scritto per noi da
Maurizio Campisi
Uniti a parole, divisi nei fatti. I paesi centroamericani sono sempre stati così, nonostante la grande comunanza
di fattori geografici, sociali e culturali.
L’ultimo esempio che ci viene proposto è quello del Tlc, il Trattato di Libero
Commercio (il Cafta, secondo le iniziali in inglese), gestito in maniera collegiale insieme agli
Stati
Uniti e questa settimana pronto per essere inviato da Bush alla discussione nel
Congresso Usa. Tra i paesi dell’istmo centroamericano, Guatemala, El Salvador
ed Honduras l’hanno già ratificato; Nicaragua e Costa Rica, complice una dura
opposizione popolare, si stanno chiedendo solo ora in che pasticcio si siano cacciati.
Eppure sarebbe bastato un poco più di fronte comune e di responsabilità democratica,
permettendo la partecipazione delle forze sociali, perchè questo trattato venisse
compreso per quello che è e giudicato di conseguenza. Purtroppo, ad ogni paese
centroamericano interessa ben poco quello che fa il vicino, così come alla classe
politica interessa ancora meno il benessere dei cittadini. Ne è prova la delegittimazione
di una risorsa democratica come quella del referendum, che avrebbe garantito la
partecipazione diretta su questo tema così cruciale.
Cambia poco. A distanza di ormai un decennio dalla conclusione dell’ultimo conflitto (quello
in Guatemala) nemmeno l’applicazione più o meno generale delle politiche 'neoliberali'
è riuscita a mettere d’accordo i governi dei paesi centroamericani. Il Parlacen (il Parlamento regionale) nato sull’esempio della Comunità Europea, si è rivelato
con il tempo inutile. Al suo interno i politici più discussi hanno trovato per
tempo un comodo asilo, protetti dall’immunità. Basti ricordare il caso del deputato
honduregno César Díaz, scoperto mentre trasportava eroina nel suo bagaglio diplomatico;
o quello degli ex presidenti Alemán e Portillo, ricercati dalla giustizia dei
loro paesi e protetti dal parlamento comune. Privo di ogni cred
ibilità, il Parlacen si trascina ora come una creazione ibrida, inibita praticamente dal prendere
decisioni trascendentali oltrechè zoppa, per la mancanza tra le sue fila di un
paese chiave come la Costa Rica, che non vi ha mai voluto aderire.
Di fatto, è proprio la Costa Rica che finisce per rappresentare l’anello debole
di ogni tentativo di integrazione. A giustificare questa scelta c’è la posizione
irremovibile del governo di San José ad aprire frontiere a merci e soprattutto
a persone provenienti dagli altri paesi dell’area. La giustificazione viene fornita
dal fatto di essere l’unico paese a sopportare le forti correnti migratorie (soprattutto
dal Nicaragua, 400.000 migranti secondo fonti governative, più del 10 percento
della popolazione)
e di possedere ancora un modello di stato sociale che non può e non vuole il confronto
con gli esperimenti 'neoliberali' inaugurati dai vicini.
Quanto durerà questo stato sociale? Probabilmente poco, se nelle prossime elezioni presidenziali del febbraio 2006
ad essere eletto sarà Oscar Árias. Il premio Nobel per la pace è riuscito in questi
anni a cambiare la norma costituzionale sulla rielezione presidenziale e a presentarsi
come l’unica alternativa possibile dopo la disastrosa gestione del populista Abel
Pacheco. Per Árias la ripresa passa per la privatizzazione e, soprattutto per
il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, che significherebbe a questo
punto l’apertura completa del mercato.
Lungi dall’essere la soluzione ai problemi del Centroamerica, appare ormai chiaro
in questi giorni di fervida discussione per la sua approvazione al Congresso degli
Stati Uniti, che questa intesa è una panacea che arricchirà pochi e impoverirà
molti. Già oggi, in tempi consolidati di maggior
libertà democratica, i centroamericani sono più poveri di prima. Dei 35 milioni
di abitanti, almeno diciannove, secondo le ultime stime del UNDP (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) vivono in povertà e, di questi,
la metà vive nella più nera indigenza. L’approvazione di un trattato, che aumenterà
di fatto il potere di incidenza delle grandi imprese e che avallarà la lotta senza
quartiere al mercato informale, non può essere visto che con molto sospetto.
Gli Stati Uniti, di fatto, hanno giocato sulla debolezza delle diplomazie centroamericane
e sulla loro disunione, per imporre regole ferree sugli scambi commerciali. Il
Tlc, addirittura, è un trattato che non prevede rescissione: una volta ratificato
dai rispettivi parlamenti (come dicevamo all’inizio, El Salvador, Guatemala ed
Honduras già lo hanno fatto) non c’è più marcia indietro. È come una condanna
all’ergastolo che non prevede la possibilità di appello.
Privo di sfumature sociali, culturali ed ambientali, il Tlc appare come un trattato
esclusivamente commerciale e politico. Presentato all’opinione pubblica come l’occasione
unica per i piccoli paesi centroamericani di entrare al succulento mercato statunitense,
questo accordo rischia invece di affossare le ultime risorse dei piccoli imprenditori
e dei lavoratori dell’agricoltura e dell’artigianato. Perfino un giornale come
il “New York Times” ha avvertito come la concorrenza centroamericana verrebbe
spazzata via perchè anacronistica in quanto incapace di affrontare la mancanza
di sussidi, la trasformazione del sistema di vendita al dettaglio, le politiche
aggressive delle grandi catene, le norme di confezione dei prodotti, tanto per
citare solo alcune delle deficienze di un elenco lunghissimo.
A sopravvivere sarebbero
le poche imprese leader centroamericane che sul Tlc hanno investito uomini e risorse
negli ultimi cinque anni; le stesse che hanno sponsorizzato le équipe politiche
che hanno condotto i negoziati e che oggi vorrebbero far credere di avere agito
nel nome del benessere della gente comune. Non è un caso che le periodiche riunioni
che raggruppano i sostenitori del trattato di entrambe le parti non abbiano mai
avuto una partecipazione popolare e si siano svolte piuttosto nel bucolico sfondo
delle magioni di campagna degli oligarchi centroamericani.
La posta in gioco è così alta che ha permesso la creazione di un potente gruppo
di pressione, in uno dei paesi dove la reticenza alla ratifica è più forte -la
Costa Rica-, che martella gli ascoltatori di radio e televisioni con una pubblicità
dal gusto kitsch il cui slogan recita: “El Tlc es bueno”. Dietro lo spot, naturalmente, la mano lunga della Camera degli industriali
che, tanta è la sfacciataggine, ha ricevuto una tirata
d’orecchie dallo stesso Ministro del Lavoro che ha accusato la pubblicità di essere
parziale
ed ingannevole.
Conclusioni. Il Trattato di Libero Commercio è, insomma, un patto impopolare. Il cittadino
comune è rimasto fuori dagli accordi, negoziati a porte chiuse e i cui contenuti
sono stati mantenuti in segreto fino all’ultimo. Perchè tanto silenzio? Perchè
il Cafta è un trattato che non ha nè anima nè cuore, che guarda solo alle merci
e che non ha preso in considerazione le vere ricchezze di questa regione: la natura
e la gente.
Al colmo del paradosso, il trattato apre le frontiere ai prodotti made in Usa
quando sono ancora lontane le soluzioni per gli scambi tra gli stessi paesi centroamericani.
Uniti a parole e divisi nei fatti, appunto.