18/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



A pochi giorni dalla sbarco a Porto Empedocle, la Cap Anamur continua a far parlare di sé
Cap Anamur Il finale della vicenda è noto: dopo tredici giorni di attesa in acque extraterritoriali, la Cap Anamur era entrata nelle nostre acque, senza aver ancora ottenuto il permesso da parte delle autorità e del governo. La situazione a bordo era diventata insostenibile, con i profughi – già provati da un lungo viaggio fino alla Libia, dal quasi naufragio nel Mediterraneo e dall’estenuante attesa di essere accolti sulla terraferma – che minacciavano di gettarsi in mare se l’impasse burocratico e diplomatico tra Italia, Germania e Malta non si fosse subito sbloccato. Appena hanno messo piede sul territorio italiano tutti hanno tirato un sospiro di sollievo, anche se di lì a poco sarebbe iniziato un altro calvario politico e giudiziario.
 
I profughi sono stati portati al Centro di Permanenza Temporanea di Agrigento nonostante le proteste di attivisti, missionari e di esponenti della società civile. Poi sono stati trasferiti al Cpt di Caltanissetta, in attesa che si stabilisca innanzitutto chi siano e da dove vengano, per poi decidere cosa fare di loro. Sulla loro provenienza si è dibattuto a lungo, fin dal giorno del loro salvataggio. Dalla nave sostenevano con sicurezza che fossero tutti sudanesi del Darfur. Tuttavia Cristopher Hein, presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), recatosi a bordo della Cap Anamur quando questa era ancora in alto mare, aveva parlato delle presenza di un sierraleonese e di altri proveniente da Paesi dell’Africa occidentale. Pochissimi sarebbero stati – secondo lui – i sudanesi. L’ipotesi non è stata condivisa dal padre comboniano Gaspare Transparano, una vita tra i profughi sudanesi in Egitto. “Vengono dal Sudan – avrebbe detto il missionario – l’ho notato dai loro nomi, dal modo in cui si salutano, dai loro gesti e da come mi ascoltavano quando parlavo arabo”.
 
Eppure, non appena scesi a terra si è sparsa la voce che si trattasse di nigeriani e ghanesi, spacciatisi per sudanesi in modo da ottenere agevolazioni sulla richiesta d’asilo politico (averlo è molto più facile per chi viene da un paese in guerra come il Sudan). A oggi, nessuno sembra avere ancora idea di chi siano. La Germania ha subito negato loro l’asilo e l’Italia era sul punto di espellerli. Tuttavia, una sentenza della Consulta del 15 luglio scorso ha giudicato anticostituzionali due articoli chiave della legge Bossi-Fini: quello che stabiliva l’espulsione degli immigrati che non avevano lasciato il territorio nazionale entro cinque giorni dall’ordine e quello che ne decretava la cacciata prima che fosse svolto un effettivo contraddittorio. Una decisione, quella della Corte Corte Costituzionale, che i membri di organizzazioni per i diritti umani vedono come segnale positivo per i richiedenti asilo. “Anche se l’atteggiamento dell’Italia nei confronti dell’immigrazione clandestina resta comunque negativo e poco ospitale, la sentenza della Consulta è sicuramente un passo in avanti che offre maggiori garanzie ai disperati che arrivano qui dal Mediterraneo”, ha detto Giorgio Bisagna del Cir.
 
Intanto il capitano della nave Schmidt, il presidente dell’organizzazione Bierdel e il primo ufficiale Dhchkevitch sono stati scarcerati venerdì pomeriggio, dopo tre giorni passati nel carcere di Agrigento in attesa che il giudice per le indagini preliminari si esprimesse sull’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La notizia del rilascio ha coinciso con l’appello del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder di “risparmiare loro la custodia in carcere”. Poco prima dell’arresto, Bierdel aveva fatto sapere di non avere rimorsi e di essere felice di aver portato a terra 37 persone che sarebbero altrimenti annegate in mare aperto. Il presidente della Cap Anamur ha ammesso di aver fatto qualche errore burocratico nell’operazione di salvataggio (è entrato in Italia con i naufraghi quando probabilmente avrebbe dovuto attraccare a Malta, dove era passato con loro a bordo per scortare un’imbarcazione in panne di somali). Ora i tre membri dell’equipaggio dovranno attendere il processo. Rischiano fino a dodici anni di carcere.
 
La nave è invece sotto sequestro e rischia di venire demolita. “Per noi sarebbe davvero un duro colpo”, dichiara dagli uffici del Comitato Cap Anamur di Colonia Bernd Goken. “Su quella nave abbiamo attrezzature ospedaliere per le nostre missioni nelle aree disastrate del mondo. E oltretutto è da 25 anni il simbolo della nostra organizzazione (la Cap Anamur ha cominciato a operare nel 1979, quando ha salvato più di diecimila boat people in fuga al largo delle coste vietnamite, ndr)”.
 
In Germania, rivela Goken, l’opinione pubblica è divisa tra quelli che vedono nell’intervento di salvataggio della Cap Anamur un atto di coraggio e tra coloro che sventagliano – dati alla mano – l’elevato tasso di disoccupazione che – dicono – deriva proprio dall’immigrazione.
 
La questione resta aperta, anche se sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che l’entrata in porto della nave lo scorso lunedì ha messo a nudo le crepe e le spaccature della legislazione italiana ed Europea sull’immigrazione clandestina.
 
Pablo Trincia
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Italia