24/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Angola si continua a morire di febbre di Marburg. Nel silenzio
Personale impiegato in operazioni di disinfezione, ospedale di Uige (Angola). Copyright Medici con l'Africa Cuamm.Le vittime della febbre emorragica di Marburg in Angola, secondo l’ultimo conteggio dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono 356 su 422 persone infettate. All’inizio del mese l’impressione di chi lavorava sul campo, come l’organizzazione Medici senza frontiere, era che vi fosse una diminuzione del numero di nuovi casi, ma la prudenza è d’obbligo e non è ancora stata pronunciata la parola fine.  l'organizzazione non governativa italiana di cui faceva parte la pediatra Maria Bonino, uccisa dal virus di Marburg il 24 marzo 2005. PeaceReporter ha chiesto una testimonianza a Valerio Mecenero, rientrato in Italia dopo aver prestato la sua assistenza come medico a Uige,in Angola.


Scritto per noi da
Valerio Mecenero


E’ difficile tornare da Uige; l’emergenza ti tira dentro, ti dà l’idea di essere utile. Ti mette a sedere, e finisci per sentirti in pace. Pace faticosa, però; ricordo la sensazione di essere sporco, la paura, il dubbio di non essere stato alle regole. E la sensazione di aver tenuto le distanze, di aver messo la mia sicurezza prima della pietà, di non aver saputo essere “con”. Poi la provocazione di chi a Uige è a casa sua. Il dubbio che dietro la nostra prudenza ci sia il pensare che la vita di un bianco vale di più di quella di un nero. Difficile non leggere la situazione con i nostri occhi di occidentali; impressionavano i cortili vuoti dell’ospedale, fino a poche settimane prima così pieni di vita, luogo di incontri, di speranze, di commercio, di racconti per i tanti bimbi nati ogni giorno. Eppure nessun lamento in quei giorni di abbandono, nessuno a chiedere un consiglio, a tirarmi per la camicia per un bisogno, per avere un farmaco difficile da trovare. Anche se la malaria dev’essere stata crudele come sempre. Dov’erano le polmoniti, le crisi d’asma, i parti complicati, le emorragie…? Io credo che i nostri occhi, così incapaci di chiudersi, non sappiano misurare la rassegnazione, o la povertà degli affetti, o forse la dignità di vite così precarie, così capaci di godere del giorno e della notte, di accettare il nascere e il morire. L’unico ospedale accessibile ha chiuso le porte senza una protesta; senza un lamento, la gente di Uige è tornata a vivere della speranza di non ammalarsi.

Preparazione del materiale di disinfezione, ospedale di Uige (Angola). Copyright Medici con l'Africa Cuamm.Imparare ad ascoltare. Nelle prime settimane dell’epidemia di febbre emorragica di Marburg a Uige sono morti medici e infermieri: la paura, sostenuta dalla mancanza di mezzi di protezione e dalla confusione che l'emergenza ha indotto tra le fila di un sistema sanitario ancora abituato all'improvvisazione dei decenni di isolamento, ha impedito al personale di entrare nei reparti. Trent'anni di guerra creano un sistema.
D'altra parte i primi assenti sono stati gli ammalati; ha prevalso la paura del contagio in ospedale, l’inquietudine per la possibilità di non vedere più il proprio caro, di saperlo portato in isolamento, destinato a morire senza conforto, prontamente chiuso nel nailon e sepolto. La comunicazione, certo, ma è cosa che presuppone fiducia. Dall’Angola sono partiti milioni di schiavi, per secoli il bianco ha significato affari sopra la testa di tutti. E poi i bianchi sono diversi, così sicuri di se stessi anche in casa altrui. Bisognava chiedere permesso, nonostante la fretta, nonostante gli indicatori da rispettare, nonostante la sacra fiamma che continua ad ardere nei nostri cuori che vorrebbero salvare tutti e subito. Bisognava arrivare, sedersi ed ascoltare. Aiutare soba (autorità tradizionali) e curandeiros (medici tradizionali), catechisti, notabili e anziani a capire, investirli della responsabilità di far fronte ad una malattia nuova e letale. Ha prevalso l’efficienza, e per i viottoli della città, labirinti di buche, sono apparsi astronauti nascosti dentro bianche tute ermetiche, cappucci, visiere, stivali.
A Uige non esiste anagrafe, non ci sono registri, si nasce e si muore, semplicemente. Chissà se nei villaggi dentro la foresta, o nelle periferie della città, davvero la febbre si è spenta, o se il dramma continua nel silenzio. La stagione delle piogge, così abbondanti e violente, è ormai finita. Per qualche mese, ora, è possibile spostarsi in jep, raggiungere i luoghi più isolati. Per fermare la malattia, questo è il tempo propizio.
 
Operatori di Medici con l'Africa Cuamm impegnati nella disinfezione, Uige (Angola). Copyright Medici con l'Africa Cuamm.La trappola nella tradizione. In Angola, dopo la morte, i propri cari vengono vegliati; il funerale è in assoluto il momento più celebrato di tutta la vita. Si radunano le famiglie, si rinsaldano i legami; la vita del villaggio si ferma. Si rimane tutto il giorno seduti a ricordare; si condivide il cibo, si veglia la notte intera. Si danza attorno alla salma, la si lava, vengono messi i vestiti migliori, gli si racconta il proprio affetto con ripetute carezze. Si piange.
E la tragedia ricomincia; la malattia di Marburg passa attraverso il contatto diretto, soprattutto quando si portano le mani alla bocca o agli occhi, quando, dopo una carezza, ci si asciuga le lacrime.

Operazioni di risanamento igienico, ospedale di Uige (Angola). Copyright Medici con l'Africa Cuamm. La fine dell’epidemia. In un sistema sanitario ancora troppo poco strutturato, e in un contesto sociale in cui le comunicazioni hanno fiato corto, contenere un’epidemia di febbre emorragica è difficile. Ma con il passare del tempo il virus perde di aggressività, diviene meno contagioso, e meno letale; e a mano a mano che intere famiglie muoiono, aumenta la prudenza, si fa strada l’accettazione di modi diversi di star vicino ai congiunti malati.  L’ultimo caso di Marburg è del 12 giugno; se continua così finisce tutto il 24 luglio. Nelle ultime settimane il coinvolgimento della società civile è stato più convinto e capillare, e lo stesso Governo angolano ha inviato in provincia medici e mezzi. Anche negli aspetti operativi, medici e tecnici angolani hanno partecipato alle iniziative di contenimento e alla gestione dello speciale reparto per lo screening dei casi acquisendo esperienza che rimarrà patrimonio angolano. Fra qualche settimana l’epidemia di febbre emorragica sarà passata. Rimarrà una città in cerca di sicurezze, in attesa, dopo la guerra, dopo il Marburg, di stabilità; una città fatta di gente a cui né guerra né questo virus hanno tolto fierezza e serenità. Bisognerà rimettere a funzionare l’ospedale in tutti i suoi reparti e servizi, riconquistare la fiducia della gente, proseguire nel cammino di autonomia delle strutture, promuovere la formazione e l’aggiornamento del personale locale. Bisognerà tirare le somme, capire dove la battaglia andava combattuta diversamente. Certamente, in questa occasione, la comunità internazionale si è mossa con persone e mezzi, ed è stato importante per tutti, angolani e no, collaborare, imparare gli uni dagli altri, pur nella fatica di punti di partenza ancora troppo diversi.

Categoria: Salute
Luogo: Angola