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Con la crescita della classe media, anche in Cina compaiono i Nimby, acronimo anglosassone dalle nostre parti arcinoto da almeno un ventennio. Sta per "Not in my back yard" (non nel mio cortile) e designa quei residenti che non vogliono presenze "scomode" vicine a casa.
Il fenomeno può essere letto sia positivamente sia negativamente: dai comitati di quartiere che si oppongono all'insediamento di un campo nomadi o di un centro sociale, alle associazioni che si battono contro uno stabilimento inquinante passano tanti distinguo (e tante similitudini), tant'è che all'acronimo originario se ne sono aggiunti altri [per una trattazione estesa, si veda Wikipedia].
Quattro anni dopo le manifestazioni che nel 2007 si svolsero a Xiamen contro la costruzione dello stabilimento chimico Haicang Px, ora sono i residenti di Dalian - la San Francisco cinese - a scendere in piazza per opporsi all'impianto della Fujia Dahua che produce Paraxilene (Px), un componente del poliestere molto inquinante.
Erano 12mila secondo Xinhua, molti di più secondo altre testimonianze, hanno costretto il sindaco della Città del nordest cinese a fare un rapido passaggio tra la folla urlante, promettendo la chiusura dell'impianto. Infine hanno ottenuto ciò che volevano: lo stabilimento sarà trasferito (non si sa ancora dove).
A scatenare le proteste, il passaggio del tifone Muifa a inizio agosto che, secondo i manifestanti, potrebbe avere danneggiato le dighe di depurazione della fabbrica, lasciando fluire i veleni nel mare che circonda la città. Via, il pericolo deve essere rimosso - hanno deciso - "not in my back yard".
Il fatto notevole non è tanto l'autoconvocazione tramite social media - fatto ormai comune alle ribellioni di ogni latitudine e longitudine (e fin troppo enfatizzato) - né la protesta in sé, visto che la Cina è percorsa annualmente da decine di migliaia di "incidenti", da 70 a 150mila a seconda delle fonti (ufficiali o no).
Il punto è che al grido di "Fú jiā dà huà gǎnjǐn gǔn chū dàlián" (il PX della Fujia via da Dalian!) è sceso in piazza il ceto medio, cioè tutti coloro che hanno maggiormente beneficiato della crescita esponenziale, energivora e spesso dannosa per l'ambiente, della Cina. Un mito di progresso già incrinato dal recente disastro ferroviario di Wenzhou.
L'evoluzione del conflitto nell'Impero di Mezzo è tangibile. Si manifesta non più solo per il minimo necessario (come nel caso di contadini impoveriti o sloggiati dalle proprie terre e di lavoratori migranti) o per rivendicazioni etniche (Xinjiang, Tibet), ma anche per la qualità della vita, secondo richieste tipiche di chi può permetterselo. Negli ultimi anni, di fronte alle sempre maggiori pressioni occidentali per riequilibrare il proprio modello di sviluppo, i dirigenti cinesi hanno sempre ripetuto che nel loro Paese convivono primo, secondo e terzo mondo. Ora gli stessi dirigenti si trovano a fronteggiare contemporaneamente le rivendicazioni di tutti questi "mondi", diverse, talvolta in contraddizione tra loro, ma tutte tese verso una messa in discussione del modello "fabbrica del mondo".
Sarà forse anche per questo, oltre che per arrestare la corsa pazza dell'inflazione, che i media ufficiali annunciano una maggiore elasticità dello yuan rispetto al dollaro: potrebbe essere in vista l'ampliamento della fascia di oscillazione della divisa cinese rispetto a quella statunitense, il che significa che la prima potrebbe apprezzarsi più velocemente. Del resto le esportazioni hanno appena fatto registrare nuovi record, è lontano quindi il rischio che uno yuan più forte penalizzi eccessivamente il comparto industriale export-oriented.
Ma gli aggiustamenti finanziari non sembrano più sufficienti. La parte più benestante della popolazione cinese non sembra più accontentarsi dell'adagio "arricchirsi è glorioso". Come dimostrano i fatti di Dalian, nuovi bisogni anche immateriali stanno sorgendo in Cina. Far coincidere democrazia e benessere, per certi versi nel solco della tradizione cinese, è stato finora l'escamotage con cui il potere si è garantito il consenso. Ora, e stiamo parlando dei ceti finora più fedeli all'establishment di Pechino, c'è chi vuole di più. La capacità di inglobare nuove esigenze sempre più complesse continuando in parallelo a emancipare dalla povertà chi è rimasto indietro, è la scommessa sempre più difficile per il Partito comunista al potere.
Gabriele Battaglia