A pochi giorni dalla sbarco a Porto Empedocle, la Cap Anamur continua a far parlare di sé
Il finale della vicenda è noto: dopo tredici giorni
di attesa in acque extraterritoriali, la Cap Anamur era entrata nelle
nostre acque, senza aver ancora ottenuto il permesso da parte delle
autorità e del governo. La situazione a bordo era diventata
insostenibile, con i profughi – già provati da un lungo viaggio fino
alla Libia, dal quasi naufragio nel Mediterraneo e dall’estenuante
attesa di essere accolti sulla terraferma – che minacciavano di
gettarsi in mare se l’impasse burocratico e diplomatico tra Italia,
Germania e Malta non si fosse subito sbloccato. Appena hanno
messo piede sul territorio italiano tutti hanno tirato un sospiro di
sollievo, anche se di lì a poco sarebbe iniziato un altro calvario
politico e giudiziario.
I profughi sono
stati portati al Centro di Permanenza Temporanea di Agrigento
nonostante le proteste di attivisti, missionari e di esponenti della
società civile. Poi sono stati trasferiti al Cpt di Caltanissetta, in
attesa che si stabilisca innanzitutto chi siano e da dove vengano, per
poi decidere cosa fare di loro. Sulla loro provenienza si è
dibattuto a lungo, fin dal giorno del loro salvataggio. Dalla nave
sostenevano con sicurezza che fossero tutti sudanesi del Darfur.
Tuttavia Cristopher Hein, presidente del Consiglio Italiano per i
Rifugiati (Cir), recatosi a bordo della Cap Anamur quando questa era
ancora in alto mare, aveva parlato delle presenza di un sierraleonese e
di altri proveniente da Paesi dell’Africa occidentale. Pochissimi
sarebbero stati – secondo lui – i sudanesi. L’ipotesi non è
stata condivisa dal padre comboniano Gaspare Transparano, una vita tra
i profughi sudanesi in Egitto. “Vengono dal Sudan – avrebbe detto il
missionario – l’ho notato dai loro nomi, dal modo in cui si salutano,
dai loro gesti e da come mi ascoltavano quando parlavo arabo”.
Eppure, non appena scesi a terra si è
sparsa la voce che si trattasse di nigeriani e ghanesi, spacciatisi per
sudanesi in modo da ottenere agevolazioni sulla richiesta d’asilo
politico (averlo è molto più facile per chi viene da un paese in guerra
come il Sudan). A oggi, nessuno sembra avere ancora idea di chi siano.
La Germania ha subito negato loro l’asilo e l’Italia era sul punto di
espellerli. Tuttavia, una sentenza della Consulta del 15 luglio scorso
ha giudicato anticostituzionali due articoli chiave della legge
Bossi-Fini: quello che stabiliva l’espulsione degli immigrati che non
avevano lasciato il territorio nazionale entro cinque giorni
dall’ordine e quello che ne decretava la cacciata prima che fosse
svolto un effettivo contraddittorio. Una decisione, quella
della Corte Corte Costituzionale, che i membri di organizzazioni per i
diritti umani vedono come segnale positivo per i richiedenti asilo.
“Anche se l’atteggiamento dell’Italia nei confronti dell’immigrazione
clandestina resta comunque negativo e poco ospitale, la sentenza della
Consulta è sicuramente un passo in avanti che offre maggiori garanzie
ai disperati che arrivano qui dal Mediterraneo”, ha detto Giorgio
Bisagna del Cir.
Intanto il capitano della
nave Schmidt, il presidente dell’organizzazione Bierdel e il primo
ufficiale Dhchkevitch sono stati scarcerati venerdì pomeriggio, dopo
tre giorni passati nel carcere di Agrigento in attesa che il giudice
per le indagini preliminari si esprimesse sull’accusa di
favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La notizia del rilascio
ha coinciso con l’appello del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder di
“risparmiare loro la custodia in carcere”. Poco prima
dell’arresto, Bierdel aveva fatto sapere di non avere rimorsi e di
essere felice di aver portato a terra 37 persone che sarebbero
altrimenti annegate in mare aperto. Il presidente della Cap Anamur ha
ammesso di aver fatto qualche errore burocratico nell’operazione di
salvataggio (è entrato in Italia con i naufraghi quando probabilmente
avrebbe dovuto attraccare a Malta, dove era passato con loro a bordo
per scortare un’imbarcazione in panne di somali). Ora i tre
membri dell’equipaggio dovranno attendere il processo. Rischiano fino a
dodici anni di carcere.
La nave è invece
sotto sequestro e rischia di venire demolita. “Per noi sarebbe davvero
un duro colpo”, dichiara dagli uffici del Comitato Cap Anamur di
Colonia Bernd Goken. “Su quella nave abbiamo attrezzature ospedaliere
per le nostre missioni nelle aree disastrate del mondo. E oltretutto è
da 25 anni il simbolo della nostra organizzazione (la Cap Anamur ha
cominciato a operare nel 1979, quando ha salvato più di diecimila boat
people in fuga al largo delle coste vietnamite, ndr)”.
In Germania, rivela Goken, l’opinione pubblica è divisa tra
quelli che vedono nell’intervento di salvataggio della Cap Anamur un
atto di coraggio e tra coloro che sventagliano – dati alla mano –
l’elevato tasso di disoccupazione che – dicono – deriva proprio
dall’immigrazione.
La questione resta
aperta, anche se sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che l’entrata
in porto della nave lo scorso lunedì ha messo a nudo le crepe e le
spaccature della legislazione italiana ed Europea sull’immigrazione
clandestina.