Sei giorni e ancora nulla di fatto. La
Cap Anamur e i suoi naufraghi restano tra le onde, in attesa che un
accordo tra Roma e Berlino sbrogli l’impasse burocratico in cui
galleggiano tedeschi, sudanesi, sierraleonesi e autorità italiane.
A quindici miglia da Porto Empedocle, in
acque extraterritoriali, il quadro è lo stesso da quasi 150 ore. Sulla
nave il morale è basso, l’attesa lunga, la Guardia Costiera vigile, le
navi della Marina all’orizzonte. Nulla sembra muoversi. Dal ministero
dell’Interno arriva qualche vaga informazione del tipo “sono diretti
verso la Spagna”, o più semplicemente “se ne stanno andando”. ”Non
siamo diretti da nessuna parte – commenta secco dalla nave Elias
Birdel, – siamo intenzionati a restare qui finché la situazione non
sarà chiarita. Ora siamo costretti a prendere vie legali. Ci sembra
l’unico modo possibile per uscire da questa situazione di stallo”.
Ieri il presidente della Cap Anamur ha
lanciato agli organi di stampa italiani un appello che chiariva la
posizione dell’organizzazione sui profughi e sull’atteggiamento
dell’Europa. “Da giovedì mattina la nostra nave è alla deriva a 15
miglia davanti a Porto Empedcole, in Sicilia. Noi insistiamo
a voler entrare nel porto così come avevamo progettato ed eravamo anche
stati autorizzati a fare. Finora ble autorità non ci hanno comunicato
perché venga ora negata l’autorizzazione che ci era stata
precedentemente concessa. I naufraghi che abbiamo salvato non sono
‘clandestini’, non avendo ancora oltrepassato le frontiere europee.
Conformemente agli ordini e in ossequio ai precetti del diritto
internazionale, così come della prassi abituale, noi abbiamo
immediatamente comunicato la lista di tutte le persone a bordo. Non abbiamo intenzione
di scontrarci con il governo italiano
o di fare pressione su chicchessia. Chiediamo semplicemente il diritto
a entrare a Porto Empedocle, perché la situazione a bordo diventa
sempre più difficile. E’ certo che coloro che ci impediscono di portare
i naufraghi in un porto sicuro sono anche pienamente responsabili delle
conseguenze. Facciamo appello a tutti gli europei e soprattutto ai
cittadini italiani affinché chiariscano che una simile politica non
viene condotta in loro nome. Noi continueremo a salvare tutte le vite
umane che possiamo. Lo facciamo perché non vogliamo che la morte di
centinaia, forse migliaia di persone venga considerata un “caso
normale” in Europa. Chiediamo pertanto alle donne e agli uomini
d’Europa di farsi carico di questa situazione”.
Una presa di posizione dura, quella di Birdel, determinato a
restare immobile tra il 36esimo grado di latitudine nord e il 13esimo
di longitudine est – in Mediterraneo aperto – finché le autorità
italiane non si assumeranno le proprie responsabilità. Tuttavia il caso è spinoso
e i due Paesi più coinvolti,
Italia e Germania, non hanno ancora trovato il modo di gestire quella
che con il passar delle ore rischia di gonfiarsi sempre di più.
In Italia il nodo è chiaro. La Cap Anamur,
una volta ritrovati i naufraghi il 20 giugno scorso, doveva subito
avvisare le autorità competenti, presentandosi il prima possibile al
largo di Porto Empedocle. Cosa che non è avvenuta, tant’è che la nave
umanitaria tedesca ha bussato alle nostre porte solo dieci giorni dopo
il salvataggio. Ritardo inspiegabile per la Capitaneria di Porto
Empedocle e per Roma, ma che Birdel e l’equipaggio della Cap insistono
di poter giustificare e documentare. Alla base ci sarebbero stati una
serie di problemi tecnici – cosa fare dei naufraghi, dove attraccare,
dove trovare un agente – e imprevisti, come il famoso peschereccio di
somali trovato in panne tra le onde e scortato fino a Malta.
La piccola isola mediterranea è un tassello importante
nel complesso pasticcio burocratico e umanitario che si sta consumando
poco fuori le nostre acque. Se la nave tedesca fosse passata di lì con
a bordo i naufraghi, questi ultimi avrebbero dovuto fare richiesta
d’asilo lì, come previsto dalla legge internazionale.
“Ci stiamo lavorando, non è facile – ammette da Berlino Jens
Plutner, portavoce del ministero degli Esteri tedesco – ci sono una
serie di complicazioni legali che vanno risolte. E’ ancora troppo
presto per ipotizzare scenari, è una questione che riguarda noi,
l’Italia e la stessa Malta. Ma l’aspetto umanitario e la vita di quei
profughi deve essere una priorità per tutti
noi”.