Trentasette comuni per trentasette profughi. E’ la risposta dell’Associazione
Nazionale dei Comuni (Anci)
all’appello lanciato ieri da Filippo Miraglia, responsabile per
l’immigrazione dell’Arci, che aveva chiesto assistenza per i naufraghi
della Cap Anamur.
La soluzione prevede lo
stanziamento di fondi per ricevere e accogliere ciascuno dei profughi
in un comune italiano, sempre che il Governo – specifica il sindaco di
Ancona, Fabio Sturani – sia disposto a fare il primo passo e a
permettere loro di entrare nel nostro territorio. Una buona notizia,
giunta a rompere un silenzio burocratico che, con il passar delle ore e
dei giorni, stava diventando sempre più imbarazzante. "E' incredibile,
sapevamo che la società civile italiana avrebbe risposto in questo
modo", hanno commentato entusiasti dalla Cap Anamur.
Dopo quattro giorni le contrattazioni tra il governo
italiano e quello tedesco sono ancora in alto mare. Così come
lo è la Cap Anamur, immobile al largo delle coste italiane con il suo
equipaggio, i trentasette naufraghi e la nave della guardia costiera a
vigilare giorno e notte. “Siamo spiacenti – riferiscono dall’ambasciata
tedesca a Roma – le trattative sono rinviate a lunedì. Non ci sono
ulteriori aggiornamenti”.
Diplomazia in
vacanza, dunque, mentre una nave umanitaria tedesca al largo delle
coste italiane attende di sapere cosa fare di un gruppo di profughi di
origine africana partiti dalla Libia e ritrovati tredici giorni fa in
Mediterraneo aperto. “Siamo qui da quattro giorni e ancora
nessuno ci sa dire perché ci sia stato negato l’accesso in Italia”,
commenta con una scrollata di spalle Elias Birdel, presidente
dell’organizzazione Cap Anamur. “Eppure abbiamo invitato le stesse
autorità italiane a salire sulla nave per controllare il diario di
bordo e la nostra documentazione. Non si è presentato
nessuno”.
Solo una piccola delegazione
italiana di Médecins Sans Frontières si è recata a bordo nella serata
di venerdì, per verificare la condizione dei profughi. "Fisicamente stanno abbastanza
– racconta Giuseppe de Mola,
uno dei coordinatori dell’organizzazione – ma sono esausti e
psicologicamente provati. Uno di loro ha dichiarato di venire dalla
Sierra Leone e di essere figlio di un perseguitato politico. Gli altri
dicono di essere del Darfur, in Sudan, e abbiamo motivo di credere che
non abbiano mentito. Conoscono dettagliatamente villaggi, zone ed
eventi che solo chi viene da laggiù può sapere. Parlano degli stessi
luoghi, degli stessi orrori, delle stesse violenze. Qualcuno di loro si
è persino sollevato la maglietta, mostrando segni di percosse con
oggetti contundenti sulle spalle”. La delegazione di Msf si è
trattenuta sulla nave per poco più di tre ore, prima di rientrare. “Non
siamo riusciti ad effettuare controlli medici su ognuno di loro per
motivi di tempo – continua de Mola – abbiamo visitato solo quelli che
ci erano stati indicati come i più fragili. Ma possiamo confermare che
la Cap Anamur è ben attrezzata e che i profughi hanno tutta
l’assistenza necessaria”.
L’attesa resta
comunque snervante e i naufraghi comincerebbero a dare segni di
cedimento. La presenza degli uomini della guardia costiera a poche
centinaia di metri e la sagoma della nave della Marina Militare li
agita. Il fatto poi di trovarsi da quasi due settimane in un limbo –
geografico e diplomatico – non facilita le cose. ”Se mai scenderanno a
terra – commenta il delegato di Msf – avranno bisogno anche e
soprattutto di assistenza psicologica. Se dovessero finire in un Centro
di Permanenza Temporanea potrebbero non averne. E questo complicherebbe
ulteriormente le cose”.
Dalla nave, Birdel
sottolinea che il destino dei naufraghi deve essere considerato una
priorità nelle trattative tra l’Italia e la Germania. “Siamo disposti a
consegnarli a qualsiasi Paese europeo intenzionato ad accoglierli e a
offrire loro assistenza – continua – ma non ci muoveremo da dove siamo.
Non andremo a Malta, dove qualcuno vorrebbe che li portassimo, o da
qualsiasi altra parte. Il governo italiano e l’Europa devono assumersi
le proprie responsabilità e collaborare con noi, non chiuderci le porte
in faccia. Noi ci siamo mossi già abbastanza. Ora tocca a loro”.
Ma mentre in mare tutto è rimandato, sulla
terraferma c’è chi, oltre all'Anci e all'Arci, si sta dando da
fare per superare l’impasse burocratico in cui galleggiano la Cap
Anamur e i suoi naufraghi. Insieme a Emergency e a Msf, si
sono mosse altre associazioni e membri della società civile ed
ecclesiastica regionale e nazionale. Nella speranza che
l’Europa apra le porte a chi fugge da guerre, fame e miseria ancora
troppo ignorate dalla comunità internazionale.