25/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'agenzia dell'Onu tira le somme: il bilancio degli aiuti è positivo
Un'immagine di XaafunGià a poche ore di distanza dal passaggio dell’onda assassina che ne aveva spazzato le coste, quasi tutti sembravano essersi dimenticati che lo tsunami dello scorso 26 dicembre aveva colpito anche l’Africa orientale e la Somalia.
Vero è che le ben più gravi catastrofi abbattutesi su Indonesia, Sri Lanka e Thailandia, con le loro centinaia di migliaia di morti, richiedevano maggior attenzione da parte dei media internazionali. Ma dei gravi danni che il maremoto di Sumatra ha arrecato alle comunità di pescatori del Puntland poco si è scritto e parlato: 289 morti e cinquemila sfollati, in un’area costiera isolata dal resto della terraferma da svariati chilometri per molti tratti impercorribili. L’area più colpita è stata quella di Xaafun, una località nelle regioni orientali del paese, quindi maggiormente esposte. Qui lo tsunami ha cancellato baracche e distrutto imbarcazioni, mettendo in pericolo la sopravvivenza di una comunità che viveva praticamente solo di pesca. Senza contare il danno che rischiava (e forse rischia tutt’ora) di provocare la fuoriuscita di scorie radioattive e rifiuti tossici da alcuni bidoni trascinati via dalle onde.
Eppure, a distanza di sei mesi, c’è chi sostiene che la maggior parte delle difficili operazioni di soccorso condotte dalle Organizzazioni non governative siano state portate avanti con successo.
Ne abbiamo parlato con Jesper Morch, rappresentante dell’Unicef  in Somalia, raggiunto telefonicamente a Nairobi, in Kenya.
 
Signor Morch, a distanza di sei mesi, come ha funzionato la macchina degli aiuti in Somalia?
Il bilancio è sicuramente positivo, anzi, potremmo dire che forse in Somalia abbiamo assistito a una delle storie a lieto fine in questa immane tragedia che è stato lo tsunami. Nonostante gli impedimenti iniziali, siamo riusciti a raggiungere le aree più remote e ad assistere la popolazione colpita, grazie al coordinamento di diverse agenzie e organizzazioni umanitarie.
 
Che difficoltà avete riscontrato?
Quando lo tsunami ha colpito i 650 chilometri di costa della Somalia era buio. Non abbiamo perso tempo e ci siamo organizzati  E’ stato difficile, mi creda. Queste comunità di pescatori sono quasi irraggiungibili via terra. Ci vogliono più di 14 ore dal centro abitato più vicino, e con i camion è difficilissimo. Anche perché le strade quasi non ci sono.
 
Eppure non avete incontrato solo difficoltà tecniche. A fine maggio avete dovuto lasciare la zona sotto richiesta delle autorità del Puntland, che vi hanno invitato ad andarvene a causa delle minacce di morte ricevute da alcuni vostri operatori.
E’ vero, ma per fortuna la crisi è rientrata e siamo tornati nella zona poco dopo. Abbiamo incontrato il presidente e chiarito tutti gli eventuali malintesi.
 
Come siete intervenuti per aiutare la popolazione?
Abbiamo fatto in modo che alle famiglie più colpite pervenissero beni di prima necessità: razioni alimentari da parte del World Food Programme, mentre l’Unicef ha fornito kit di emergenza, Save the Children assistenza ai bambini e così via. Ma non solo. Prima a Xaafun non c’erano scuole, né strade. A breve ricomincerà l’anno scolastico, e abbiamo messo in piedi una scuola vera e propria, che sostituirà le due aule spoglie dove si ammassavano i bambini. Molti di loro non potevano permettersi di studiare e cercheremo di aiutarli a ottenere un libro e un quaderno. Inoltre abbiamo migliorato la praticabilità di alcune strade, in modo da favorire i rapporti tra queste comunità e le regioni dell’interno.
 
Possiamo dunque essere ottimisti.
Le basi per esserlo ci sono. Anche se in minor misura rispetto agli altri paesi colpiti, in Somalia, un Paese conosciuto per altri drammi (guerra civile, anarchia, strapotere dei clan e l’ombra di al Qaeda, ndr) questo tsunami da una parte ha portato morte e distruzione, dall’altra qualche infrastruttura necessaria alla sviluppo di queste comunità. 

Pablo Trincia

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