03/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia del movimento talebano
TalebaniDire talebani e dire pashtun è la stessa cosa. Il primo è un termine politico, il secondo etnico, ma i due concetti si sovrappongono. Per lungo tempo anche dire afgano o pashtun era uguale, dato che queste genti, oltre a rappresentare la maggioranza della popolazione del paese, sono state quelle che tre secoli fa hanno dato vita allo stato afgano, dominandolo fino al 1978.
 
Ahmad Shah Durrani, nativo di Kandahar e considerato il padre della nazione afgana, fu eletto re nel 1747 dai capi pashtun riuniti nell’assemblea della Loya Jirga (che da allora sarebbe divenuta lo strumento decisionale utilizzato nelle grandi svolte della storia afgana). Fu lui a unificare tutte le tribù e i territori pashtun, comprendendo nel regno afgano gran parte dell’attuale Pakistan, vale a dire quelle che oggi vengono chiamate ‘regioni tribali’ e che ancora i pashtun afgani rivendicano in nome del ‘Grande Pashtunistan’ . Nel 1893 le truppe coloniali britanniche conquistarono l’allora India nord-occidentale tracciando un confine, la linea Durand, che da quel tempo taglia in due la macroregione abitata dai pashtun.
 
In quegli anni l’Afghanistan era governato da Abdul Rehman, detto l’emiro di ferro, un altro pashtun considerato un padre fondatore della nazione afgana. Ma anche un talebano ante litteram. Musulmano fondamentalista e antimodernista, impose la sharìa (la legge islamica) come codice di comportamento accanto al già di per sé rigido codice tribale pashtun, il pashtunwili, e isolò il paese da ogni influenza culturale occidentale. Inaugurò anche la pratica dello sterminio delle minoranze non-pashtun: hazara, tagichi e uzbechi che abitavano nel nord dell’attuale Afghanistan vennero sottomessi a forza di massacri, esattamente come accadrà di nuovo cento anni dopo.
 
Il dominio dei pashtun sull’Afghanistan termina nell'aprile del 1978, con il colpo di stato comunista appoggiato dall'Unione Sovietica. Quando, l'anno successivo, l’Armata Rossa invase il paese, i pashtun svolsero un ruolo fondamentale nella resistenza armata anti-sovietica, sostenuta dal Pakistan e dagli Stati Uniti. Tramite i servizi segreti di Islamabad (Isi) la Cia finanziò, armò e addestrò i mujaheddin in quella che divenne una vera e propria guerra per procura tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Negli anni Ottanta il leader dei combattenti pashtun fu l’integralista Gulbuddin Hekmatyar , fondatore del Partito dell’Islam (Hezb-i Islami), che però si rivelerà incapace di riportare l’Afghanistan sotto il dominio pashtun.
 
Nel 1992, dopo tredici anni di guerra e oltre un milione e mezzo di morti, il comandante tagico Ahmad Shah Massoud, il ‘leone del Panshir’, riuscì a battere sul tempo Hekmatyar conquistando Kabul prima di lui e portando così al potere il presidente tagico Burhanuddin Rabbani. Le forze Hezb-i Islami cominciarono a bombardare la capitale, uccidendo migliaia di civili ma non riuscendo a prenderne il controllo. I pashtun si sentirono sconfitti e per la prima volta dominati da forze non-pashtun. Il paese cadde in preda all’anarchia e si ritrovò diviso in feudi controllati dai signori della guerra locali che si davano a violenze di ogni genere: razzie, massacri, regolamenti di conti, soprusi contro la popolazione civile.
 
La leggenda nata attorno alla nascita del movimento talebano racconta che a Kandahar, nella primavera del 1994, due ragazzine del posto vennero rapite da un comandante locale e portate nel suo accampamento dove furono ripetutamente violentate. Un mullah molto rispettato in zona, Mohammed Omar, radunò gli studenti (taliban) della sua scuola coranica (madrasa), diede loro sedici fucili e andò a liberare le due adolescenti. Pochi giorni dopo il mullah Omar e i suoi studenti armati salvarono un ragazzo da due comandanti che se lo contendevano per sodomizzarlo. In breve tempo Omar assurse a difensore della povera gente dalle ingiustizie dei commander  locali, un Robin Hood col turbante e il kalashnikov adorato dalla popolazione. “Combattevamo contro i musulmani che avevano preso la via sbagliata”, dirà il mullah anni dopo. La sua fama di giustiziere a capo di un'invincibile schiera di monaci combattenti crebbe rapidamente tra i pashtun, arrivando fino in Pakistan.
 
All’epoca Islamabad contava su Hekmatyar per prendere il controllo di Kabul e riaprire così le vitali rotte commerciali attraverso l’Afghanistan orientale verso i mercati centroasiatici. Ma la sua incapacità militare, evidente dopo due anni di infruttuosi quanto distruttivi bombardamenti su Kabul, che uccisero venticinquemila persone, portò i pachistani a puntare su un cavallo che appariva molto più favorito, il movimento del mullah Omar, privilegiando la rotta stradale occidentale via Kandahar-Herat. Su questa decisione pesano gli interessi della potentissima mafia pachistana dei trasporti, che individua nei talebani la possibilità di liberarsi dal peso del taglieggiamento di decine di differenti signori della guerra che con i loro posti di blocco lungo la strada chiedono il pedaggio ai camionisti pachistani. Con i talebani in controllo di tutto l'ovest afgano, e dunque di tutta la strada, il pedaggio diventerebbe uno solo.
 
Il movimento talebano, cui aderirono migliaia di afgani provenienti dai campi profughi pachistani (indottrinati da mullah analfabeti ed estremisti e dal partito integralista pachistano-pashtun Jamiat-e-Ulema Islam e addestrati dall’esercito e dai servizi segreti di Islamabad), nell’ottobre ’94 saccheggiarono una grande armeria sul confine impossessandosi di diciottomila kalashnikov. Con quelli conquistarono subito Kandahar, impadronendosi di carri armati, aerei ed elicotteri. Un anno dopo, tutto l’ovest dell’Afghanistan era in mano loro. E' a questo punto che gli Stati Uniti, dopo alcuni anni di sostanziale disinteresse per la situazione afgana in seguito alla fine della guerra fredda, tornano in gioco in appoggio ai talebani, visti da Washington come unico fattore di stabilizzazione del paese in vista della realizzazione di uno strategico progetto economico. Nel 1995 infatti la compagnia petrolifera statunitense Unocal decide di costruire un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan attraverso l’Afghanistan occidentale.
 
Nell’aprile del 1996 il mullah Omar assunse il titolo di Amir-ul Momineen, Comandante dei Fedeli. Indossando per l’occasione il mantello che si crede appartenuto a Maometto (nella foto), custodito nel santuario della città, il mullah proclamò la jihad per conquistare tutto l’Afghanistan e “ricrearvi la società del tempo in cui viveva il Profeta”, basata sui rigidi precetti della sharìa e sul rifiuto della ‘blasfema’ cultura moderna e occidentale. L’integralismo islamico dei talebani fruttò loro il massiccio sostegno finanziario dell’Arabia Saudita, patria del wahabbismo, la versione più fondamentalista dell’Islam.
 
Nel giro di sei mesi i talebani conquistarono Kabul. I mujaheddin tagichi, uzbechi e hazara si ritirarono al nord iniziando la resistenza. L’avanzata talebana proseguì fino al 1998 con atroci massacri e pulizie etniche nei confronti dei non-pashtun, per poi arenarsi nelle province nord-orientali controllate dall’alleanza anti-talebana guidata dal generale Massoud e appoggiata da Iran, Russia, repubbliche centroasiatiche e India.
 
La vita degli afgani sotto i talebani, accolti inizialmente come dei liberatori portatori di pace e ordine, diventò presto un inferno. Alle donne venne impedito di lavorare e studiare e vennero murate vive in casa e nei loro burqa. Agli uomini venne imposta la barba lunga. Ai bambini fu vietato di far volare gli aquiloni. Chi sgarrava veniva bastonato dalla polizia religiosa. Televisione, radio, musica, sport, pittura, fotografia, vennero banditi. In una parola, venne messa fuori legge la cultura in quanto tale. L’unico svago erano le cerimonie di massa allo stadio in cui venivano fucilati o impiccati di fronte alla folla i trasgressori della sharìaì.
 
Il disumano trattamento delle donne, l’espansione della coltivazione dell’oppio (maggiore entrata del regime), i massacri delle minoranze non-pashtun e la distruzione delle vestigia preislamiche (in particolare dei famosi Budda di Bamiyan) valse al regime del mullah Omar un forte isolamento internazionale. Nessun paese lo riconobbe, tranne il Pakistan, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Anche il sotterraneo supporto statunitense vacillò (pur senza venir meno) a causa dell’ospitalità fornita dal mullah Omar a Osama Bin Laden e ai suoi campi di addestramento terroristici, che verranno addirittura bombardati dagli Usa nell’agosto ’98 come ritorsione per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania.
 
Ma sarà un altro ben più tragico attacco terroristico a segnare il destino del regime dei talebani, frutto della violenza, della povertà, della disperazione e dell'ingoranza in cui l'Afghanistan è stato sprofondato dalla cinica volontà di potenza di piccoli e grandi signori della guerra.
 
Enrico Piovesana
Categoria: Guerra, Religione
Luogo: Afghanistan