06/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Cap Anamur resta in alto mare
Cap Anamur Sei giorni e ancora nulla di fatto. La Cap Anamur e i suoi naufraghi restano tra le onde, in attesa che un accordo tra Roma e Berlino sbrogli l’impasse burocratico in cui galleggiano tedeschi, sudanesi, sierraleonesi e autorità italiane.
 
A quindici miglia da Porto Empedocle, in acque extraterritoriali, il quadro è lo stesso da quasi 150 ore. Sulla nave il morale è basso, l’attesa lunga, la Guardia Costiera vigile, le navi della Marina all’orizzonte. Nulla sembra muoversi. Dal ministero dell’Interno arriva qualche vaga informazione del tipo “sono diretti verso la Spagna”, o più semplicemente “se ne stanno andando”. ”Non siamo diretti da nessuna parte – commenta secco dalla nave Elias Birdel, – siamo intenzionati a restare qui finché la situazione non sarà chiarita. Ora siamo costretti a prendere vie legali. Ci sembra l’unico modo possibile per uscire da questa situazione di stallo”.
 
Ieri il presidente della Cap Anamur ha lanciato agli organi di stampa italiani un appello che chiariva la posizione dell’organizzazione sui profughi e sull’atteggiamento dell’Europa. “Da giovedì mattina la nostra nave è alla deriva a 15 miglia davanti a Porto Empedcole, in Sicilia. Noi insistiamo a voler entrare nel porto così come avevamo progettato ed eravamo anche stati autorizzati a fare. Finora ble autorità non ci hanno comunicato perché venga ora negata l’autorizzazione che ci era stata precedentemente concessa. I naufraghi che abbiamo salvato non sono ‘clandestini’, non avendo ancora oltrepassato le frontiere europee. Conformemente agli ordini e in ossequio ai precetti del diritto internazionale, così come della prassi abituale, noi abbiamo immediatamente comunicato la lista di tutte le persone a bordo. Non abbiamo intenzione di scontrarci con il governo italiano o di fare pressione su chicchessia. Chiediamo semplicemente il diritto a entrare a Porto Empedocle, perché la situazione a bordo diventa sempre più difficile. E’ certo che coloro che ci impediscono di portare i naufraghi in un porto sicuro sono anche pienamente responsabili delle conseguenze. Facciamo appello a tutti gli europei e soprattutto ai cittadini italiani affinché chiariscano che una simile politica non viene condotta in loro nome. Noi continueremo a salvare tutte le vite umane che possiamo. Lo facciamo perché non vogliamo che la morte di centinaia, forse migliaia di persone venga considerata un “caso normale” in Europa. Chiediamo pertanto alle donne e agli uomini d’Europa di farsi carico di questa situazione”.
 
Una presa di posizione dura, quella di Birdel, determinato a restare immobile tra il 36esimo grado di latitudine nord e il 13esimo di longitudine est – in Mediterraneo aperto – finché le autorità italiane non si assumeranno le proprie responsabilità. Tuttavia il caso è spinoso e i due Paesi più coinvolti, Italia e Germania, non hanno ancora trovato il modo di gestire quella che con il passar delle ore rischia di gonfiarsi sempre di più.
 
In Italia il nodo è chiaro. La Cap Anamur, una volta ritrovati i naufraghi il 20 giugno scorso, doveva subito avvisare le autorità competenti, presentandosi il prima possibile al largo di Porto Empedocle. Cosa che non è avvenuta, tant’è che la nave umanitaria tedesca ha bussato alle nostre porte solo dieci giorni dopo il salvataggio. Ritardo inspiegabile per la Capitaneria di Porto Empedocle e per Roma, ma che Birdel e l’equipaggio della Cap insistono di poter giustificare e documentare. Alla base ci sarebbero stati una serie di problemi tecnici – cosa fare dei naufraghi, dove attraccare, dove trovare un agente – e imprevisti, come il famoso peschereccio di somali trovato in panne tra le onde e scortato fino a Malta.
 
La piccola isola mediterranea è un tassello importante nel complesso pasticcio burocratico e umanitario che si sta consumando poco fuori le nostre acque. Se la nave tedesca fosse passata di lì con a bordo i naufraghi, questi ultimi avrebbero dovuto fare richiesta d’asilo lì, come previsto dalla legge internazionale.
 
“Ci stiamo lavorando, non è facile – ammette da Berlino Jens Plutner, portavoce del ministero degli Esteri tedesco – ci sono una serie di complicazioni legali che vanno risolte. E’ ancora troppo presto per ipotizzare scenari, è una questione che riguarda noi, l’Italia e la stessa Malta. Ma l’aspetto umanitario e la vita di quei profughi deve essere una priorità per tutti noi”.
 
Pablo Trincia
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Italia