati a poche centinaia di metri da Porto
Empedocle, dopo essere entrati in acque territoriali italiane sfidando
leggi, burocrazie e diplomazie. Avevano costretto l’equipaggio della
nave e il capitano ad entrare, infischiandosi del divieto imposto dalle
autorità italiane e minacciando di tuffarsi in mare. E invece, per
l’ennesima volta, al calar del tramonto, i naufraghi della nave
umanitaria tedesca Cap Anamur hanno capito che la loro odissea non era
ancora finita.
La giornata di ieri era
cominciata in modo burrascoso. Dopo aver mostrato in svariate occasioni
segni di insofferenza e logoramento psicologico, i naufraghi africani
salvati dall’equipaggio di Elias Bierdel il 20 giugno scorso in pieno
Mediterraneo non ce l’hanno più fatta. E sono scoppiati, minacciando
che se non si fosse trovata una soluzione al più presto si sarebbero
gettati in mare. C’era da capirli. Erano fuggiti da guerra e miseria,
la morte dei familiari ancora negli occhi, un viaggio attraverso il
Sahara e poi quello per il Mediterraneo a bordo di un canotto in panne.
Poi, più di venti giorni di mare senza vedere la terra, senza sapere
dove si trovavano, né dove sarebbero arrivati.
“Siamo costretti
a sbarcare”, avevano annunciato ieri mattina Bierdel e il capitano
della nave, Stephen Schmidt. “La situazione sta diventando
insostenibile. Uno dei naufraghi ha avuto un raptus, voleva gettarsi in
mare. Lo abbiamo trattenuto a stento, ora è imbottito di sedativi. Non
riusciamo più a garantire la sicurezza dell’equipaggio”. Alle ore 12 la
nave, che non aveva ancora ottenuto il permesso di entrare nelle nostre
acque, oltrepassava il muro invisibile che attraversa le onde
internazionali da quelle italiane. Sul molo di Porto Empedocle si sono
appostate le volanti della polizia, dei carabinieri e della guardia di
finanza. Con loro sono arrivate le telecamere, i taccuini, gli
attivisti umanitari, qualche curioso. Tutti a scrutare la linea
dell’orizzonte, interrotta da un puntino blu in avvicinamento. Dal
porto è cominciato il viavai di motovedette della guardia costiera,
dirette a tutta velocità verso la Cap Anamur. Ma dal Viminale nessuno
ordine, nessuna indicazione. Nel primo pomeriggio, la nave era arrivata
a poche centinaia di metri dall’ingresso del porto.
Ed è lì che si è fermata, bloccata dalle motovedette e da
un’ordinanza del
ministero dell’Interno che ne aveva proibito l’ingresso. “Non possiamo
fermarci”, gridava agitato Elias Bierdel al telefono, “a bordo la
situazione è ingestibile, se qualcuno si butta è la fine”.
Poi il caos. Sul porto e sulle agenzie è più volte
girata la notizia che il ministro per l’Interno Pisanu aveva concesso
alla nave il permesso di entrare per ragioni umanitarie. “Nessuno ci ha
detto nulla”, continuavano a ribadire dalla nave, svelando quella
incomunicabilità tra equipaggio e autorità che è alla base di questa
vicenda.
Quando la nave ha cominciato a
muoversi, tutti hanno pensato che stesse effettivamente entrando.
Invece ha girato la prua verso il mare aperto, indietreggiando di quale
centinaio di metri, fino a un miglio dalla costa. Ordine del nostro
governo.
Nel tardo pomeriggio è arrivata
una barca con a bordo il comboniano Padre Gaspare, che aveva passato
due giorni a bordo con i naufraghi. Il missionario era stravolto e
soprattutto sconvolto. “A bordo tira una brutta aria” – aveva
dichiarato al questore con insistenza – qui bisogna intervenire
immediatamente inviando uno psichiatra. Preghiera non ascoltata.
L’unico a salire sulla Cap Anamur sarebbe stato l’avvocato del
Consiglio Italiano per i Rifugiati, Giorgio Bisagna. “C’è gente
disperata, sdraiata in terra e con le mani sugli occhi”, aveva
continuato Padre Gaspare. “Non possiamo continuare a farli aspettare.
E’ snervante”.
In serata la notizia: la
decisione definitiva spetterà alla Germania, che dovrà accettare le
richieste d’asilo dei naufraghi, inoltrate la sera di venerdì a
Berlino. Accettandole, l’Italia potrebbe fare da ponte, assistendo i
naufraghi nelle prime ore dello sbarco, per poi spedirli in Germania.
L’arrivo del presidente del Cir, Christopher Hein, principale mediatore
tra la Cap Anamur e le autorità italiane e tedesche, ha rincuorato chi
aveva ormai perso le speranze: la nave dovrebbe sbarcare oggi stesso.
Salvo imprevisti.