Dopo una giornata di contrattazioni è arrivato un altro secco no delle autorità italiane
Trentasette naufraghi
di origine africana, tutti uomini, di età compresa tra i 17 e i 30
anni, attendono ormai da tre giorni che il governo italiano decida cosa
fare di loro. Nessuno sa chi siano. Né che aspetto abbiano.
Né da dove vengano. Gli unici testimoni della loro storia
sono i membri dell’equipaggio della Cap Anamur, che anche ieri – dopo
una lunga ed estenuante trattativa con le autorità italiane – hanno
dovuto rassegnarsi a restare in acque extraterritoriali al largo di
Porto Empedocle.“Veniamo dal Darfur, siamo sudanesi”,
avrebbero detto i naufraghi al personale di bordo della nave che il 20
giugno scorso li ha salvati non lontano da Lampedusa mentre andavano
alla deriva sul loro gommone in panne. “La guerra ci ha tolto tutto e
siamo fuggiti. Non sappiamo più nulla delle nostre famiglie”. Avrebbero attraversato
il Sahara con mezzi di fortuna, nella
notte, prima di arrivare - stremati - in Libia. Dove qualcuno
li ha messi su un canotto fatiscente intascandosi tutto quello che
avevano e sparendo nel nulla.
"Sono stato
con loro negli ultimi giorni, fisicamente stanno abbastanza bene",
racconta Martin Hilbert, reporter freelance che collabora con
l’emittente tedesca Wdr e che si trovava a bordo della Cap Anamur. "Ma soffrono
di gravi ed evidenti traumi psichici. Raccontano
di aver assistito a scene di orrore in patria. Il viaggio li ha sfiniti
e il mare stava per portarseli via. Capita spesso di vederli piangere –
chi sommessamente, chi ad alta voce e dimenandosi – raggomitolati nelle
coperte distribuite dal personale della Cap Anamur. Ma la tragedia li
ha resi uniti. Tutte le sere mangiano insieme un piatto frugale a base
di riso, fagioli e piselli, oltre al latte e al pane che viene loro
distribuito".
Nelle prime ore della mattina
di ieri, navi della Guardia Costiera, della Polizia e della Marina
Militare Italiana si sono posizionate a poche decine
di metri dalla Cap Anamur. Alcuni dei naufraghi, raccolti sul ponte
della nave, hanno cominciato ad aggrottare la fronte e a dare segni di
sconforto. Quando poi è sopraggiunta la barca della Guardia di Finanza,
con a bordo uomini vestiti in tenuta anti-sommossa, accompagnata da un
elicottero, sulla nave è scattato il panico. “Molti tra i
naufraghi sono corsi sottocoperta – continua Martin - erano
terrorizzati. Per loro dev’essere stato troppo. Vedere una nave da
guerra, sentire il fragore assordante dell’elicottero sopra le nostre
teste deve aver risvegliato in loro brutti ricordi. Dai piani inferiori
provenivano urla disperate e invocazioni. C’era chi gridava Jesus!! o Allah!!!
Solo dopo
molti tentativi i membri dell’equipaggio sono riusciti a calmarli”.
“Non hanno acciacchi fisici, sono giovani e stanno
abbastanza bene”, racconta dalla nave Elias Birdel, presidente
dell’organizzazione Cap Anamur. “Ma l’impressione è che dentro di loro
ci sia un male oscuro che li accomuna. Forse credevano che raggiungere
l’Europa valesse il rischio di un viaggio così lungo e pericoloso. Ma
ad accoglierli hanno trovato una nave da guerra. Non dev’essere stato
incoraggiante per loro"
Come presidente,
Birdel è anche il portavoce della Cap Anamur. Ieri, nel primo
pomeriggio, si è incontrato con una delegazione della società civile
italiana accorsa sulla nave “Pinta”, proveniente dal porto di Sciacca e
diretta verso la nave con beni di prima assistenza. “Siamo indignati
per l’arroganza con cui ci hanno trattato le autorità italiane”, spiega
deciso. “Sono arrivati ad inviare le navi della Marina Militare per
paura di una nave umanitaria e di trentasette naufraghi indifesi.
Dicono che abbiamo tardato troppo, che eravamo con i profughi a Malta
prima di venire in Italia. Sono pronto a spiegare e a documentare
tutto, ma nessuno mi vuole stare a sentire”.
Il presidente della Cap Anamur racconta gli ultimi mesi di
attività della sua nave. La Cap Anamur ha lasciato la Germania
il 29 febbraio scorso, facendo scalo a Rotterdamm, Lisbona, e Las
Palmas. Ha proseguito verso l’Africa, dove l’organizzazione ha diversi
ospedali e progetti di assistenza umanitaria. Si è fermata a Freetown,
in Sierra Leone, a Monrovia, in Liberia e nella Walvis Bay, in Namibia.
Da lì è tornata indietro, entrando in acque mediterranee, alla volta di
Aqaba, nel Mar Rosso. Ma un guasto al motore avrebbe
costretto l’equipaggio a virare e attraccare a Malta per
alcune riparazioni. Dopo alcuni giri di rodaggio, e solo dopo aver
lasciato le acque territoriali maltesi, la Cap Anamur si è imbattuta
nel gommone in panne con i trentasette profughi a bordo. “Li abbiamo
trovati il 20 giugno, non lontano da Lampedusa – continua Birdel – .
Abbiamo deciso di portarli lì, ma ci siamo accorti che non potevamo. A
Lampedusa possono attraccare solo navi della lunghezza massima di 80
metri. La Cap Anamur è di poco inferiore ai cento. La nostra
ricerca è continuata, abbiamo pensato ad altri porti, ma non andavano
bene. Alla fine abbiamo pensato a Porto Empedocle e ci siamo
avvicinati. Poco prima, però, abbiamo avvistato un peschereccio in
panne. A bordo c’erano undici somali. Abbiamo chiesto loro se volevano
salire ma ci hanno detto che volevano proseguire per Malta. La loro
imbarcazione era davvero in pessime condizioni e abbiamo deciso di
scortarli fino alle acque territoriali dell’isola. Questo spiega il
fatto che dopo il 20 giugno siamo stati di nuovo avvistati al largo di
Malta. Da lì siamo tornati verso Porto Empedocle, ma le autorità
italiane ci hanno negato l’accesso”.
”Stiamo solo cercando di salvare vite umane”, conclude Elias
Birdel. “Lo facciamo da 25 anni. Non abbiamo alcun interesse a girare
il Mediterraneo con 37 profughi a bordo. Attenderemo fuori da Porto
Empedocle finché questo pasticcio burocratico non sarà chiarito.
Speriamo per il bene di questi naufraghi che il governo italiano,
quello tedesco e l’Europa trovino in fretta un soluzione”.