14/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La data è quella del 14 aprile 2004, ma potrebbe essere un giorno qualunque in Iraq
scritto per noi da
Dahr Jamail
 
Donna a BaghdadIeri sera un vecchio iracheno, nel suo negozio in Karrada Street, mi ha detto: “La situazione qui è la peggiore che mi possa venire in mente. Il modo in cui gli americani gestiranno le cose in Falluja e al Sud nei prossimi giorni deciderà tutto. Ancora non riesco a capire la loro politica. Dov’è la libertà che avevano promesso?”
 
Stamattina, mentre ero sul tetto dell’ appartamento e parlavo con una stazione radio del Connecticut, c’è stata un’ enorme esplosione nell’ area dell’Autorità provvisoria della Coalizione, dall’ altra parte del Tigri rispetto a dov’ero io. Poco dopo ce n’è stata un’altra all’ hotel Sheraton, poi un’altra nella direzione opposta, causata da un razzo passato sopra le nostre teste. Tutto questo è stato seguito da sparatorie sporadiche verso nord.
 
Questa è la vita oggi nella Baghdad liberata. Sembra surreale ascoltare stamattina la notizia che il generale Sanchez ha annunciato che l’ esercito si sta preparando a uccidere o arrestare Muqtada al-Sadr nella città santa di Najaf, e che le truppe stanno circondando la città. Poco dopo aver ricevuto questa notizia, il mio buon amico Abu Talat mi ha chiamato per dirmi che domenica scorsa, alle sette di mattina, è andato a fare un giro intorno alla sua casa di Adhamiya, un quartiere sunnita di Baghdad.
 
Ha aperto il cancello e ha trovato un soldato statunitense inginocchiato, con un’ arma puntata verso la strada. C’era un altro soldato accosciato nel suo cortile, con il fucile puntato nella stessa direzione, e numerosi carri armati stavano spuntando dietro di loro. C’era un combattimento in corso tra i militari statunitensi e la resistenza. Questo fatto non può essere verificato, ma lui sostiene che nella battaglia gli americani hanno perso 5 carri armati, 7 gipponi Humvee e 30 soldati.
 
Dice che 4 iracheni sono stati uccisi e 7 feriti. Quelli della resistenza hanno combattuto gli americani nelle strade con kalashnikov e lanciagranate. Qual è la causa di questo? Il signor Alber, un portavoce della moschea Abu Hanifa di Adhamiya, mi ha spiegato la situazione questo pomeriggio, in un camera della moschea sunnita dell’area.
 
Premettendo cos’era successo qui, mi ha fatto notare che la moschea di Abu Hanifa non è solo la più importante moschea sunnita in Iraq, ma una delle più importanti in tutto il Medio Oriente. Il signor Alber ha fatto un respiro profondo, e ha cominciato il racconto. “L’ 11 aprile, alle 3.30 di notte, gli americani hanno compiuto un raid contro la moschea usando i carri armati per buttare giù il cancello e arrivare nel luogo in cui era custodito il cibo per gli assediati di Falluja. L’altro cancello è stato buttato giù da un carro armato, vicino al dormitorio degli studenti e al cimitero dei martiri."
 
Ha continuato dicendo che un Humvee è poi entrato attraverso il cancello, calpestando le scorte di alimentari per Falluja e distruggendo tre tonnellate di cibo. In precedenza avevo visto le sacche di roba da mangiare sventrate dalle enormi ruote delle Humvee. Quaranta soldati sono entrati nella moschea, mentre circa altri 60 sorvegliavano l’esterno. Quelli dentro sono andati nell’ area principale della moschea, dove i fedeli stavano pregando.
 
Molti volontari della Società della Luna Rossa Crescente (la Croce Rossa irachena) di Kirkuk stavano riposando, prima di consegnare altri aiuti a Falluja. I soldati sono entrati con i loro stivali, hanno costretto tutti quanti a inginocchiarsi con le facce verso il pavimento, puntando le armi contro di loro.
 
Il signor Alber ha alzato la voce contro di me con rabbia, dicendomi: “Parlo un buon inglese. Ho implorato gli americani di lasciarci aprire tutte le porte, così che loro non potessero danneggiare ulteriormente la nostra moschea. Avevo paura di come avrebbe potuto reagire la gente se l’ avesse scoperto. Ma il traduttore iracheno che stava con loro mi ha gridato contro: “Silenzio, tappati quella bocca!”.
 
In un’ occasione precedente, il signor Alber aveva parlato con il generale Rabin, che è il responsabile della base Usa nell’area. Gli aveva chiesto di spiegargli la delicata situazione delle moschee, in modo da farli smettere di infiammare gli animi della gente della zona con il palese disinteresse per le tradizione della loro religione. Il generale gli aveva detto di stare zitto. Il signor Alber ha alzato le braccia e ha detto: “Credo che il generale sia un uomo buono, ma le informazioni che ha sono sbagliate. Non teniamo mai armi nella nostra moschea, solo tre kalashnikov per proteggerla, come si proteggono gli ospedali”.
 
Mentre puntavano le armi contro la gente nella moschea per due ore, i soldati hanno sfondato praticamente ogni porta che era chiusa nella moschea, persino quelle che non erano chiuse a chiave. Avevo fatto un giro nella scuola (la scuola superiore islamica Imam Adham è all’ interno del complesso della moschea, proprio come tante scuole private negli Usa sono vicino alle chiese) e avevo visto che ogni porta era sfondata, e che i muri e i soffitti erano bucherellati dai proiettili. I quaderni degli studenti erano sparpagliati sul tavolo di un insegnante, un caos causato dai soldati che li hanno scartabellati.
 
Il signor Alber ha detto: “Dopo due ore passate con le facce a terra e con gli americani che mettevano i piedi sulle persone (un insulto enorme da queste parti), i soldati non hanno trovato un singolo proiettile. Se ne sono semplicemente andati. Un anno fa si sarebbero scusati per queste cose. Ora hanno cancellato le scuse. Si scusano calpestandoci il collo!”. Questo è il terzo raid compiuto dagli americani nella moschea Abu Hanifa. La prima volta fu esattamente un anno prima del raid più recente.
 
La seconda volta è stata lo scorso dicembre. Avevo parlato di quest’ ultima incursione l’ultima volta che sono stato qui, e avevo scattato fotografie dei colpi sparati contro le mura all’esterno e contro la torre con l’ orologio. Il signor Adel ha detto: “Questo è il nostro regalo per l’ anniversario del primo raid”. Ci sono più di 200 tonnellate di cibo per Falluja custodite nella moschea. Borse di cibo giacciono nel cortile in attesa di essere consegnate, e sono arrivate da tutto l’ Iraq.
 
Mi sono venute le lacrime agli occhi mentre guardavo questo profluvio di aiuti per gli iracheni assediati di Falluja. Mentre stavamo camminando verso l’ altro lato della moschea, una donna di Falluja era appena arrivata, piangendo a dirotto, con il figlio. Ha spiegato agli uomini della moschea che non aveva con sé un documento di identità perché gli americani gliel’ avevano preso, ed era qui per chiedere aiuto.
 
Gli abitanti di Adhamiya hanno cominciato a ospitare i rifugiati di Falluja a centinaia, se non a migliaia. Si dice che una famiglia ne sta ospitando otto di Falluja, e che non permetta a nessuno di portargliele via. Insistono per prendersi cura di quante più persone possono. Questa è Adhamiya. Dall’ altro lato della moschea mi viene presentato Kassem, un nonno di 54 anni che è cieco da un occhio ed è disabile a una gamba. Lavora come guardia alla moschea, e vive nel complesso con la sua famiglia e i suoi nipoti.
 
Mentre sta lì a parlare con noi, noto la vistosa benda che ha sulla fronte. Quando gli americani hanno sfondato la porta della sua casa, si è messo di fronte ai soldati e uno di loro lo ha colpito alla testa col calcio del suo M-16, buttandolo a terra.
 
Mostra la gamba e dice: “Quando sono caduto a terra mi hanno riempito di calci! Sono venuti a umiliare la gente dell’ Islam. Perché sennò? Non abbiamo armi qui, non ci sono mujaheddin. Vogliono distruggere la religione islamica”. Dopo aver parlato con Kassem, visitiamo il cimitero degli Shahid (martiri) all’ interno del complesso.
 
Qui sono seppelliti più di 60 corpi, eppure il posto è riservato a quelli ritenuti martiri, principalmente della zona. La maggioranza delle tombe sono di gente del luogo che è morta per difendere Adhamiya durante l’ invasione del 19 aprile 2003, ma ce ne sono altre. Quattro nuove tombe sono di combattenti morti lottando contro gli americani il giorno dopo il raid della moschea. Due ragazzini siedono vicino alla tomba di uno di loro, un ragazzo di 19 anni che era loro amico.
 
Rendono visita alla tomba ogni giorno, e pensano di continuare a fare così per sempre. Un’ altra tomba è quella di un dimostrante ucciso a colpi di arma da fuoco dagli americani, e un'altra è di un uomo colpito dai proiettili di un elicottero Apache a un posto di blocco di Mosul. Ci sono altre due tombe nuove. Una è di un bambino di 9 anni, l’altra della sua sorella 16enne. Entrambi erano di Falluja.
 
In precedenza il signor Alber ci aveva detto: “Io ero contro Saddam. Ero stato in carcere sotto il suo regime nel 1996 per aver sfornato delle pastine quando lo zucchero era razionato per le sanzioni. Ma la politica Usa ora in Iraq fallirà al 100 per cento! Nessuno è dalla loro parte adesso”.
 
Dopo di questo ha respirato a fondo e in modo calmo ma risoluto ha detto: “Chi gestisce la politica statunitense qui non è intelligente. Quando vieni facendo del terrorismo, crei terrorismo”. Poco più tardi, mentre stavamo entrando nella macchina abbiamo sentito dei colpi di arma da fuoco nelle vicinanze. Dopo aver guidato per un breve tratto, Abu Talat mi chiede di coprirmi la testa. Mi tiro su la kefia per coprirmi la barba.
 
Mentre guidiamo verso casa, vediamo fluttuare numerose nuvole di fumo nero, e sono stato qui abbastanza a lungo per capire che viene da veicoli militari americani in fiamme. Le fiamme che avvolgono le distanti rovine di al-Dora nel cielo al tramonto sono le più alte che abbia visto finora.
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq