La drammatica testimonainza di Umar Khambiev, ministro della Sanità del governo ceceno in esilio
Lo scorso due aprile, il dottor Umar Khambiev, ministro
della Sanità del governo ceceno indipendentista in esilio presieduto da
Aslan Mashkadov (eletto dai ceceni nel 1997, nell’intervallo tra le due
guerre, e destituito dalle truppe d’occupazione russe), è intervenuto
davanti alla Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, a
Ginevra, per denunciare il genocidio in corso nel suo paese.
Pubblichiamo il testo del suo toccante intervento, assieme ad estratti
di un
drammatico documento scritto dallo stesso Khambiev sui campi di
contramento russi in Cecenia e sulle torture che in essi vengono
inflitte ai civili ceceni detenuti
"Tre anni fa ho
preso la parola in questa stessa aula e il mio intervento causò pesanti
proteste da parte della delegazione russa. In quell’occasione
testimoniavo sui crimini contro l’umanità commessi dai russi e chiedevo
il vostro aiuto per fermare il genocidio del popolo ceceno. Cos’è
cambiato da quel giorno? Sfortunatamente nulla.
La sola differenza è che il numero delle persone uccise,
mutilate e scomparse è aumentato di centinaia di migliaia. Questo è il
prezzo della vostra inazione. Campi di concentramento, torture
(comprese quelle volte a colpire la fertilità), esecuzioni
extragiudiziali, rapimenti, commercio d’ostaggi e di corpi, squadroni
della morte, sperimentazioni con veleni sui detenuti, fosse comuni
nascoste. Questa è la realtà della Cecenia d’oggi.
In alcune occasioni, giovani ceceni sono stati legati
insieme e fatti esplodere in pubblico per intimidire la popolazione.
Contro i civili è stato impiegato qualsiasi tipo di arma, comprese
quelle proibite dalla Convenzione di Ginevra, come le bombe incendiarie
e quelle a pressione. Abbiamo, inoltre, registrato l’uso di nuove armi
chimico-batteriologiche.
Secondo i dati
raccolti dal ministero della Salute della Repubblica di Cecenia e da
Ong indipendenti, il 25 per cento della popolazione cecena è morto
dall’inizio della guerra, e il 30 per cento ha dovuto lasciare il
paese. Le persone che sono rimaste in Cecenia sono diventate ostaggi,
soggetti a quotidiani bombardamenti aerei e di artiglieria, a
operazioni ‘di pulizia’ ed esecuzioni.
E’
giunto il momento di comprendere che la Russia non è impegnata in una
‘campagna antiterroristica’ ma in una guerra coloniale, una vergognosa
campagna di terrore volta alla distruzione morale e fisica del popolo
ceceno.
Il presidente Aslan Maskhadov ha
ripetutamente affermato di essere pronto a iniziare un dialogo con la
comunità internazionale. L’Onu dovrebbe essere pronto ad ascoltare le
sue ragionevoli parole. Le vite di migliaia di bambini, donne e anziani
potrebbero essere salvate.
La comunità
internazionale si è rifiutata di intervenire, chiudendo gli occhi sui
metodi con cui la Russia ha creato una parodia di istituzioni
democratiche. Referendum ed elezioni si sono svolti sulla punta dei
fucili. La situazione peggiora ogni giorno di più. I ceceni non
accetteranno il quisling (n.d.r. collaborazionista) Kadyrov. Senza un
serio intervento internazionale, la leadership russa non avrà la
volontà e la forza morale di impegnarsi in seri negoziati politici.
Considerando la risoluzione del Parlamento
europeo approvata il 26 febbraio 2004 (che riconosce la deportazione di
Stalin del 1944 come un genocidio e che esprime la sua volontà di
prendere in considerazione il piano di pace del presidente Maskhadov),
chiediamo che anche l’Onu prenda misure.
Con la consapevolezza che non vi può essere una soluzione
militare alla centenaria guerra russo-cecena, chiedo a questo augusto
consesso di dare la più alta priorità alla considerazione del piano di
pace di Aslan Maskhadov per una soluzione politica che possa mettere
fine a questa guerra genocida.
Questa
proposta stabilisce che l’indipendenza non è un obiettivo di per sé, ma
il solo strumento di sopravvivenza del popolo ceceno di fronte al
continuo ‘terrore russo’. Essa suggerisce di istituire
un’amministrazione Onu provvisoria al fine di consentire alla Cecenia
di essere smilitarizzata e di sviluppare istituzioni democratiche,
salvaguardando gli interessi di entrambe le parti in causa".