dal nostro inviato
Maso
Notarianni
Capita così di incontrare, in
questa città complicata ed enorme che è Khartoum, un
personaggio strano. Un signore settantenne venerato da tutti,
amato da molti e temuto da qualcuno. E da qualcun altro molto, molto
odiato. Un grande intellettuale, professore di università,
colto come solo gli arabi possono essere. Un signore che parla
fluentemente l’inglese, il francese, il tedesco. Che conosce bene
l’italiano e anche se non lo parla lo sa scrivere correttamente sotto
dettatura. Che conosce la storia del mondo in ogni particolare.
Un signore che è stato il maestro, tra gli
altri, anche del diavolo in persona, Osama bin Laden.
Quel signore che di questo paese è stato ospite nelle
patrie galere, e poi ministro potente, oggi non è ben visto dal
governo. Che vede in lui un pericoloso avversario, e lo accusa di
essere dietro alle sollevazioni armate, ai partiti che dal sud,
dall’ovest e anche dal nord incalzano il governo del Sudan con le armi.
Capita che quel signore, Hassan al Thurabi, dopo
una lunga conversazione assai interessante sui destini del
mondo e sulla pace, capita che quel signore ti dica andate
laggiù, a Mayo,e capirete la situazione del Darfur. Ci è stata mia
moglie. Ha parlato con le donne che sono appena arrivate da laggiù.
Scappate, tutte da una situazione intollerabile, per la quale non solo
il governo non fa nulla, ma forse fa di tutto per peggiorare, con
bombardamenti indiscriminati e con il sostegno alle bande di
delinquenti.
Non è semplice, andare a Mayo,
in una periferia che si spalma nel deserto, dove le case di fango e di
paglia simili alcune a scatole e altre a fortini spuntano tra la
polvere sollevata dal vento. Se non si ha un guidatore che conosce la
zona è impossibile arrivarci. Ci diamo appuntamento con lui
per la mattina dopo. Un ragazzo sale in macchina con noi e ci fa da
guida. Corriamo sul lungonilo, il fiume squassato dal vento che alza la
polvere del deserto a rendere uniformemente velato il cielo il
paesaggio la strada le case. E le persone che camminano ai
bordi della strada, velate di polvere anche loro come avessero fatto un
tuffo nella farina di ceci.
Dopo mezz’ora si esce
dalla strada principale, e si entra nella zona dove sono i rifugiati,
tremila persone arrivate a Khartoum da pochi giorni.
Non c’è strada, e nemmeno guardando bene si intuisce una
pista sulla terra battuta. Eppure le macchine che disordinatamente
girano per questa zona sanno perfettamente dove andare. E fanno lo
slalom tra carretti tirati da asini che trasportano bidoni d’acqua
vecchi di lustri e inesorabilmente gocciolanti, tra bambini che giocano
nella polvere, catapecchie tirate su con quattro assi e quattro lamiere
a fare da case ad intere famiglie, casupole un poco più solide di
paglia e case arabe con il muro di cinta completo di torrette e
feritoie che sembrano messe lì per affrontare chissà quale guerra e che
invece servono a spolverare il grano (le torrette) e a tener fuori,
ancora, la polvere (le feritoie).
Arriviamo al
campo. Gli sfollati, tremila e centocinquanta persone, sono ospitati in
una scuola. Che però è già presidiata dalla polizia: due uomini in
divisa controllano discretamente l’ingresso al campo. Con loro, agenti
in borghese, meno discreti. La scuola ha una struttura a corte,
circondata da mura, sul cui cortile si affacciano sette stanze. Lo
sporco regna sovrano, sua consorte degna è la disperazione che si legge
nelle facce delle donne buttate in terra.
A
farci da guida una giovane e bellissima maestra, anche lei proveniente
dal Darfur, l’unica tra le centinaia di donne presenti che riesce a
farci un sorriso. Due agenti in borghese le fanno da ombra,
controllando ogni gesto che fa nei nostri confronti e ogni parola delle
trentacinque di inglese che conosce e che usa per comunicare con noi.
Ci racconta storie terribili. I più non
sono nemmeno riusciti a scappare. Lei è arrivata qui, insieme a tremila
persone. Sono quasi tutte giovani donne, e bambini.
Milleequarantottodonne e millecinquantanove bambini, per la
precisione. Più trentotto anziani uomini.
Gli uomini li hanno massacrati tutti, ci dice, solo qualche
anziano è riuscito ad arrivare fino a qui. Ci hanno messo tredici
giorni, in treno, ammassati come bestie, senza mangiare.
Seicentotrenta sono i bambini sotto i cinque anni.
Sembrano ancora più piccoli, a noi che veniamo dal mondo civile che li ha messi
in questa situazione.
La maggior parte
delle donne sono giovani, e terrorizzate. Duecentoventicinque ancora
allattano. Sedici aspettano un bambino. Di un padre che per molte di
loro è un incubo, il peggiore. La maestra continua a raccontare,
abbassando lo sguardo. Queste donne sono state violentate ripetutamente
da gruppi di uomini, anche quaranta.
E i
loro bambini massacrati, ci dice. Ad un gruppo di donne che
stava fuggendo dal villaggio distrutto dalle fiamme, affamate dopo
giorni di viaggio, i bambini sono stati strappati via. Li hanno
bolliti, e glieli hanno restituiti. “Avete fame? -ci dicevano- Prendete
e mangiate, se è vero che avete fame”.
Ci
chiedono aiuto, ci chiedono acqua, cibo. Per terra, solo qualche
ciotola di pane inzuppato nell’acqua. Dono degli abitanti del
quartiere, uno tra i più miserabili della capitale.
Corre voce che il governo voglia svuotare la scuola e
rispedire tutti gli sfollati indietro. Promettiamo alla maestra che
proveremo a dare una mano.
Tornati in città
ci riferiscono di una sommossa scoppiata la sera
stessa, a Mayo, dopo un tentativo della polizia di sgomberare la zona.
Sono morte nove persone e diverse altre sono state ferite. Tra i morti c'erano
anche tre bambini. Ci viene da pensare
che fra loro, forse, ci sono quelli che abbiamo salutato
stamattina.