19/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il viaggio in Sudan continua
dal nostro inviato
Maso Notarianni
 
Gli sfollati di MayoCapita così di incontrare, in questa città complicata ed enorme che è Khartoum, un personaggio strano. Un signore settantenne venerato da tutti, amato da molti e temuto da qualcuno. E da qualcun altro molto, molto odiato. Un grande intellettuale, professore di università, colto come solo gli arabi possono essere. Un signore che parla fluentemente l’inglese, il francese, il tedesco. Che conosce bene l’italiano e anche se non lo parla lo sa scrivere correttamente sotto dettatura. Che conosce la storia del mondo in ogni particolare.
 
Un signore che è stato il maestro, tra gli altri, anche del diavolo in persona, Osama bin Laden.
 
Quel signore che di questo paese è stato ospite nelle patrie galere, e poi ministro potente, oggi non è ben visto dal governo. Che vede in lui un pericoloso avversario, e lo accusa di essere dietro alle sollevazioni armate, ai partiti che dal sud, dall’ovest e anche dal nord incalzano il governo del Sudan con le armi.
 
Capita che quel signore, Hassan al Thurabi, dopo una lunga conversazione assai interessante sui destini del mondo e sulla pace, capita che quel signore ti dica andate laggiù, a Mayo,e capirete la situazione del Darfur. Ci è stata mia moglie. Ha parlato con le donne che sono appena arrivate da laggiù. Scappate, tutte da una situazione intollerabile, per la quale non solo il governo non fa nulla, ma forse fa di tutto per peggiorare, con bombardamenti indiscriminati e con il sostegno alle bande di delinquenti.
 
Non è semplice, andare a Mayo, in una periferia che si spalma nel deserto, dove le case di fango e di paglia simili alcune a scatole e altre a fortini spuntano tra la polvere sollevata dal vento. Se non si ha un guidatore che conosce la zona è impossibile arrivarci. Ci diamo appuntamento con lui per la mattina dopo. Un ragazzo sale in macchina con noi e ci fa da guida. Corriamo sul lungonilo, il fiume squassato dal vento che alza la polvere del deserto a rendere uniformemente velato il cielo il paesaggio la strada le case. E le persone che camminano ai bordi della strada, velate di polvere anche loro come avessero fatto un tuffo nella farina di ceci.
 
Dopo mezz’ora si esce dalla strada principale, e si entra nella zona dove sono i rifugiati, tremila persone arrivate a Khartoum da pochi giorni.
 
Non c’è strada, e nemmeno guardando bene si intuisce una pista sulla terra battuta. Eppure le macchine che disordinatamente girano per questa zona sanno perfettamente dove andare. E fanno lo slalom tra carretti tirati da asini che trasportano bidoni d’acqua vecchi di lustri e inesorabilmente gocciolanti, tra bambini che giocano nella polvere, catapecchie tirate su con quattro assi e quattro lamiere a fare da case ad intere famiglie, casupole un poco più solide di paglia e case arabe con il muro di cinta completo di torrette e feritoie che sembrano messe lì per affrontare chissà quale guerra e che invece servono a spolverare il grano (le torrette) e a tener fuori, ancora, la polvere (le feritoie).
 
Arriviamo al campo. Gli sfollati, tremila e centocinquanta persone, sono ospitati in una scuola. Che però è già presidiata dalla polizia: due uomini in divisa controllano discretamente l’ingresso al campo. Con loro, agenti in borghese, meno discreti. La scuola ha una struttura a corte, circondata da mura, sul cui cortile si affacciano sette stanze. Lo sporco regna sovrano, sua consorte degna è la disperazione che si legge nelle facce delle donne buttate in terra.
 
A farci da guida una giovane e bellissima maestra, anche lei proveniente dal Darfur, l’unica tra le centinaia di donne presenti che riesce a farci un sorriso. Due agenti in borghese le fanno da ombra, controllando ogni gesto che fa nei nostri confronti e ogni parola delle trentacinque di inglese che conosce e che usa per comunicare con noi.
 
Ci racconta storie terribili. I più non sono nemmeno riusciti a scappare. Lei è arrivata qui, insieme a tremila persone. Sono quasi tutte giovani donne, e bambini.
 
Milleequarantottodonne e millecinquantanove bambini, per la precisione. Più trentotto anziani uomini.
 
Gli uomini li hanno massacrati tutti, ci dice, solo qualche anziano è riuscito ad arrivare fino a qui. Ci hanno messo tredici giorni, in treno, ammassati come bestie, senza mangiare.
 
Seicentotrenta sono i bambini sotto i cinque anni. Sembrano ancora più piccoli, a noi che veniamo dal mondo civile che li ha messi in questa situazione.
 
La maggior parte delle donne sono giovani, e terrorizzate. Duecentoventicinque ancora allattano. Sedici aspettano un bambino. Di un padre che per molte di loro è un incubo, il peggiore. La maestra continua a raccontare, abbassando lo sguardo. Queste donne sono state violentate ripetutamente da gruppi di uomini, anche quaranta.
 
E i loro bambini massacrati, ci dice. Ad un gruppo di donne che stava fuggendo dal villaggio distrutto dalle fiamme, affamate dopo giorni di viaggio, i bambini sono stati strappati via. Li hanno bolliti, e glieli hanno restituiti. “Avete fame? -ci dicevano- Prendete e mangiate, se è vero che avete fame”.
 
Ci chiedono aiuto, ci chiedono acqua, cibo. Per terra, solo qualche ciotola di pane inzuppato nell’acqua. Dono degli abitanti del quartiere, uno tra i più miserabili della capitale.
 
Corre voce che il governo voglia svuotare la scuola e rispedire tutti gli sfollati indietro. Promettiamo alla maestra che proveremo a dare una mano.
 
Tornati in città ci riferiscono di una sommossa scoppiata la sera stessa, a Mayo, dopo un tentativo della polizia di sgomberare la zona. Sono morte nove persone e diverse altre sono state ferite. Tra i morti c'erano anche tre bambini. Ci viene da pensare che fra loro, forse, ci sono quelli che abbiamo salutato stamattina.
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Sudan