
Già
a poche ore di distanza dal passaggio dell’onda assassina che ne aveva
spazzato le coste, quasi tutti sembravano essersi dimenticati che lo
tsunami dello scorso 26 dicembre aveva colpito anche l’Africa orientale
e la Somalia.
Vero è che le ben più gravi catastrofi abbattutesi su Indonesia,
Sri Lanka e Thailandia, con le loro centinaia di migliaia di morti,
richiedevano maggior attenzione da parte dei media internazionali. Ma
dei gravi danni che il maremoto di Sumatra ha arrecato alle comunità di
pescatori del Puntland poco si è scritto e parlato: 289 morti e
cinquemila sfollati, in un’area costiera isolata dal resto della
terraferma da svariati chilometri per molti tratti impercorribili.
L’area più colpita è stata quella di Xaafun, una località nelle regioni
orientali del paese, quindi maggiormente esposte. Qui lo tsunami ha
cancellato baracche e distrutto imbarcazioni, mettendo in pericolo la
sopravvivenza di una comunità che viveva praticamente solo di pesca.
Senza contare il danno che rischiava (e forse rischia tutt’ora) di
provocare la fuoriuscita di scorie radioattive e rifiuti tossici da
alcuni bidoni trascinati via dalle onde.
Eppure, a distanza di sei mesi, c’è chi sostiene che la maggior parte delle difficili
operazioni di soccorso condotte dalle Organizzazioni non governative siano state
portate avanti con successo.
Ne abbiamo parlato con Jesper Morch, rappresentante dell’
Unicef in Somalia, raggiunto
telefonicamente a Nairobi, in Kenya.
Signor Morch, a distanza di sei mesi, come ha funzionato la macchina degli aiuti
in Somalia?
Il bilancio è sicuramente positivo, anzi, potremmo dire che forse in Somalia
abbiamo assistito a una delle storie a lieto fine in questa immane tragedia che
è stato lo tsunami. Nonostante gli impedimenti iniziali, siamo riusciti a raggiungere
le aree più
remote e ad assistere la popolazione colpita, grazie al coordinamento di diverse
agenzie e organizzazioni umanitarie.
Che difficoltà avete riscontrato?
Quando lo tsunami ha colpito i 650 chilometri di costa della Somalia era buio.
Non abbiamo perso
tempo e ci siamo organizzati E’ stato difficile, mi creda. Queste comunità di
pescatori sono quasi irraggiungibili via terra. Ci vogliono più di 14 ore dal
centro
abitato più vicino, e con i camion è difficilissimo. Anche perché le strade quasi
non ci sono.
Eppure non avete incontrato solo difficoltà tecniche. A fine maggio avete dovuto
lasciare la zona sotto richiesta delle autorità del Puntland, che vi hanno invitato
ad andarvene a causa delle minacce di morte ricevute da alcuni vostri operatori.
E’ vero, ma per fortuna la crisi è rientrata e siamo tornati nella zona poco
dopo. Abbiamo incontrato il presidente e chiarito tutti gli eventuali malintesi.
Come siete intervenuti per aiutare la popolazione?
Abbiamo fatto in modo che alle famiglie più colpite pervenissero beni di prima
necessità: razioni alimentari da parte del
World Food Programme, mentre l’
Unicef ha fornito kit di emergenza,
Save the Children assistenza ai bambini e così via. Ma non solo. Prima a Xaafun non c’erano scuole,
né strade. A breve ricomincerà l’anno scolastico, e abbiamo messo in piedi una
scuola vera e propria, che sostituirà le due aule spoglie dove si ammassavano
i bambini. Molti di loro non potevano permettersi di studiare e cercheremo di
aiutarli a ottenere un libro e un quaderno. Inoltre abbiamo migliorato la praticabilità
di alcune strade, in modo da favorire i rapporti tra queste comunità e le regioni
dell’interno.
Possiamo dunque essere ottimisti.
Le basi per esserlo ci sono. Anche se in minor misura rispetto agli altri paesi
colpiti, in Somalia, un Paese conosciuto per altri drammi (guerra civile, anarchia,
strapotere dei clan e l’ombra di al Qaeda,
ndr) questo tsunami da una parte ha portato morte e distruzione, dall’altra qualche
infrastruttura
necessaria alla sviluppo di queste comunità.