Si è definito un “presidente di guerra”, George W.
Bush, un leader che gli statunitensi farebbero meglio a rieleggere, il
prossimo novembre, perché sa come affrontare con piglio la minaccia del
terrorismo internazionale e quindi proteggere la sicurezza degli Usa.
Ma ora, a quasi sette mesi dalle elezioni, la sua immagine di
condottiero rischia di subire un duro colpo. Perché in un libro appena
uscito dal titolo Against All Enemies (“contro
tutti i nemici”), l’ex capo dell’anti-terrorismo Usa Richard Clarke
accusa Bush junior di essere tutt’altro che un argine contro i
terroristi. Anzi, ricorda come l’attuale presidente abbia ignorato al
Qaida prima dell’11 settembre, premendo sull’intelligence affinché
saltasse fuori un legame tra l’organizzazione di bin Laden e l’Iraq di
Saddam Hussein.
Clarke – che ha lavorato
come consigliere alla Casa Bianca dai tempi di Reagan, quindi anche
sotto Bush senior – era diventato lo “zar” dell’anti-terrorismo già
nell’amministrazione Clinton. Lo è rimasto nel primo anno della
presidenza Bush. e poi si è dimesso. Il suo libro sta avendo grande
successo negli Stati Uniti, e contro di lui sono già partite le
campagne contrarie degli strateghi della comunicazione dei
repubblicani. Oggi, mercoledì 24 marzo, Clarke sarà chiamato a
testimoniare davanti alla commissione che indaga sull’11 settembre. Una
deposizione attesa da molti, specie dopo l’intervista rilasciata lo
scorso weekend all’emittente televisiva Cbs.
“Francamente, trovo oltraggioso che il presidente stia
cercando di essere rieletto sulla base del fatto che ha fatto grandi
cose contro il terrorismo. Lo ha ignorato per mesi, quando forse
avrebbe potuto fare qualcosa per prevenire l’11 settembre. Non lo
sapremo mai”, ha detto Clarke alla conduttrice del programma 60 minutes, Lesley
Stahl.
Nel corso dell’intervista l’ex
numero uno dell’anti-terrorismo di Washington ha citato numerosi
aneddoti risalenti ai mesi che hanno preceduto e seguito gli attentati
alle Torri Gemelle e al Pentagono. Nelle riunioni per decidere come
reagire all’attacco Clarke ha ricordato come, invece di concentrare la
risposta militare su bin Laden e al Qaida, l’attenzione si spostò
presto sull’Iraq. “Rumsfeld diceva che dovevamo bombardare l’Iraq. E
tutti dicevamo…no, no. Al Qaida è in Afghanistan. Dobbiamo bombardare
l’Afghanistan. Ma Rumsfeld sosteneva che non ci sono obiettivi validi
in Afghanistan, mentre ce ne sono in Iraq. Io gli dissi: beh,
ci sono un sacco di buoni obiettivi in vari posti, ma qua l’Iraq non
c’entra niente, ci sono un sacco di buoni obiettivi in vari
posti, ma qua l’Iraq non c’entra niente. Credo che
volessero credere che ci fosse un legame, ma la Cia era seduta lì,
l’Fbi anche, io pure e tutti dicevamo che avevamo lavorato sulla
questione per anni. Per anni avevamo cercato un legame, ma questo
legame non esisteva”.
Dopo questo scambio di
opinioni con il segretario alla Difesa, Clarke ha raccontato
che “il presidente mi trascinò in una stanza con un paio di
altre persone, chiuse la porta e disse: Voglio che scopriate se
è stato l'Iraq a fare questo. Ora, non ha mai detto: Inventate
qualcosa. Ma l’intera conversazione
non mi lasciò alcun dubbio sul fatto che Bush voleva che io tornassi
con un rapporto che dicesse che l’Iraq stava dietro a tutto quello che
era successo”.
Clarke
rispose: “Signor
presidente, abbiamo già fatto queste indagini. Non c’è alcun legame”.
Ma Bush non intendeva demordere, come è stato ricordato durante 60
minutes. “Lui tornò da me e mi disse: Iraq! Saddam! Scoprite se c'è un
legame. E lo disse in tono molto
intimidatorio. Cioè, come se noi dovessimo tornare da lui con la
risposta giusta. Alla fine scrivemmo un rapporto. Indagammo seriamente,
con la Cia e l’Fbi. Poi lo mandammo al presidente, ma ci fu rispedito
indietro dal consigliere per la Sicurezza Nazionale, che ci rispose:
Risposta sbagliata... Riprovate.
Oltre all’ossessione nel vedere
la mano di Saddam Hussein in quegli attentati che scioccarono il mondo,
Clarke sostiene che prima dell’11 settembre l’amministrazione non prese
sul serio la minaccia di al Qaida. “L’argomento fu ricacciato indietro,
e indietro, e indietro per mesi”, ha detto alla Cbs. “La colpa è da
spartire, e probabilmente ne ho anch’io. Ma il 24 gennaio 2001 scrissi
un promemoria a Condoleezza Rice per richiedere urgentemente –
sottolineando l’urgentemente – una riunione a livello di Gabinetto per
affrontare un imminente attentato di al Qaida. Quel promemoria urgente
rimase lettera morta”.
“Do la colpa
all’intera leadership Bush per aver continuato a lavorare sulle
questioni della Guerra Fredda una volta tornati al potere nel 2001 – ha
continuato Clarke –. E’ come se avessero preservato gli stessi temi da
quando lasciarono la presidenza otto anni prima. Quando sono ritornati,
hanno voluto lavorare sugli stessi temi di prima: l’Iraq, le Guerre
Stellari (lo scudo spaziale antimissile ideato da Reagan all’inizio
degli anni Ottanta e tornato in auge con George W. Bush, nda). Non sulle nuove
questioni, sulle nuove
minacce che si erano sviluppate negli otto anni precedenti”.
Alla fine un incontro sul tema al Qaida si tenne tre
mesi dopo, in aprile. Non vi parteciparono né il presidente né il
Gabinetto, bensì i vice di ogni dipartimento. Per il Pentagono c’era
Paul Wolfowitz. Clarke gli disse: “Dobbiamo affrontare bin Laden e al
Qaida”. Il numero due del dipartimento della Difesa gli rispose: “No,
no, no. Non al Qaida. Perché stiamo parlando di quel piccoletto?
Dobbiamo parlare del terrorismo iracheno contro gli Stati
Uniti”.
E
questo nonostante – sostiene Clarke – il direttore della Cia George
Tenet avesse continuato ad avvertire la Casa Bianca “in giugno, luglio,
agosto che un grande attacco di al Qaida stava per essere sferrato
contro gli Stati Uniti da qualche parte nel mondo nelle settimane e nei
mesi successivi”.
Clarke sa che le sue tesi
potrebbero pesare molto nella corso verso le elezioni di novembre, come
è consapevole che il suo lavoro, la sua persona e la sua onestà saranno
messe continuamente in dubbio da parte dell’entourage di Bush. E’ già
successo: molti esponenti dell’attuale amministrazione hanno fatto
notare che anche lui sottovalutò la minaccia del terrorismo.
Dopo aver lavorato sotto presidenze sia repubblicane
sia democratiche, ci si aspetterebbe che un uomo così sia buono per
tutte le stagioni, e che comunque sia fedele a chi in quel momento è il
leader del Paese. Ma quando Lesley Stahl gli ha chiesto se una persona
che lavora per la Casa Bianca debba essere leale verso il proprio
presidente, lui ha risposto: “Sì, ma fino a un certo punto. Quando il
presidente comincia a far cose che mettono a rischio vite americane,
allora la lealtà verso di lui deve essere messa da parte. Credo che il
modo in cui Bush ha risposto ad al Qaida, sia prima dell’11 settembre
non facendo nulla sia dopo quegli attacchi, ci abbia reso meno sicuri.
Assolutamente”.