Emilia Tornatore era sulla barca che venerdì ha portato beni di prima necessità alla Cap Anamur
scritto per noi da
Emilia Tornatore*
L’appuntamento è alle 9,15 a Sciacca. Arriviamo in paese,
ben carichi. La macchina di Fulvio è completamente
piena delle cose che Elias ha chiesto tramite PeaceReporter:
latte, acqua in bottiglia, sapone, pane, pomodori pelati...Mentre
stiamo per entrare al porto, arriva una telefonata dalla nave: mancano
anche gli spazzolini da denti; così, ci fermiamo ad un supermercato ad
acquistarli. Elias ci invita anche a pranzo a bordo. La
“delegazione” è composta da Fulvio Vassallo Paleologo, che insegna
diritto internazionale all’università, da Giovanni Annaloro, avvocato,
entrambi componenti dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici
sull’Immigrazione), da Enrico Montalbano, videomaker nonché componente dell’Osservatorio
permanente
sull’immigrazione, da Lillo Miccichè, deputato all’assemblea
regionale siciliana. Fa un caldo terribile. Carichiamo i
viveri sulla barca, che si chiama Piga. Issiamo ben in alto la
bandiera della pace e quella di Emergency. Saremo facilmente
riconoscibili.
Si parte. Il viaggio verso Cap Anamur durerà qualche ora: la
Piga è vecchiotta, non è una imbarcazione veloce, e la scelta di
Sciacca come base di partenza, se da un lato ci tiene un po’ più
defilati e fuori dall’attenzione, dall’altro allunga i tempi di
navigazione. A bordo si discute su come condurre l’operazione. Siamo
sicuri che verremo fermati e controllati mille volte, ma siamo
tranquilli: è tutto in regola, e la presenza a bordo di un avvocato e
di un deputato regionale ci protegge.
Dobbiamo solo decidere se sia il caso di salire a bordo
della Cap Anamur. Elias ci ha invitato a pranzo (la spesa la stiamo
portando noi). Lo vorremmo tutti, quel pranzo, ma l’avvocato pone dei
problemi di opportunità. La nostra presenza a bordo non è
indispensabile, ed al contrario, potrebbe creare qualche illusione nei
profughi. La nostra barchetta è un lembo della tanto sospirata terra
italiana, ed il rischio è che qualcuno, fra i trentasette
disperati a bordo, possa decidere vedendoci di lanciarsi a mare o sulla
nostra barca. Per lui questo significherebbe, a parte eventuali e non
trascurabili conseguenze fisiche, il decreto di espulsione immediata ed
il trasferimento in un Centro di Permanenza Temporanea; per noi una
incriminazione per favoreggiamento all’immigrazione clandestina e mille
altre complicazioni che renderebbero ancora più difficile la posizione
giuridica e diplomatica di Cap Anamur. I viveri possono essere
trasbordati con il gommone della nave: la nostra presenza a
bordo sarebbe più un intralcio che un aiuto. Fra l’altro, dalla nave
comunicano di essere stati affiancati da una imbarcazione della Guardia
di Finanza, con l’equipaggio a volto coperto, e sorvolati da un
elicottero, sempre della GdF, che con un paio di voli a bassa quota ha
gettato nel panico alcuni dei naufraghi. Questo ci preoccupa
ulteriormente.
A malincuore, dopo una lunga
discussione, decidiamo di non salire sulla nave. La conferma della
nostra decisione ce la dà la vedetta della Capitaneria di Porto di
Porto Empedocle, la prima ad avvicinarsi a noi. A bordo si
trova il Comandante della Capitaneria, con il quale
già ieri ho avuto un paio di lunghe conversazioni durante le quali mi
ha diffusamente spiegato come, appunto, potremmo essere accusati di
quel reato, se solo uscissimo per un centimetro dal lecito. Ci dice che
ci fa passare senza identificarci, ma che al ritorno ci abborderà per
controllare che non riportiamo con noi nessun “clandestino”.
Proseguiamo. Mentre sono al telefono con Maso, che ci
segue da Milano, avvisto la nave. Grido “Eccola!”, sono le 13,50, e
sono emozionata. Giuseppe, il nostro pilota, accelera l’andatura e si
dirige con decisione verso la sagoma della nave.
Avvicinandoci riusciamo anche a vedere altre tre o quattro
imbarcazioni che circondano la nave. Appena siamo in vista, una di esse
si stacca e, ad alta velocità, punta la prua verso di noi. Siamo già
fuori dalle acque territoriali, e questo ci tranquillizza. In
pochissimi minuti ci raggiunge: è il mezzo della GdF che Elias ci aveva
descritto; uno di quei motoscafi velocissimi che vengono impiegati, fra
l’altro, contro il contrabbando, e anche contro l’ingresso dei barconi
dei clandestini nelle nostre acque. E risolviamo così il mistero degli
uomini mascherati: mentre il mezzo è in moto, l’equipaggio resta
assicurato ai sedili, ed indossa un casco protettivo con la visiera
oscurata. Effettivamente, dà una inquietante idea di aggressività.
Rallentano e si avvicinano, stavolta senza casco. Ci chiedono che
intenzioni abbiamo, diciamo che portiamo dei viveri per la Cap Anamur.
Chiedono se intendiamo salire a bordo, rispondiamo di no. Ci dicono che
in questo caso non è necessario identificarci e che possiamo
proseguire. Andiamo. Ma dopo due minuti ci affiancano nuovamente,
dicendo che invece hanno avuto ordine di identificarci. Raccogliamo i
documenti di ognuno, e li passiamo ai finanzieri. Lillo
Miccichè usa come documento identificativo il suo tesserino da
parlamentare, e “l’onorevole” diventa il nostro portavoce con
l’equipaggio della GdF, che si mostra gentile e disponibile. Anche loro
ci avvertono di non riportare nessuno a terra, e poi ci fanno passare
seguendoci da vicino fino alla nave. Resteranno a pochi metri per tutto
il tempo della nostra permanenza.
Comunichiamo via radio ad Elias che non saliremo a bordo, e
di inviare il gommone. E’ deluso, e noi anche. Ci dice di girare
dall’altro lato della nave, e vediamo la gru calare il gommone con tre
persone a bordo. Dalle murate, vedo i profughi-naufraghi-clandestini
che ci guardano, e immagino le loro espressioni: le conosco già, anche
se stavolta non posso guardare i loro visi da vicino. Espressioni già
viste e storie già sentite, di disperazione, di fame e povertà, di
guerra, violenza, morte. Si avvicinano e leghiamo a noi il
loro mezzo. Il primo a salire a bordo è Elias. “Miss Emilia, I suppose”
la prima cosa che mi dice. Scoppiamo a ridere e ci abbracciamo.
Intanto, sale a bordo anche un'altra persona mentre il marinaio rimane
nel gommone, e si cominciano a trasbordare i viveri.
Martin, così si presenta, ci spiega di essere un
giornalista, a bordo con quattro colleghi, e di dovere rientrare in
Germania. Ci chiede se possiamo riportarli indietro con noi. Non
dovrebbero esserci problemi, sono cittadini comunitari di fatto
sequestrati a bordo di una nave dallo stato italiano che non li fa
entrare nelle acque territoriali. Ma, vista l’atmosfera di tensione, è
meglio chiedere. La barca della GdF è così vicina, che basta un colpo
di voce per domandare a loro: dopo qualche minuto ci viene risposto che
possono imbarcarsi se hanno i documenti in regola.
Il gommone
riparte, portando i viveri verso la nave, e poi riportando indietro i
bagagli dei giornalisti ed, in un secondo viaggio, i giornalisti
stessi.
Elias intanto ci dice che non ha mai avuto comunicato
ufficialmente il motivo del diniego ad entrare in Italia da parte delle
autorità: gli hanno solo detto “no” senza altre spiegazioni. Cerchiamo
di spiegare noi il perché, e mentre lo diciamo anche a noi le
motivazioni del rifiuto appaiono deboli: quello che sappiamo è solo che
a bordo ci sono persone che hanno bisogno di un aiuto che non viene
dato. Elias si infervora, parla con voce concitata.
Dice “Non siamo criminali, e non lo sono le persone che trasportiamo:
sono solo naufraghi che noi abbiamo raccolto. Sono pronto a rendere
conto alle autorità italiane di ogni nostro movimento nel mediterraneo.
Ho la documentazione che spiega ogni metro che abbiamo percorso, ma non
mi viene chiesto nè concesso. Nel canale di Sicilia ci sono centinaia
di persone che cercano di attraversarlo. Centinaia muoiono durante il
viaggio, e nessuno ne sa nulla”. Ci viene in
mente una dichiarazione del Ministro Pisanu alla Camera dei
deputati, in cui affermava che il 50percento delle persone che
partono dall’Africa per raggiungere l’Italia muore durante il viaggio.
Noi stessi, ieri sera, abbiamo avuto la notizia non confermata del
naufragio di una barca che trasportava cittadini somali, in cui pare
che siano morte una trentina di persone.
"Questo è un problema che va risolto, continua Elias, che lo
stato Italiano deve risolvere e non solo lo stato Italiano: è un
problema dell’intera Europa assicurare un aiuto umanitario a queste
persone". E chiede che le persone, i cittadini italiani e europei, lo
esigano. Gli chiedo notizie dei suoi “ospiti”, mi risponde che stanno
abbastanza bene, per quanto riguarda le condizioni generali di salute.
Mi dice anche che in questo viaggio non c’era un medico a bordo, poiché
stavano solo trasferendosi, ma solo un’infermiera. Sicuramente
molti dei naufraghi, così li definisce, soffrono di shock post
traumatico: quando stamane l’elicottero li ha sorvolati abbassandosi,
alcuni sono rimasti terrorizzati, aspettandosi di vederlo mitragliare
da un momento all’altro, e si sono letteralmente lanciati sotto
coperta; è stato difficile convincerli che non avrebbero subito
aggressioni, almeno di quel tipo.
Nel
frattempo sono saliti sulla nostra barca i cinque giornalisti:
uno è il fotografo dell’associazione Cap Anamur, gli altri sono free
lance che lavorano per la televisione tedesca. Sono visibilmente
sollevati di poter scendere a terra. Il motoscafo della GdF è ancora
affiancato e legato alla nostra barca, ed immediatamente vengono
chiesti loro i documenti, che vengono esaminati a lungo con un
fittissimo scambio via radio. Nel frattempo, Elias torna a bordo della
sua nave. Prima che vada, ci scambiamo la maglietta: a lui quella di
Emergency, a me quella di Cap Anamur. Ci promettiamo di rivederci, di
rimanere in contatto, anche dopo che la fine di questa vicenda. Gli ho
parlato di Emergency, lui a me di Cap Anamur: le due associazioni sono
davvero simili per idee ed ideali, e per il tipo di lavoro che
svolgono. Anche loro hanno costruito e costruiscono ospedali e curano
le vittime delle guerre. Anche loro si sostengono in massima parte con
la solidarietà della gente. La loro nave, quella che vedo da vicino
adesso, è un vecchio cargo, riadattato. La gru serve ora a
sollevare, quando ce n'è bisogno, le barche delle boat
people, e i numerosi containers bianchi che vedo sul ponte
altro non sono che un piccolo ed attrezzato ospedale. Sono stati in
tutto il mondo, sempre svolgendo il loro lavoro di salvataggio e cura,
sin dal 1975.
Ci salutiamo un’ultima volta,
poi risale a bordo del gommone e torna alla sua nave. Con noi restano
i cinque giornalisti. Un gommone si affianca al motoscafo
della GdF che controlla i loro passaporti. Dall’altro lato, si affianca
e si lega a noi una vedetta della Capitaneria di porto di Sciacca,
chiedono anche loro di verificare i documenti. L’imbarcazione della
capitaneria di Porto Empedocle è poco lontano. Noi, siamo al centro di
tutto, e a un centinaio di metri l’imponente sagoma della Cap Anamur.
Il controllo dura parecchio, i militari della GdF, stanchi anche loro,
mi passano due bottiglie di acqua fresca, e poi ci danno il via libera
avvisandoci che a terra saremo di nuovo controllati.
Partiamo verso Sciacca, la Cap Anamur si allontana. La
vedetta della guardia di finanza ci scorta dappresso, e la sua scia ci
sballotta ogni tanto. Sappiamo che a terra, oltre a giornalisti ed
operatori televisivi, ci aspetta la polizia. Durante il viaggio
chiacchieriamo con i tedeschi: sono molto sollevati dall’essere ormai
prossimi al rientro a casa, e molto stupiti ed amareggiati dalla
situazione che si è creata. Scherziamo un po’, per allentare la
tensione vissuta oggi e nei giorni precedenti. Mi raccontano della
grande risonanza che questa storia sta avendo in Germania, racconto
loro dell’attenzione che alcuni media ci hanno prestato qui. Martin
parla al telefono con Pablo di PeaceReporter, a lungo.
Arriviamo quindi al porto. La vedetta ancora una volta ci
affianca, e ci dicono di attraccare ad un molo diverso da quello
previsto, dove ci aspettavano i giornalisti. Veniamo tuttavia accolti,
mentre sbarchiamo, da numerosi lampi di flash (ormai è sera). Scoprirò
poi che il fotografo non è un giornalista, ma un funzionario della
polizia scientifica. Altri funzionari di polizia e della capitaneria ci
circondano. Ci dicono che devono identificare e fare “qualche domanda”
ai tedeschi, e che noi possiamo andare. Ma io, Fulvio e Giovanni, i due
legali, decidiamo di seguirli. Restiamo per circa un’ora e mezza ad
aspettarli fuori dagli uffici, ad un certo punto Giovanni entra anche
lui per capire cosa stia succedendo. Il suo intervento pare sbloccare
qualcosa: finalmente, possiamo recarci, accompagnati dai funzionari di
polizia che ci offrono un passaggio e ci guidano, fino ad un albergo,
dove salutiamo i nostri stanchi ospiti. Siamo stanchi anche
noi: si va a casa. Ma questa storia non è certo finita.