Cari
amici,
vi scrivo da Haiti e in particolare da Port de
Paix. La situazione pare essersi normalizzata. Gli uffici pubblici e
privati, come anche i trasporti via mare e via aerea, sono già ripresi
da tempo. Devo sinceramente dirvi che non ho trovato Port au Prince e
Port de Paix molto diverse da come le avevo lasciate prima che la crisi
haitiana scoppiasse. Indubbiamente ci sono stati momenti di altissima
tensione. Molti miei amici di Port au Prince mi hanno raccontato di
essere rimasti barricati in casa per una settimana intera, col timore
di essere assaliti e saccheggiati dalle bande che hanno
scorrazzato indisturbate per la città.
Alcuni centri nevralgici e simbolici della città sono stati
presi di mira e incendiati. Particolarmente critica è la situazione
delle università della capitale, soprattutto quella di agronomia: non
esiste più nulla. Archivi, schedari, materiale didattico e di
laboratorio: tutto distrutto. Probabilmente, a meno di un miracolo, il
prossimo anno gli studenti saranno costretti a saltare l’anno
accademico. Il console italiano di Haiti che ha rischiato più volte la
vita durante le manifestazioni degli ultimi mesi, oltre che un
tentativo di sequestro, sta ora cercando sponsorizzazioni e aiuti per
la ricostruzione e ha chiesto anche all’Anpil di aiutarlo: faremo tutto
ciò che è in nostro potere per sensibilizzare e sostenerlo in questo
progetto così importante per la formazione di tanti giovani haitiani.
La presenza dei militari è discreta. Gli
americani, i canadesi, i cileni, i brasiliani nella capitale, i
francesi al nord.
Garantiscono la sicurezza e istruiscono la nuova polizia che si è
insediata. Non mi sembra invece che procedano in modo organizzato e
sistematico al disarmo dei vari gruppi armati: sia le bande
sostenitrici di Aristide, sia gli appartenenti al fronte Rivoluzionario
facenti parte dell’esercito ormai sciolto di Haiti. Circolano ancora
troppe armi per il Paese. La mia impressione è che la calma che si
respira nella capitale sia solo apparente. Aristide è in Giamaica:
dispone di fondi (800 mln di dollari) sufficienti per organizzare una
controffensiva non solo politica, attraverso una capillare opera di
lobbing, ma anche militare. Non si darà per vinto e credo che i suoi
sostenitori si stiano riorganizzando attendendo il momento più
propizio. Spero di sbagliarmi, ma temo che la crisi di Haiti non sia
ancora finita.
La miseria e il degrado sono
i padroni assoluti dell’isola. Di certo non è questa crisi che li ha
provocati, (si tratta ahimé di una situazione ormai cronica), ma un
peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie è stato inevitabile.
Stanno aumentando in modo esponenziale i casi di tubercolosi tra i
bambini e gli adulti, soprattutto nelle zone più a rischio. Ho parlato
con alcuni operatori di ONG (tra cui l’italiana ALISEI) che mi hanno
confermato l’importanza di operare in Haiti non attraverso la politica
dell’emergenza umanitaria, bensì attraverso progetti strutturati e di
lungo periodo per cercare di recuperare una situazione di degrado ormai
radicata. Stando qualche giorno a Port au Prince mi sono anche reso
conto di quanto la crisi haitiana sia stata pompata ad arte dai media.
Le informazioni che sono circolate sugli haitiani sfollati, sulle
migliaia di bambini a rischio …..sono un FALSO inaudito.
La verità, ben nota agli stessi operatori, è che la
politica dell’emergenza rappresenta un ghiotto business a cui molte
organizzazioni non governative poco serie guardano con ingordigia! Non
puoi neanche immaginare quante associazioni, organizzazioni, comitati,
dai nomi improbabili e dalle sigle impronunciabili siano fiorite in
questo mese: tutti in prima linea, ma non sul fronte della
miseria, su quello della burocrazia per poter accedere ai
fantomatici 35 milioni di dollari che le Nazioni Unite hanno deciso di
stanziare per Haiti. Peccato che per il momento le Nazioni Unite ne
abbiano raccolti appena 5!. L’effetto negativo più rilevante in Haiti è
l’incredibile aumento del costo della vita: prezzi aumentati del 50,
70, 100% (!!!) con una moneta locale, il gourde,
che perde ogni giorno sempre più valore rispetto al dollaro
statunitense. Rispetto ai mesi della crisi, i magazzini e gli shop sono pieni
di materiale e cibo, ma…..tutto è
carissimo e quindi inaccessibile alla maggior parte della popolazione.
Per quanto riguarda le nostre missioni al nord, confermo l’invio a fine
aprile di 2 container da 40’ (circa 50 tonnellate di aiuti alimentari e
sanitari).
Stiamo raccogliendo riso,
farina, latte in polvere, pasta di grano duro e medicinali quali
antiinfiammtaori, disinfettanti, antibotici. Ho già preso accordi
con i responsabili della Caritas di Port de Paix, e
con i missionari locali per effettuare una distribuzione che
non metta a repentaglio la sicurezza di nessuno. Chiederemo, se sarà
necessario, l’aiuto del contingente francese per garantire la sicurezza
durante lo sbarco del materiale. I nostri bambini adottati a distanza
stanno benissimo. Hanno tutti ripreso la scuola e il loro unico
rammarico è stato quello di non aver fatto le vacanze pasquali (il
ministro dell’istruzione, visti i numerosi giorni di scuola persi a
causa della crisi, ha chiesto a tutte le direzioni scolastiche di non
effettuare alcun giorno di vacanza). Ho visitato quasi tutte le scuole
dove studiano i bambini : l’opera e l’assistenza data dalle nostre
suore e dai Fratelli è stata davvero encomiabile!