14/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Massimiliano Salierno, presidente di Anpil, fa il punto della situazione
Scontri a HaitiCari amici,
 
vi scrivo da Haiti e in particolare da Port de Paix. La situazione pare essersi normalizzata. Gli uffici pubblici e privati, come anche i trasporti via mare e via aerea, sono già ripresi da tempo. Devo sinceramente dirvi che non ho trovato Port au Prince e Port de Paix molto diverse da come le avevo lasciate prima che la crisi haitiana scoppiasse. Indubbiamente ci sono stati momenti di altissima tensione. Molti miei amici di Port au Prince mi hanno raccontato di essere rimasti barricati in casa per una settimana intera, col timore di essere assaliti e saccheggiati dalle bande che hanno scorrazzato indisturbate per la città.
 
Alcuni centri nevralgici e simbolici della città sono stati presi di mira e incendiati. Particolarmente critica è la situazione delle università della capitale, soprattutto quella di agronomia: non esiste più nulla. Archivi, schedari, materiale didattico e di laboratorio: tutto distrutto. Probabilmente, a meno di un miracolo, il prossimo anno gli studenti saranno costretti a saltare l’anno accademico. Il console italiano di Haiti che ha rischiato più volte la vita durante le manifestazioni degli ultimi mesi, oltre che un tentativo di sequestro, sta ora cercando sponsorizzazioni e aiuti per la ricostruzione e ha chiesto anche all’Anpil di aiutarlo: faremo tutto ciò che è in nostro potere per sensibilizzare e sostenerlo in questo progetto così importante per la formazione di tanti giovani haitiani.
 
La presenza dei militari è discreta. Gli americani, i canadesi, i cileni, i brasiliani nella capitale, i francesi al nord. Garantiscono la sicurezza e istruiscono la nuova polizia che si è insediata. Non mi sembra invece che procedano in modo organizzato e sistematico al disarmo dei vari gruppi armati: sia le bande sostenitrici di Aristide, sia gli appartenenti al fronte Rivoluzionario facenti parte dell’esercito ormai sciolto di Haiti. Circolano ancora troppe armi per il Paese. La mia impressione è che la calma che si respira nella capitale sia solo apparente. Aristide è in Giamaica: dispone di fondi (800 mln di dollari) sufficienti per organizzare una controffensiva non solo politica, attraverso una capillare opera di lobbing, ma anche militare. Non si darà per vinto e credo che i suoi sostenitori si stiano riorganizzando attendendo il momento più propizio. Spero di sbagliarmi, ma temo che la crisi di Haiti non sia ancora finita.
 
La miseria e il degrado sono i padroni assoluti dell’isola. Di certo non è questa crisi che li ha provocati, (si tratta ahimé di una situazione ormai cronica), ma un peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie è stato inevitabile. Stanno aumentando in modo esponenziale i casi di tubercolosi tra i bambini e gli adulti, soprattutto nelle zone più a rischio. Ho parlato con alcuni operatori di ONG (tra cui l’italiana ALISEI) che mi hanno confermato l’importanza di operare in Haiti non attraverso la politica dell’emergenza umanitaria, bensì attraverso progetti strutturati e di lungo periodo per cercare di recuperare una situazione di degrado ormai radicata. Stando qualche giorno a Port au Prince mi sono anche reso conto di quanto la crisi haitiana sia stata pompata ad arte dai media. Le informazioni che sono circolate sugli haitiani sfollati, sulle migliaia di bambini a rischio …..sono un FALSO inaudito.  
 
La verità, ben nota agli stessi operatori, è che la politica dell’emergenza rappresenta un ghiotto business a cui molte organizzazioni non governative poco serie guardano con ingordigia! Non puoi neanche immaginare quante associazioni, organizzazioni, comitati, dai nomi improbabili e dalle sigle impronunciabili siano fiorite in questo mese: tutti in prima linea, ma non sul fronte della miseria, su quello della burocrazia per poter accedere ai fantomatici 35 milioni di dollari che le Nazioni Unite hanno deciso di stanziare per Haiti. Peccato che per il momento le Nazioni Unite ne abbiano raccolti appena 5!. L’effetto negativo più rilevante in Haiti è l’incredibile aumento del costo della vita: prezzi aumentati del 50, 70, 100% (!!!) con una moneta locale, il gourde, che perde ogni giorno sempre più valore rispetto al dollaro statunitense. Rispetto ai mesi della crisi, i magazzini e gli shop sono pieni di materiale e cibo, ma…..tutto è carissimo e quindi inaccessibile alla maggior parte della popolazione. Per quanto riguarda le nostre missioni al nord, confermo l’invio a fine aprile di 2 container da 40’ (circa 50 tonnellate di aiuti alimentari e sanitari).
 
Stiamo raccogliendo riso, farina, latte in polvere, pasta di grano duro e medicinali quali antiinfiammtaori, disinfettanti, antibotici. Ho già preso accordi con i responsabili della Caritas di Port de Paix, e con i missionari locali per effettuare una distribuzione che non metta a repentaglio la sicurezza di nessuno. Chiederemo, se sarà necessario, l’aiuto del contingente francese per garantire la sicurezza durante lo sbarco del materiale. I nostri bambini adottati a distanza stanno benissimo. Hanno tutti ripreso la scuola e il loro unico rammarico è stato quello di non aver fatto le vacanze pasquali (il ministro dell’istruzione, visti i numerosi giorni di scuola persi a causa della crisi, ha chiesto a tutte le direzioni scolastiche di non effettuare alcun giorno di vacanza). Ho visitato quasi tutte le scuole dove studiano i bambini : l’opera e l’assistenza data dalle nostre suore e dai Fratelli è stata davvero encomiabile! 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Haiti