Nei giorni scorsi il prestigioso quotidiano americano ‘New York Times’ si è occupato
della drammatica situazione in cui si trova l’ambasciata di Somalia in Italia.
“Non arrivano segni di presenza umana fuori dalla vecchia
legazione diplomatica somala, ubicata in un tranquillo ed elegante quartiere
di Roma nord. Però quando con uno scricchiolio si apre il cancello di ferro emerge
un altro mondo. Si vede un luogo in cui due emisferi convergono, i ricchi ed i
poveri, l'ordine dell’Europa ed il caos fuori di essa”. Ian Fisher comincia così
il suo reportage, fotografando la realtà senza cercare facili mediazioni.
Dopo la caduta del regime di Siad Barre e con la guerra che ha insanguinato il
Paese, l’intero apparato diplomatico somalo si è dissolto. Non sono arrivati più
soldi dal governo di Mogadiscio e dal 1991 la sede diplomatica è come un vascello
in balia della tempesta. Tagliata l’energia elettrica, impossibile rinnovare l’assicurazione
per le auto, nessuna risorsa economica per effettuare la manutenzione della bella
e grande villa, tutto sembra andare in rovina. Con la fuga di migliaia di persone
dal Paese in guerra, i profughi arrivati a Roma si sono rifugiati tra i vialetti
del giardino, in quello che fu il garage, sotto il portico.
“Letti fatiscenti per i più fortunati, il pavimento freddo e duro per gli altri”,
scrive il reporter, aggiungendo: “Muhammad Abdi, ha 21 anni, è fuggito l’anno
scorso dai signori della guerra e dai palazzi mitragliati di Mogadiscio. Ha attraversato
il Sahara e pagato 800 dollari per partire dalla Libia con una barca verso il
nord, verso l’Italia. Nei quattro giorni di traversata - ha detto il ragazzo - due
di noi, eravamo 140 passeggeri, sono morti ”.
Nell’articolo si legge: “Fuad Ahmad, di diciotto anni, sostiene di voler diventare
un medico. È scappato dalla capitale somala l’anno scorso a causa del pericolo
e per la chiusura delle scuole. Anche lui ha pagato ottocento dollari ad un mediatore
arabo per la traversata dalla Libia.
“Il nostro contatto – sostiene Fuad - ci disse che saremmo arrivati in Italia
in 24 ore, ma questo non è accaduto. Il terzo giorno i due battelli coi quali
stavano compiendo la traversata si sono separati e due bambini sono morti. Il
quarto giorno un uomo di trent’anni morì per aver bevuto acqua di mare. Fummo
soccorsi e salvati dopo quindici giorni di navigazione, ma undici persone erano
decedute. Il secondo battello, salpato con 105 passeggeri, arrivò con tredici
cadaveri e solo quindici sopravvissuti.
“Alcune delle persone che adesso sono in Libia ci telefonano e chiedono “come
va lì?”, poi domandano: “Pensi che dovremmo fare la traversata verso la Sicilia?”,
dice Abdi Farah, di 36 anni, arrivato in Italia nel 2003. “Io dico lascia stare,
qui non c’è nulla per te. Io sono davvero dispiaciuto per quello che aspetta chi
arriva, il governo italiano non tratta i rifugiati con umanità”.
Il New York Times denuncia: “Le organizzazioni per i diritti umani protestano
perché il governo italiano non fa nulla per i rifugiati. Questo è il motivo che
spiega perché i somali vivano nella loro ambasciata. La procedura per ricevere
asilo politico è molto lunga, in alcuni casi dura anni e durante questo periodo
i richiedenti vivono in un limbo giuridico. A loro non è permesso lavorare, sebbene
abbiamo molto desiderio di farlo. A differenza di altri Paesi europei l’Italia
non offre un’abitazione e non premette di studiare liberamente”.
L’espulsione immediata di molti profughi, senza neppure il
controllo dei documenti, avvenuta nei mesi scorsi da parte del governo di Roma,
scrive l’importante giornale di New York, “ha spinto alla protesta le organizzazioni
per i diritti umani, l’opposizione politica e la Chiesa cattolica. I critici sostengono
che per le leggi italiane e la Convenzione di Ginevra le persone arrivate in Italia
e richiedenti asilo hanno diritto alla disamina dei propri casi, cosa non avvenuta
a causa dell’immediato respingimento verso la Libia”.
Fisher aggiunge nel suo reportage: “Secondo padre Vittorio Nozza, direttore della
Caritas a Roma, il governo non vuol prendersi la responsabilità per le condizioni
in cui è questa gente disperata. L’espulsione avviene con tale fretta da non permettere
di comprendere quale sia la storia personale dei profughi”.
L'articolo si conclude con uno sguardo al futuro: “Presto non sarà più possibile
ospitare persone qui – dice il console Ahmed Saugulle Hersi – perché dopo molti
tentativi infruttuosi è stato formato un nuovo governo a Mogadiscio e quindi l’ambasciata
dovrà riaprire. Gli immigrati saranno costretti ad andarsene, ma prima dovremo
trovare una soluzione col governo italiano e risolvere il problema”.