
“Veramente la mia storia può interessare qualcuno? Non ho fatto nulla di speciale”.
E’ contenta Rosalina mentre ci accoglie nella sua casa: quattro stanze in nudi
mattoni, racchiuse da un ampio recinto in legno e fango. Siamo nel cuore delle
invasioes (occupazioni), a Sao Luis, nel Maranhao, nella avenida do Brasil. Un barrio
accanto all’altro, a formare una distesa sterminata di casette alternate a capanne
in legno e fango. Le strade terrose ne scandiscono i confini e ne regolano il
via vai. In ogni angolo sciami di bambini che giocano e donne affaticate che rientrano
dai campi.
E’ un’area in continua espansione. La gente non se la sente più di vivere nell’interno,
in paesini abbandonati da dio che distano gli uni dagli altri decine di chilometri
di strade impercorribili. Avvicinandosi alla capitale sembra molto più semplice
sbarcare il lunario, combattere la fame, salvare i propri figli, così dal giorno
alla notte, famiglie intere si trasferiscono qui e costruiscono la propria capanna
ovunque ci sia un po’ di spazio per farlo. Sembra un alveare.
Quando la giovane nonna spalanca il cancello sono le 18 di un caldo giorno d’agosto,
ed è già buio, da pochi minuti.
“Siate i benvenuti. Per me è una gioia avervi qui”; è ci
rcondata dalla sua numerosa famiglia e non smette di sorridere. Ci fa entrare
e con orgoglio ci mostra una ad una quelle semplici stanze. I mobili sono pochi
e molto scarni, ma la maniera con cui sono sistemati tradisce un certo buongusto.
“Ci stiamo impegnando per migliorarla giorno per giorno – commenta -. Avere un
nido accogliente dà sicurezza, queste solide pareti mi ricordano che la miseria
non potrà mai portarmi via la dignità”. I suoi occhi, grandi e scuri, si bagnano
di lacrime, per un attimo. Poi la serenità torna nuovamente a illuminarle il bel
viso.
Ne ha passate tante questa donna. Giovanissima si è innamorata di un uomo un
po’ più grande di lei che le ha promesso l’impossibile. “Sono rimasta incinta
una volta, poi un’altra e altre ancora – racconta con voce flebile -. Eravamo
poveri, ma in due sembrava più facile. Poi un giorno non è più tornato e io non
ho avuto nemmeno il tempo di disperarmi. Per un po’ ho aspettato. Ho sperato che
tornasse. Poi, guardando i miei figli negli occhi ho capito che non c’era tempo
da perdere. Sono stati loro la mia forza. Da sola non ce l’avrei fatta”.
Così ha cominciato a inventarsi dei lavoretti saltuari ma indispensabili ad assicurare
almeno il riso e i fagioli alla sua famiglia. “Sono andata a vendere ghiaccioli
in città” spiega. Con la bicicletta, giorno dopo giorno, ha percorso chilometri
e venduto chili di ghiaccio colorato.
“Poi sono arrivate le suore missionarie ed è anche per loro che non mi sono persa.
Mi hanno aiutato come

potevano, sostenendomi moralmente e non solo. Hanno attivato una fitta rete di
adozioni a distanza, grazie alla quale molte famiglie italiane sostengono economicamente
chi ne ha bisogno, e i miei figli sono stati inseriti in questo progetto. Così
hanno ricevuto vestiti, libri, quaderni. Queste persone ci sono state sempre molto
vicine. Ci hanno inviato biglietti di auguri e saluti e, piano piano, i nostri
momenti difficili sono diminuiti. Ho potuto continuare a lavorare tanto, e sono
riuscita persino a mettere via un po’ di soldi”. Soldi che la donna non ha sprecato,
mai. Anzi, nonostante non sapesse leggere, né scrivere, né far di conto, ha saputo
investir
e quei pochi real nell’acquisto di due piccole costruzioni, che con fatica e
con l’aiuto del figlio più grande e del genero ha ristrutturato e affittato. “Vedete
– precisa indicandoci due edifici adiacenti alla sua casa, decentemente intonacati
– questo è un negozio di frutta e quello un’officina meccanica”.
Poi all’improvviso una musica ci distrae. Arriva da dietro, dal cortile. “E’
il jukebox del bar - sorride Rosalina – Abbiamo rinunciato a un pezzo della nostra
casa per ricavarci un ulteriore fondo che abbiamo affittato ad una famiglia che
ha messo su una piccola bottega dove bere refrigerantes e ascoltare qualche canzone
in compagnia”.
Si è fatto tardi. La famiglia di Rosalina deve ancora cenare è l’ora di togliere
il disturbo. Uscendo, arriva la figlia maggiore, incinta di otto mesi. “Questo
sarà il mio terzo nipote” commenta la nonna accarezzando il pancione della figlia.
Ci sono tutti lì, sulla soglia di casa: i quattro figli e i due nipoti, in fila,
dal più alto al più basso. Ma ne arriva un altro: circa un metro e mezzo di magrezza,
nero nero, sguardo luminoso. “Dov’eri

finito?”- gli chiede Rosalina con fare preoccupato, poi aggiunge: “Ecco, vi presento
il mio quinto figlio. Lo avevano abbandonato per strada, come potevamo non accoglierlo
in casa nostra?”.
“E’ così – commenta suor Gabriella, una delle Minime del Sacro Cuore che ha lavorato
diciotto anni in Brasile - nei barrios brasiliani la famiglia è un concetto alquanto
ampio e indefinito che ruota e prende forma attorno alla donna, unico perno e
speranza dei poveri”. Ed è proprio nel ruolo della donna che quasi sempre le missioni,
sia laiche che religiose, ripongono la fiducia. E’ con le donne che lavorano,
considerandole le uniche capaci di riscattare la moltitudine dei nullatenenti.