15/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La vita in una favela di Sao Luis, tra povertà, ingegno e tanta speranza
dal nostro inviato,
Stella Spinelli 
Sao Luis (Maranhao)
 
La figlia di Rosalina e suo nipote“Veramente la mia storia può interessare qualcuno? Non ho fatto nulla di speciale”. E’ contenta Rosalina mentre ci accoglie nella sua casa: quattro stanze in nudi mattoni, racchiuse da un ampio recinto in legno e fango. Siamo nel cuore delle invasioes (occupazioni), a Sao Luis, nel Maranhao, nella avenida do Brasil. Un barrio accanto all’altro, a formare una distesa sterminata di casette alternate a capanne in legno e fango. Le strade terrose ne scandiscono i confini e ne regolano il via vai. In ogni angolo sciami di bambini che giocano e donne affaticate che rientrano dai campi.

E’ un’area in continua espansione. La gente non se la sente più di vivere nell’interno, in paesini abbandonati da dio che distano gli uni dagli altri decine di chilometri di strade impercorribili. Avvicinandosi alla capitale sembra molto più semplice sbarcare il lunario, combattere la fame, salvare i propri figli, così dal giorno alla notte, famiglie intere si trasferiscono qui e costruiscono la propria capanna ovunque ci sia un po’ di spazio per farlo. Sembra un alveare.

Quando la giovane nonna spalanca il cancello sono le 18 di un caldo giorno d’agosto, ed è già buio, da pochi minuti.
“Siate i benvenuti. Per me è una gioia avervi qui”; è ci rcondata dalla sua numerosa famiglia e non smette di sorridere. Ci fa entrare e con orgoglio ci mostra una ad una quelle semplici stanze. I mobili sono pochi e molto scarni, ma la maniera con cui sono sistemati tradisce un certo buongusto. “Ci stiamo impegnando per migliorarla giorno per giorno – commenta -. Avere un nido accogliente dà sicurezza, queste solide pareti mi ricordano che la miseria non potrà mai portarmi via la dignità”. I suoi occhi, grandi e scuri, si bagnano di lacrime, per un attimo. Poi la serenità torna nuovamente a illuminarle il bel viso.

Ne ha passate tante questa donna. Giovanissima si è innamorata di un uomo un po’ più grande di lei che le ha promesso l’impossibile. “Sono rimasta incinta una volta, poi un’altra e altre ancora – racconta con voce flebile -. Eravamo poveri, ma in due sembrava più facile. Poi un giorno non è più tornato e io non ho avuto nemmeno il tempo di disperarmi. Per un po’ ho aspettato. Ho sperato che tornasse. Poi, guardando i miei figli negli occhi ho capito che non c’era tempo da perdere. Sono stati loro la mia forza. Da sola non ce l’avrei fatta”.

Così ha cominciato a inventarsi dei lavoretti saltuari ma indispensabili ad assicurare almeno il riso e i fagioli alla sua famiglia. “Sono andata a vendere ghiaccioli in città” spiega. Con la bicicletta, giorno dopo giorno, ha percorso chilometri e venduto chili di ghiaccio colorato.
“Poi sono arrivate le suore missionarie ed è anche per loro che non mi sono persa. Mi hanno aiutato come Suor Gabriella con accanto Rosalina e la sua famigliapotevano, sostenendomi moralmente e non solo. Hanno attivato una fitta rete di adozioni a distanza, grazie alla quale molte famiglie italiane sostengono economicamente chi ne ha bisogno, e i miei figli sono stati inseriti in questo progetto. Così hanno ricevuto vestiti, libri, quaderni. Queste persone ci sono state sempre molto vicine. Ci hanno inviato biglietti di auguri e saluti e, piano piano, i nostri momenti difficili sono diminuiti. Ho potuto continuare a lavorare tanto, e sono riuscita persino a mettere via un po’ di soldi”. Soldi che la donna non ha sprecato, mai. Anzi, nonostante non sapesse leggere, né scrivere, né far di conto, ha saputo investir e quei pochi real nell’acquisto di due piccole costruzioni, che con fatica e con l’aiuto del figlio più grande e del genero ha ristrutturato e affittato. “Vedete – precisa indicandoci due edifici adiacenti alla sua casa, decentemente intonacati – questo è un negozio di frutta e quello un’officina meccanica”.
Poi all’improvviso una musica ci distrae. Arriva da dietro, dal cortile. “E’ il jukebox del bar - sorride Rosalina – Abbiamo rinunciato a un pezzo della nostra casa per ricavarci un ulteriore fondo che abbiamo affittato ad una famiglia che ha messo su una piccola bottega dove bere refrigerantes e ascoltare qualche canzone in compagnia”.

Si è fatto tardi. La famiglia di Rosalina deve ancora cenare è l’ora di togliere il disturbo. Uscendo, arriva la figlia maggiore, incinta di otto mesi. “Questo sarà il mio terzo nipote” commenta la nonna accarezzando il pancione della figlia. Ci sono tutti lì, sulla soglia di casa: i quattro figli e i due nipoti, in fila, dal più alto al più basso. Ma ne arriva un altro: circa un metro e mezzo di magrezza, nero nero, sguardo luminoso. “Dov’eri bambini delle invasioes di San Luisfinito?”- gli chiede Rosalina con fare preoccupato, poi aggiunge: “Ecco, vi presento il mio quinto figlio. Lo avevano abbandonato per strada, come potevamo non accoglierlo in casa nostra?”.

“E’ così – commenta suor Gabriella, una delle Minime del Sacro Cuore che ha lavorato diciotto anni in Brasile - nei barrios brasiliani la famiglia è un concetto alquanto ampio e indefinito che ruota e prende forma attorno alla donna, unico perno e speranza dei poveri”. Ed è proprio nel ruolo della donna che quasi sempre le missioni, sia laiche che religiose, ripongono la fiducia. E’ con le donne che lavorano, considerandole le uniche capaci di riscattare la moltitudine dei nullatenenti.

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