Duecento morti in cinque giorni. Battaglie e bombardamenti come ai tempi di Tora-Bora

Era dalla battaglia di Tora-Bora del dicembre 2001, ultimo
atto della guerra americana contro il regime talebano, che in Afghanistan non
si
verificavano scontri armati così massicci.
Centinaia di soldati statunitensi e
afgani, appoggiati da elicotteri Apache, aerei anticarro A-10 e caccia
britannici Harrier e centinaia di guerriglieri talebani si combattono da giorni
sulle aride montagne del sud dell’Afghanistan.
Ieri è oggi le giornate più
sanguinose. Combattimenti e bombardamenti proseguono senza sosta da
ieri mattina sia nel distretto di Mian-Nishin, nel nord della provincia
di
Kandahar, che in quello confinante di Dai-Copan, che rientra invece
nella
provincia di Zabul. Il bilancio provvisorio è pesantissimo: almeno
cento talebani uccisi,
una ventina di militari afgani morti e molti soldati statunitensi
feriti. Oltre a due
elicotteri Usa Chinook danneggiati dalla contraerea talebana e
costretti ad
atterraggi di fortuna.
Altri combattimenti si sono verificati nella notte di ieri anche
poco più a ovest, nelle vallate desertiche del distretto di Por Chaman, nella
provincia di Farah, dove sembra ci siano andati di mezzo i civili. Sei bambini
e cinque donne sarebbero stati uccisi assieme a quattro miliziani ribelli nel
corso dell’offensiva notturna dell’esercito governativo afgano contro una
roccaforte del comandante Saaduddin Yaqoubzada, alleato dei talebani.
Operazione ‘Catania’
a Mian-Nishin. Una settimana fa, giovedì 16 giugno, i talebani scesi dalle
montagne avevano attaccato e conquistato la cittadina di Mian-Nishin, un
centinaio di chilometri a nord di Kandahar, facendo prigionieri una trentina di
poliziotti afgani (tra cui il comandante della polizia locale, Nanai Agha) e prendendo
il controllo di tutto il distretto. Agha e i suoi uomini sono stati processati
dai
mullah talebani, che sabato hanno emesso una fatwa di condanna a morte per il
comandante e sette suoi agenti, riconosciuti colpevoli di collaborazionismo con
le forze di occupazione. Domenica mattina, Agha e i sette poliziotti sono stati
fucilati. Gli altri sono stati rilasciati dopo essere stati riscattati da
alcuni capi tribù locali.
Nel frattempo le forze armate Usa e afgane hanno dato il via
all’operazione ‘Catania’ per riconquistare il distretto di Mian-Nishin.
I
bombardamenti aerei di ieri hanno costretto i talebani a ritirarsi
verso nord,
inseguiti da quattrocento militari afgani e dall’aviazione Usa e
britannica. Almeno 60 guerriglieri e 18 soldati afgani sono rimasti
uccisi fino ad ora. L'operazione è ancora in corso.
I talebani non
sono rimasti sulla difensiva, contrattaccando ieri le forze governative e
americane
più a est, nel distretto di Dai-Copan, provincia di Zabul. Anche qui è
massicciamente
intervenuta l’aviazione Usa, che ha martellato la zona per undici ore
consecutive, uccidendo una quarantina di guerriglieri.
Domenica di guerra nell’Helmand.
Nella stessa provincia di Zabul, domenica sera, i talebani hanno attaccato
un checkpoint della polizia afgana nel distretto di Shahjoy, uccidendo un militare.
Ne è seguito uno scontro a fuoco in
cui sette guerriglieri sono rimasti uccisi.
Quello stesso giorno, ben più pesanti combattimenti si sono
avuti più a ovest, in due distretti settentrionali della provincia di Helmand
che si trovano subito a ovest del distretto kandaharino di Mian-Nishin, teatro
dell’operazione ‘Catania’.
Dopo l’uccisione, avvenuta domenica mattina, di un giudice
afgano, un agente dei servizi segreti afgani e un poliziotto caduto in un’imboscata
talebana, le forze Usa hanno rafforzato i pattugliamenti in tutta la provincia.
Quando anche una di queste pattuglie è stata attaccata dai talebani nel distretto
di Grishk, i caccia Usa hanno bombardato la zona uccidendo almeno una ventina
di guerriglieri. La sera, nel distretto di Washare, poco più a nord, i ribelli
hanno attaccato l’auto su cui viaggiava il governatore distrettuale, Haji
Mullah Sakhi, uccidendo lui e un poliziotto della sua scorta. Nel combattimento
che è seguito, undici talebani sono stati uccisi.
Rischio scenario
iracheno. Nei combattimenti e negli agguati degli ultimi cinque giorni hanno
perso la vita circa duecento persone. Un bilancio pesantissimo, che assomiglia
molto ai bollettini di guerra che giungono dall’Iraq. E non è un caso. Secondo
quanto
affermato domenica dal ministro della Difesa afgana Rahim Wardak, dopo che a
maggio il governo Karzai ha sancito la presenza permanente delle truppe Usa in
Afghanistan, al-Qaeda avrebbe deciso di iniziare a sostenere attivamente la
resistenza armata talebana esportando il modello insurrezionale iracheno. A
questo scopo avrebbe mandato in Afghanistan molti suoi uomini, facendoli entrare
dal Belucistan pachistano, diretti verso la zona di Kandahar. Gli effetti della
loro presenza, secondo Wardak, sono stati subito evidenti. Non solo nel salto
di qualità delle azioni della guerriglia talebana, che per sua stessa
ammissione sta mettendo “in seria difficoltà le forze armate Usa”, ma soprattutto
negli attentai kamikaze come quello del primo giugno alla moschea di Kandahar
(in
cui morirono venti persone) e in quello sventato per un soffio proprio domenica,
quando nei pressi di Kabul tre attentatori pachistani stavano per farsi saltare
in aria a pochi metri dall’ambasciatore uscente Usa in Afghanistan, Zalmay
Khalizad, cui ora è stata affidata l’ambasciata di Washington a Baghdad.
Che la situazione militare in Afghanistan stia peggiorando
fortemente lo dimostra il fatto che tutti i paesi che dopo la guerra avevano ritirato
le
proprie truppe, ora su richiesta degli americani (troppo impegnati in Iraq) le
stanno rimandando al fronte. Dopo l’annuncio del ritorno di 5 mila soldati
britannici, ieri anche il governo australiano ha dichiarato che rimanderà le
sue truppe in Afghanistan. Washington non ha più uomini da mandare, quindi
invia soldi e armi all’esercito afgano: nei giorni scorsi Bush ha stanziato
161,5 milioni di dollari per il ministero della Difesa di Kabul.
Ma il segnale più chiaro che la guerra è tornata è forse
dato dal riapparire in questi giorni di decine e decine di checkpoint militari
lungo la strada Kabul-Kandahar, la principale arteria del paese su cui nessuno
da settimane vuole più viaggiare per paura dei sempre più frequenti agguati
della guerriglia.