Malta si tira indietro dal pasticcio diplomatico e in Italia continuano gli appelli
Malta non ha nulla a che vedere con la vicenda
della Cap Anamur e dei suoi immigrati clandestini. E’ lapidario il
commento del governo maltese, che ha inviato ieri un comunicato stampa
attraverso il suo ministero di Giustizia e dell’Interno, nel quale
prende le distanze dalla nave umanitaria tedesca e dai suoi 37
clandestini di origine africana.
Una
posizione che complica ulteriormente il groviglio burocratico europeo
in cui si trova la Cap Anamur, immobile tra le onde di nessuno a 15
miglia dalle coste italiane. Dopo il lungo ‘no’ dell’Italia
all’ingresso della nave a Porto Empedocle e il passo indietro della
Germania, è la piccola isola mediterranea, fresca di Europa, a chiudere
le porte in faccia ai naufraghi che ormai venti giorni fa lasciarono la
Libia su un canotto.
”La nave in questione
non ha mai richiesto l’assistenza delle autorità maltesi e non le ha
mai informate della presenza a bordo di immigrati clandestini (sic) o
di naufraghi salvati mentre si trovavano in alto mare”, esordiscono dai
palazzi governativi di La Valletta. “Se – cosa ancora da verificare –
la nave si fosse trovata nei pressi delle coste libiche, le leggi
internazionali specificano che il capitano avrebbe dovuto portare gli
immigrati in un porto della Libia. Non ci si aspetti dunque che il
governo maltese si prenda le responsabilità di questi immigrati
clandestini, soprattutto a diversi giorni di distanza dal loro
salvataggio. Infine – conclude secco il comunicato – non c’è nulla che
possa provare esattamente dove siano stati trovati questi immigranti.
Quello che invece sembra certo è che si trovavano a bordo della nave
quando quest’ultima è arrivata al largo delle coste siciliane”.
La patata bollente torna dunque dove era
arrivata otto giorni fa, tra il tredicesimo meridiano e il
trentasettesimo parallelo, dove si trova ancora la Cap Anamur. L’atteggiamento
di Malta, che definisce ‘immigrati
clandestini’ i 37 naufraghi, di fatto considerandoli fuori legge, è
chiaro e inequivocabile. In Italia l’opinione sembra
condivisa dal sottosegretario agli Interni Antonio d’Alì, secondo il
quale i 37 africani a bordo della Cap Anamur non possono sbarcare sul
territorio italiano perché hanno perso lo status di naufraghi, in base
alle leggi che regolano il diritto internazionale.
La posizione di Malta non chiarisce tuttavia un nodo
importante su cui non si è ancora fatto luce. Resta infatti da capire
se la Cap Anamur, che a Malta era stata per alcune riparazioni prima
del ritrovamento dei naufraghi, ci sia successivamente passata con loro
già a bordo mentre scortava una imbarcazione in panne di somali. Se
così fosse, l’equipaggio dell’organizzazione tedesca avrebbe dovuto
chiedere alle autorità maltesi – e non a quelle italiane - il permesso
di far sbarcare i naufraghi. Ma a Malta – si sa – chiunque tocchi terra
senza documenti o permesso si ritrova le manette ai polsi.
Nel frattempo, nella bonaccia politica e burocratica
che da giorni alimenta dichiarazioni e polemiche, qualcosa sembra
muoversi dal governo italiano in direzione della Cap Anamur. Ieri
pomeriggio, a Montecitorio, il ministro per gli Italiani nel Mondo,
Mirko Tremaglia, ha lanciato un appello affinché i 37 profughi vengano
fatti sbarcare in nome di un’emergenza umanitaria alla quale l’Italia
deve far fronte. Tremaglia ha tuttavia sottolineato che non scatterebbe
automaticamente la questione dell’asilo politico, pur restando
l’emergenza una priorità. Ieri sulla nave la
relativa calma che durava da una settimana si è rotta per qualche ora a
causa di un’incomprensione tra il presidente della Cap Anamur Elias
Bierdel e il medico della Cgil, Francesco Ingrillì. Quest’ultimo,
salito mercoledì a bordo della nave, aveva infatti riscontrato in uno
dei naufraghi visitati i sintomi di un risentimento appendicolare. La
notizia è pervenuta a Bierdel solo nella tarda serata dello stesso
giorno, quando la delegazione di giornalisti e operatori umanitari
aveva già lasciato la nave. Il comunicato stampa della Cgil, che
parlava di un caso di emergenza sanitaria aveva irritato l’equipaggio
della Cap Anamur, che si è subito accertato delle condizioni del
naufrago, il quale ha detto di star bene e chiesto di non lasciare la
nave. Nel pomeriggio Bierdel, attraverso il suo avvocato, Filippini -
La Rosa, ha fatto sapere di avere pronto un piano di evacuazione
accordato con Emergency, nel caso in cui uno dei naufraghi avesse un
malore improvviso.
Nel frattempo, i 37
africani - solo alcuni dei quali sarebbero sudanesi del Darfur -
continuano ad attendere a poche miglia da un’Europa che non li vuole.
Chi è stato con loro racconta di pianti, di lunghi silenzi, di sguardi
che ricordano gli orrori della guerra e della fame. La loro
storia ha fatto mobilitare i comboniani che, per voce di padre Alex
Zanotelli, si sono appellati all’Italia affinché si attivi per
accogliere i naufraghi. Sono loro i rari superstiti delle onde di un
Mediterraneo che – ricordano – sta diventando, anno dopo anno, la tomba
d’Europa.
"Giornalmente decine di migranti
sbarcano sulle nostre coste, perchè - si chiedono - 36 disperati fanno
tanta paura al governo italiano, da rispondere con le navi della
guardia costiera. L’ obbligo del soccorso, il diritto d’ asilo sono
principi sacri del consorzio umano". "L’ Italia - affermano -
pur avendolo inserito tra i principi fondamentali della Costituzione, è
l’ unico paese tra gli Stati dell’ Unione Europea a non avere ancora
una legge organica sul diritto d’ asilo, bloccata in commissione
parlamentare per le ostilità contenute nella legge
Bossi-Fini».
"Il mediterraneo -
concludono i comboniani - diventato un immenso cimitero, non
deve diventare il luogo di un immorale conflitto burocratico. Come
missionari non possiamo accettare questa situazione e chiediamo all’
Unione Europea di recuperare il suo patrimonio di civiltà rilanciando
la solidarietà internazionale ed il diritto dei più
deboli".