04/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Emilia Tornatore era sulla barca che venerdì ha portato beni di prima necessità alla Cap Anamur
scritto per noi da
Emilia Tornatore*
 
Cap AnamurL’appuntamento è alle 9,15 a Sciacca. Arriviamo in paese, ben carichi. La macchina di Fulvio è completamente piena delle cose che Elias ha chiesto tramite PeaceReporter: latte, acqua in bottiglia, sapone, pane, pomodori pelati...Mentre stiamo per entrare al porto, arriva una telefonata dalla nave: mancano anche gli spazzolini da denti; così, ci fermiamo ad un supermercato ad acquistarli. Elias ci invita anche a pranzo a bordo. La “delegazione” è composta da Fulvio Vassallo Paleologo, che insegna diritto internazionale all’università, da Giovanni Annaloro, avvocato, entrambi componenti dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), da Enrico Montalbano, videomaker nonché componente dell’Osservatorio permanente sull’immigrazione, da Lillo Miccichè, deputato all’assemblea regionale siciliana. Fa un caldo terribile. Carichiamo i viveri sulla barca, che si chiama Piga. Issiamo ben in alto la bandiera della pace e quella di Emergency. Saremo facilmente riconoscibili.
 
Si parte. Il viaggio verso Cap Anamur durerà qualche ora: la Piga è vecchiotta, non è una imbarcazione veloce, e la scelta di Sciacca come base di partenza, se da un lato ci tiene un po’ più defilati e fuori dall’attenzione, dall’altro allunga i tempi di navigazione. A bordo si discute su come condurre l’operazione. Siamo sicuri che verremo fermati e controllati mille volte, ma siamo tranquilli: è tutto in regola, e la presenza a bordo di un avvocato e di un deputato regionale ci protegge.
 
Dobbiamo solo decidere se sia il caso di salire a bordo della Cap Anamur. Elias ci ha invitato a pranzo (la spesa la stiamo portando noi). Lo vorremmo tutti, quel pranzo, ma l’avvocato pone dei problemi di opportunità. La nostra presenza a bordo non è indispensabile, ed al contrario, potrebbe creare qualche illusione nei profughi. La nostra barchetta è un lembo della tanto sospirata terra italiana, ed il rischio è che qualcuno, fra i trentasette disperati a bordo, possa decidere vedendoci di lanciarsi a mare o sulla nostra barca. Per lui questo significherebbe, a parte eventuali e non trascurabili conseguenze fisiche, il decreto di espulsione immediata ed il trasferimento in un Centro di Permanenza Temporanea; per noi una incriminazione per favoreggiamento all’immigrazione clandestina e mille altre complicazioni che renderebbero ancora più difficile la posizione giuridica e diplomatica di Cap Anamur. I viveri possono essere trasbordati con il gommone della nave: la nostra presenza a bordo sarebbe più un intralcio che un aiuto. Fra l’altro, dalla nave comunicano di essere stati affiancati da una imbarcazione della Guardia di Finanza, con l’equipaggio a volto coperto, e sorvolati da un elicottero, sempre della GdF, che con un paio di voli a bassa quota ha gettato nel panico alcuni dei naufraghi. Questo ci preoccupa ulteriormente.
 
A malincuore, dopo una lunga discussione, decidiamo di non salire sulla nave. La conferma della nostra decisione ce la dà la vedetta della Capitaneria di Porto di Porto Empedocle, la prima ad avvicinarsi a noi. A bordo si trova il Comandante della Capitaneria, con il quale già ieri ho avuto un paio di lunghe conversazioni durante le quali mi ha diffusamente spiegato come, appunto, potremmo essere accusati di quel reato, se solo uscissimo per un centimetro dal lecito. Ci dice che ci fa passare senza identificarci, ma che al ritorno ci abborderà per controllare che non riportiamo con noi nessun “clandestino”.
 
Proseguiamo. Mentre sono al telefono con Maso, che ci segue da Milano, avvisto la nave. Grido “Eccola!”, sono le 13,50, e sono emozionata. Giuseppe, il nostro pilota, accelera l’andatura e si dirige con decisione verso la sagoma della nave.
 
Avvicinandoci riusciamo anche a vedere altre tre o quattro imbarcazioni che circondano la nave. Appena siamo in vista, una di esse si stacca e, ad alta velocità, punta la prua verso di noi. Siamo già fuori dalle acque territoriali, e questo ci tranquillizza. In pochissimi minuti ci raggiunge: è il mezzo della GdF che Elias ci aveva descritto; uno di quei motoscafi velocissimi che vengono impiegati, fra l’altro, contro il contrabbando, e anche contro l’ingresso dei barconi dei clandestini nelle nostre acque. E risolviamo così il mistero degli uomini mascherati: mentre il mezzo è in moto, l’equipaggio resta assicurato ai sedili, ed indossa un casco protettivo con la visiera oscurata. Effettivamente, dà una inquietante idea di aggressività. Rallentano e si avvicinano, stavolta senza casco. Ci chiedono che intenzioni abbiamo, diciamo che portiamo dei viveri per la Cap Anamur. Chiedono se intendiamo salire a bordo, rispondiamo di no. Ci dicono che in questo caso non è necessario identificarci e che possiamo proseguire. Andiamo. Ma dopo due minuti ci affiancano nuovamente, dicendo che invece hanno avuto ordine di identificarci. Raccogliamo i documenti di ognuno, e li passiamo ai finanzieri. Lillo Miccichè usa come documento identificativo il suo tesserino da parlamentare, e “l’onorevole” diventa il nostro portavoce con l’equipaggio della GdF, che si mostra gentile e disponibile. Anche loro ci avvertono di non riportare nessuno a terra, e poi ci fanno passare seguendoci da vicino fino alla nave. Resteranno a pochi metri per tutto il tempo della nostra permanenza.
 
Comunichiamo via radio ad Elias che non saliremo a bordo, e di inviare il gommone. E’ deluso, e noi anche. Ci dice di girare dall’altro lato della nave, e vediamo la gru calare il gommone con tre persone a bordo. Dalle murate, vedo i profughi-naufraghi-clandestini che ci guardano, e immagino le loro espressioni: le conosco già, anche se stavolta non posso guardare i loro visi da vicino. Espressioni già viste e storie già sentite, di disperazione, di fame e povertà, di guerra, violenza, morte. Si avvicinano e leghiamo a noi il loro mezzo. Il primo a salire a bordo è Elias. “Miss Emilia, I suppose” la prima cosa che mi dice. Scoppiamo a ridere e ci abbracciamo. Intanto, sale a bordo anche un'altra persona mentre il marinaio rimane nel gommone, e si cominciano a trasbordare i viveri.
 
Martin, così si presenta, ci spiega di essere un giornalista, a bordo con quattro colleghi, e di dovere rientrare in Germania. Ci chiede se possiamo riportarli indietro con noi. Non dovrebbero esserci problemi, sono cittadini comunitari di fatto sequestrati a bordo di una nave dallo stato italiano che non li fa entrare nelle acque territoriali. Ma, vista l’atmosfera di tensione, è meglio chiedere. La barca della GdF è così vicina, che basta un colpo di voce per domandare a loro: dopo qualche minuto ci viene risposto che possono imbarcarsi se hanno i documenti in regola.
 
Il gommone riparte, portando i viveri verso la nave, e poi riportando indietro i bagagli dei giornalisti ed, in un secondo viaggio, i giornalisti stessi.
 
Elias intanto ci dice che non ha mai avuto comunicato ufficialmente il motivo del diniego ad entrare in Italia da parte delle autorità: gli hanno solo detto “no” senza altre spiegazioni. Cerchiamo di spiegare noi il perché, e mentre lo diciamo anche a noi le motivazioni del rifiuto appaiono deboli: quello che sappiamo è solo che a bordo ci sono persone che hanno bisogno di un aiuto che non viene dato. Elias si infervora, parla con voce concitata. Dice “Non siamo criminali, e non lo sono le persone che trasportiamo: sono solo naufraghi che noi abbiamo raccolto. Sono pronto a rendere conto alle autorità italiane di ogni nostro movimento nel mediterraneo. Ho la documentazione che spiega ogni metro che abbiamo percorso, ma non mi viene chiesto nè concesso. Nel canale di Sicilia ci sono centinaia di persone che cercano di attraversarlo. Centinaia muoiono durante il viaggio, e nessuno ne sa nulla”. Ci viene in mente una dichiarazione del Ministro Pisanu alla Camera dei deputati, in cui affermava che il 50percento delle persone che partono dall’Africa per raggiungere l’Italia muore durante il viaggio. Noi stessi, ieri sera, abbiamo avuto la notizia non confermata del naufragio di una barca che trasportava cittadini somali, in cui pare che siano morte una trentina di persone.
 
"Questo è un problema che va risolto, continua Elias, che lo stato Italiano deve risolvere e non solo lo stato Italiano: è un problema dell’intera Europa assicurare un aiuto umanitario a queste persone". E chiede che le persone, i cittadini italiani e europei, lo esigano. Gli chiedo notizie dei suoi “ospiti”, mi risponde che stanno abbastanza bene, per quanto riguarda le condizioni generali di salute. Mi dice anche che in questo viaggio non c’era un medico a bordo, poiché stavano solo trasferendosi, ma solo un’infermiera. Sicuramente molti dei naufraghi, così li definisce, soffrono di shock post traumatico: quando stamane l’elicottero li ha sorvolati abbassandosi, alcuni sono rimasti terrorizzati, aspettandosi di vederlo mitragliare da un momento all’altro, e si sono letteralmente lanciati sotto coperta; è stato difficile convincerli che non avrebbero subito aggressioni, almeno di quel tipo.
 
Nel frattempo sono saliti sulla nostra barca i cinque giornalisti: uno è il fotografo dell’associazione Cap Anamur, gli altri sono free lance che lavorano per la televisione tedesca. Sono visibilmente sollevati di poter scendere a terra. Il motoscafo della GdF è ancora affiancato e legato alla nostra barca, ed immediatamente vengono chiesti loro i documenti, che vengono esaminati a lungo con un fittissimo scambio via radio. Nel frattempo, Elias torna a bordo della sua nave. Prima che vada, ci scambiamo la maglietta: a lui quella di Emergency, a me quella di Cap Anamur. Ci promettiamo di rivederci, di rimanere in contatto, anche dopo che la fine di questa vicenda. Gli ho parlato di Emergency, lui a me di Cap Anamur: le due associazioni sono davvero simili per idee ed ideali, e per il tipo di lavoro che svolgono. Anche loro hanno costruito e costruiscono ospedali e curano le vittime delle guerre. Anche loro si sostengono in massima parte con la solidarietà della gente. La loro nave, quella che vedo da vicino adesso, è un vecchio cargo, riadattato. La gru serve ora a sollevare, quando ce n'è bisogno, le barche delle boat people, e i numerosi containers bianchi che vedo sul ponte altro non sono che un piccolo ed attrezzato ospedale. Sono stati in tutto il mondo, sempre svolgendo il loro lavoro di salvataggio e cura, sin dal 1975.
 
Ci salutiamo un’ultima volta, poi risale a bordo del gommone e torna alla sua nave. Con noi restano i cinque giornalisti. Un gommone si affianca al motoscafo della GdF che controlla i loro passaporti. Dall’altro lato, si affianca e si lega a noi una vedetta della Capitaneria di porto di Sciacca, chiedono anche loro di verificare i documenti. L’imbarcazione della capitaneria di Porto Empedocle è poco lontano. Noi, siamo al centro di tutto, e a un centinaio di metri l’imponente sagoma della Cap Anamur. Il controllo dura parecchio, i militari della GdF, stanchi anche loro, mi passano due bottiglie di acqua fresca, e poi ci danno il via libera avvisandoci che a terra saremo di nuovo controllati.
 
Partiamo verso Sciacca, la Cap Anamur si allontana. La vedetta della guardia di finanza ci scorta dappresso, e la sua scia ci sballotta ogni tanto. Sappiamo che a terra, oltre a giornalisti ed operatori televisivi, ci aspetta la polizia. Durante il viaggio chiacchieriamo con i tedeschi: sono molto sollevati dall’essere ormai prossimi al rientro a casa, e molto stupiti ed amareggiati dalla situazione che si è creata. Scherziamo un po’, per allentare la tensione vissuta oggi e nei giorni precedenti. Mi raccontano della grande risonanza che questa storia sta avendo in Germania, racconto loro dell’attenzione che alcuni media ci hanno prestato qui. Martin parla al telefono con Pablo di PeaceReporter, a lungo.
 
Arriviamo quindi al porto. La vedetta ancora una volta ci affianca, e ci dicono di attraccare ad un molo diverso da quello previsto, dove ci aspettavano i giornalisti. Veniamo tuttavia accolti, mentre sbarchiamo, da numerosi lampi di flash (ormai è sera). Scoprirò poi che il fotografo non è un giornalista, ma un funzionario della polizia scientifica. Altri funzionari di polizia e della capitaneria ci circondano. Ci dicono che devono identificare e fare “qualche domanda” ai tedeschi, e che noi possiamo andare. Ma io, Fulvio e Giovanni, i due legali, decidiamo di seguirli. Restiamo per circa un’ora e mezza ad aspettarli fuori dagli uffici, ad un certo punto Giovanni entra anche lui per capire cosa stia succedendo. Il suo intervento pare sbloccare qualcosa: finalmente, possiamo recarci, accompagnati dai funzionari di polizia che ci offrono un passaggio e ci guidano, fino ad un albergo, dove salutiamo i nostri stanchi ospiti. Siamo stanchi anche noi: si va a casa. Ma questa storia non è certo finita. 
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Italia