In Angola si continua a morire di febbre di Marburg. Nel silenzio
Le vittime della febbre emorragica di Marburg in Angola, secondo
l’ultimo conteggio dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono 356
su 422 persone infettate. All’inizio del mese l’impressione di chi
lavorava sul campo, come l’organizzazione Medici senza frontiere, era
che vi fosse una diminuzione del numero di nuovi casi, ma la prudenza è
d’obbligo e non è ancora stata pronunciata la parola fine. l'organizzazione non governativa italiana di cui faceva parte la pediatra Maria
Bonino,
uccisa dal virus di Marburg il 24 marzo 2005. PeaceReporter ha chiesto
una testimonianza a Valerio Mecenero, rientrato in Italia dopo aver prestato la sua assistenza come medico a
Uige,in Angola.
Scritto per noi da
Valerio Mecenero
E’ difficile tornare da Uige; l’emergenza ti tira dentro, ti dà l’idea
di essere utile. Ti mette a sedere, e finisci per sentirti in pace.
Pace faticosa, però; ricordo la sensazione di essere sporco, la paura,
il dubbio di non essere stato alle regole. E la sensazione di aver
tenuto le distanze, di aver messo la mia sicurezza prima della pietà,
di non aver saputo essere “con”. Poi la provocazione di chi a Uige è a
casa sua. Il dubbio che dietro la nostra prudenza ci sia il pensare che
la vita di un bianco vale di più di quella di un nero. Difficile non
leggere la situazione con i nostri occhi di occidentali;
impressionavano i cortili vuoti dell’ospedale, fino a poche settimane
prima così pieni di vita, luogo di incontri, di speranze, di commercio,
di racconti per i tanti bimbi nati ogni giorno. Eppure nessun lamento
in quei giorni di abbandono, nessuno a chiedere un consiglio, a tirarmi
per la camicia per un bisogno, per avere un farmaco difficile da
trovare. Anche se la malaria dev’essere stata crudele come sempre. Dov’erano le
polmoniti, le crisi d’asma, i parti complicati,
le emorragie…? Io credo che i nostri occhi, così incapaci di chiudersi,
non sappiano misurare la rassegnazione, o la povertà degli affetti, o
forse la dignità di vite così precarie, così capaci di godere del
giorno e della notte, di accettare il nascere e il morire. L’unico
ospedale accessibile ha chiuso le porte senza una protesta; senza un
lamento, la gente di Uige è tornata a vivere della speranza di non
ammalarsi.
Imparare ad ascoltare. Nelle prime settimane dell’epidemia di febbre
emorragica di Marburg
a Uige sono morti medici e
infermieri: la paura, sostenuta dalla mancanza di mezzi di protezione e
dalla confusione che l'emergenza ha indotto tra le fila di un sistema
sanitario ancora abituato all'improvvisazione dei decenni di
isolamento, ha impedito al personale di entrare nei reparti. Trent'anni
di guerra creano un sistema.
D'altra parte i primi assenti sono stati gli ammalati; ha prevalso la paura del
contagio in ospedale,
l’inquietudine per la possibilità di non vedere più il proprio caro, di
saperlo portato in isolamento, destinato a morire senza conforto,
prontamente chiuso nel nailon e sepolto. La
comunicazione, certo, ma è cosa che presuppone fiducia. Dall’Angola sono
partiti milioni di schiavi, per secoli il bianco ha significato affari
sopra la testa di tutti. E poi i bianchi sono diversi, così sicuri di
se stessi anche in casa altrui. Bisognava chiedere permesso, nonostante
la fretta, nonostante gli indicatori da rispettare, nonostante la sacra
fiamma che continua ad ardere nei nostri cuori che vorrebbero salvare
tutti e subito. Bisognava arrivare, sedersi ed ascoltare. Aiutare soba
(autorità tradizionali) e curandeiros (medici tradizionali), catechisti, notabili e anziani a capire, investirli
della responsabilità di far fronte ad una malattia nuova e letale. Ha
prevalso l’efficienza, e per i viottoli della città, labirinti di
buche, sono apparsi astronauti nascosti dentro bianche tute ermetiche,
cappucci, visiere, stivali.
A Uige non esiste anagrafe, non ci sono
registri, si nasce e si muore, semplicemente. Chissà se nei villaggi
dentro la foresta, o nelle periferie della città, davvero la febbre si
è spenta, o se il dramma continua nel silenzio. La stagione delle
piogge, così abbondanti e violente, è ormai finita. Per qualche mese,
ora, è possibile spostarsi in jep, raggiungere i luoghi più isolati.
Per fermare la malattia, questo è il tempo propizio.
La trappola nella tradizione. In Angola, dopo la morte, i
propri cari vengono vegliati; il funerale è in assoluto il momento più
celebrato di tutta la vita. Si radunano le famiglie, si rinsaldano i
legami; la vita del villaggio si ferma. Si rimane tutto il giorno
seduti a ricordare; si condivide il cibo, si veglia la notte intera. Si
danza attorno alla salma, la si lava, vengono messi i vestiti migliori,
gli si racconta il proprio affetto con ripetute carezze. Si piange.
E
la tragedia ricomincia; la malattia di Marburg passa attraverso il
contatto diretto, soprattutto quando si portano le mani alla bocca o
agli occhi, quando, dopo una carezza, ci si asciuga le lacrime.
La fine dell’epidemia. In un sistema sanitario ancora troppo poco
strutturato, e in un contesto sociale in cui le comunicazioni hanno
fiato corto, contenere un’epidemia di febbre emorragica è difficile. Ma
con il passare del tempo il virus perde di aggressività, diviene meno
contagioso, e meno letale; e a mano a mano che intere famiglie muoiono,
aumenta la prudenza, si fa strada l’accettazione di modi diversi di
star vicino ai congiunti malati. L’ultimo caso di Marburg è del
12 giugno; se continua così finisce tutto il 24 luglio. Nelle ultime
settimane il coinvolgimento della società civile è stato più convinto e
capillare, e lo stesso Governo angolano ha inviato in provincia medici
e mezzi. Anche negli aspetti operativi, medici e tecnici angolani hanno
partecipato alle iniziative di contenimento e alla gestione dello
speciale reparto per lo screening dei casi acquisendo esperienza che
rimarrà patrimonio angolano. Fra qualche settimana l’epidemia di febbre
emorragica sarà passata. Rimarrà una città in cerca di sicurezze, in
attesa, dopo la guerra, dopo il Marburg, di stabilità; una città fatta
di gente a cui né guerra né questo virus hanno tolto fierezza e
serenità. Bisognerà rimettere a funzionare l’ospedale in tutti i suoi
reparti e servizi, riconquistare la fiducia della gente, proseguire nel
cammino di autonomia delle strutture, promuovere la formazione e
l’aggiornamento del personale locale. Bisognerà tirare le somme, capire
dove la battaglia andava combattuta diversamente. Certamente, in questa
occasione, la comunità internazionale si è mossa con persone e mezzi,
ed è stato importante per tutti, angolani e no, collaborare, imparare
gli uni dagli altri, pur nella fatica di punti di partenza ancora
troppo diversi.