24/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Richard Clarke con il suo libro Against All Enemies accusa Bush
"Against All Enemies" di Richard a. ClarkeSi è definito un “presidente di guerra”, George W. Bush, un leader che gli statunitensi farebbero meglio a rieleggere, il prossimo novembre, perché sa come affrontare con piglio la minaccia del terrorismo internazionale e quindi proteggere la sicurezza degli Usa. Ma ora, a quasi sette mesi dalle elezioni, la sua immagine di condottiero rischia di subire un duro colpo. Perché in un libro appena uscito dal titolo Against All Enemies (“contro tutti i nemici”), l’ex capo dell’anti-terrorismo Usa Richard Clarke accusa Bush junior di essere tutt’altro che un argine contro i terroristi. Anzi, ricorda come l’attuale presidente abbia ignorato al Qaida prima dell’11 settembre, premendo sull’intelligence affinché saltasse fuori un legame tra l’organizzazione di bin Laden e l’Iraq di Saddam Hussein.
 
Clarke – che ha lavorato come consigliere alla Casa Bianca dai tempi di Reagan, quindi anche sotto Bush senior – era diventato lo “zar” dell’anti-terrorismo già nell’amministrazione Clinton. Lo è rimasto nel primo anno della presidenza Bush. e poi si è dimesso. Il suo libro sta avendo grande successo negli Stati Uniti, e contro di lui sono già partite le campagne contrarie degli strateghi della comunicazione dei repubblicani. Oggi, mercoledì 24 marzo, Clarke sarà chiamato a testimoniare davanti alla commissione che indaga sull’11 settembre. Una deposizione attesa da molti, specie dopo l’intervista rilasciata lo scorso weekend all’emittente televisiva Cbs.
 
“Francamente, trovo oltraggioso che il presidente stia cercando di essere rieletto sulla base del fatto che ha fatto grandi cose contro il terrorismo. Lo ha ignorato per mesi, quando forse avrebbe potuto fare qualcosa per prevenire l’11 settembre. Non lo sapremo mai”, ha detto Clarke alla conduttrice del programma 60 minutes, Lesley Stahl.
 
Nel corso dell’intervista l’ex numero uno dell’anti-terrorismo di Washington ha citato numerosi aneddoti risalenti ai mesi che hanno preceduto e seguito gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono. Nelle riunioni per decidere come reagire all’attacco Clarke ha ricordato come, invece di concentrare la risposta militare su bin Laden e al Qaida, l’attenzione si spostò presto sull’Iraq. “Rumsfeld diceva che dovevamo bombardare l’Iraq. E tutti dicevamo…no, no. Al Qaida è in Afghanistan. Dobbiamo bombardare l’Afghanistan. Ma Rumsfeld sosteneva che non ci sono obiettivi validi in Afghanistan, mentre ce ne sono in Iraq. Io gli dissi: beh, ci sono un sacco di buoni obiettivi in vari posti, ma qua l’Iraq non c’entra niente, ci sono un sacco di buoni obiettivi in vari posti, ma qua l’Iraq non c’entra niente. Credo che volessero credere che ci fosse un legame, ma la Cia era seduta lì, l’Fbi anche, io pure e tutti dicevamo che avevamo lavorato sulla questione per anni. Per anni avevamo cercato un legame, ma questo legame non esisteva”.
 
Dopo questo scambio di opinioni con il segretario alla Difesa, Clarke ha raccontato che “il presidente mi trascinò in una stanza con un paio di altre persone, chiuse la porta e disse: Voglio che scopriate se è stato l'Iraq a fare questo. Ora, non ha mai detto:  Inventate qualcosa. Ma l’intera conversazione non mi lasciò alcun dubbio sul fatto che Bush voleva che io tornassi con un rapporto che dicesse che l’Iraq stava dietro a tutto quello che era successo”.
 
Clarke rispose: “Signor presidente, abbiamo già fatto queste indagini. Non c’è alcun legame”. Ma Bush non intendeva demordere, come è stato ricordato durante 60 minutes. “Lui tornò da me e mi disse: Iraq! Saddam! Scoprite se c'è un legame. E lo disse in tono molto intimidatorio. Cioè, come se noi dovessimo tornare da lui con la risposta giusta. Alla fine scrivemmo un rapporto. Indagammo seriamente, con la Cia e l’Fbi. Poi lo mandammo al presidente, ma ci fu rispedito indietro dal consigliere per la Sicurezza Nazionale, che ci rispose: Risposta sbagliata... Riprovate.
 
Oltre all’ossessione nel vedere la mano di Saddam Hussein in quegli attentati che scioccarono il mondo, Clarke sostiene che prima dell’11 settembre l’amministrazione non prese sul serio la minaccia di al Qaida. “L’argomento fu ricacciato indietro, e indietro, e indietro per mesi”, ha detto alla Cbs. “La colpa è da spartire, e probabilmente ne ho anch’io. Ma il 24 gennaio 2001 scrissi un promemoria a Condoleezza Rice per richiedere urgentemente – sottolineando l’urgentemente – una riunione a livello di Gabinetto per affrontare un imminente attentato di al Qaida. Quel promemoria urgente rimase lettera morta”.
 
“Do la colpa all’intera leadership Bush per aver continuato a lavorare sulle questioni della Guerra Fredda una volta tornati al potere nel 2001 – ha continuato Clarke –. E’ come se avessero preservato gli stessi temi da quando lasciarono la presidenza otto anni prima. Quando sono ritornati, hanno voluto lavorare sugli stessi temi di prima: l’Iraq, le Guerre Stellari (lo scudo spaziale antimissile ideato da Reagan all’inizio degli anni Ottanta e tornato in auge con George W. Bush, nda). Non sulle nuove questioni, sulle nuove minacce che si erano sviluppate negli otto anni precedenti”.
 
Alla fine un incontro sul tema al Qaida si tenne tre mesi dopo, in aprile. Non vi parteciparono né il presidente né il Gabinetto, bensì i vice di ogni dipartimento. Per il Pentagono c’era Paul Wolfowitz. Clarke gli disse: “Dobbiamo affrontare bin Laden e al Qaida”. Il numero due del dipartimento della Difesa gli rispose: “No, no, no. Non al Qaida. Perché stiamo parlando di quel piccoletto? Dobbiamo parlare del terrorismo iracheno contro gli Stati Uniti”.
 
E questo nonostante – sostiene Clarke – il direttore della Cia George Tenet avesse continuato ad avvertire la Casa Bianca “in giugno, luglio, agosto che un grande attacco di al Qaida stava per essere sferrato contro gli Stati Uniti da qualche parte nel mondo nelle settimane e nei mesi successivi”.
 
Clarke sa che le sue tesi potrebbero pesare molto nella corso verso le elezioni di novembre, come è consapevole che il suo lavoro, la sua persona e la sua onestà saranno messe continuamente in dubbio da parte dell’entourage di Bush. E’ già successo: molti esponenti dell’attuale amministrazione hanno fatto notare che anche lui sottovalutò la minaccia del terrorismo.
 
Dopo aver lavorato sotto presidenze sia repubblicane sia democratiche, ci si aspetterebbe che un uomo così sia buono per tutte le stagioni, e che comunque sia fedele a chi in quel momento è il leader del Paese. Ma quando Lesley Stahl gli ha chiesto se una persona che lavora per la Casa Bianca debba essere leale verso il proprio presidente, lui ha risposto: “Sì, ma fino a un certo punto. Quando il presidente comincia a far cose che mettono a rischio vite americane, allora la lealtà verso di lui deve essere messa da parte. Credo che il modo in cui Bush ha risposto ad al Qaida, sia prima dell’11 settembre non facendo nulla sia dopo quegli attacchi, ci abbia reso meno sicuri. Assolutamente”.
 
Alessandro Ursic
Categoria: Guerra
Luogo: Stati Uniti