Dire talebani e dire pashtun è la stessa cosa. Il primo è un
termine politico, il secondo etnico, ma i due concetti si
sovrappongono. Per lungo tempo anche dire afgano o pashtun
era uguale, dato che queste genti, oltre a rappresentare la maggioranza
della popolazione del paese, sono state quelle che tre secoli fa hanno
dato vita allo stato afgano, dominandolo fino al 1978.
Ahmad Shah Durrani, nativo di
Kandahar e considerato il padre della nazione afgana, fu eletto re nel
1747 dai capi pashtun riuniti nell’assemblea della Loya Jirga (che da allora
sarebbe divenuta lo strumento decisionale utilizzato nelle grandi
svolte della storia afgana). Fu lui a unificare tutte le
tribù e i territori pashtun, comprendendo nel regno afgano gran parte
dell’attuale Pakistan, vale a dire quelle che oggi vengono chiamate
‘regioni tribali’ e che ancora i pashtun afgani rivendicano in nome del
‘Grande Pashtunistan’ . Nel 1893 le truppe coloniali
britanniche conquistarono l’allora India nord-occidentale tracciando un
confine, la linea Durand, che da quel tempo taglia in due la
macroregione abitata dai pashtun.
In quegli
anni l’Afghanistan era governato da Abdul Rehman, detto
l’emiro di ferro, un altro pashtun considerato un
padre fondatore della nazione afgana. Ma anche un talebano ante
litteram. Musulmano fondamentalista e antimodernista, impose
la sharìa (la legge islamica) come codice di
comportamento accanto al già di per sé rigido codice tribale pashtun,
il pashtunwili, e isolò il paese da ogni influenza
culturale occidentale. Inaugurò anche la pratica dello
sterminio delle minoranze non-pashtun: hazara, tagichi e uzbechi che
abitavano nel nord dell’attuale Afghanistan vennero sottomessi a forza
di massacri, esattamente come accadrà di nuovo cento anni dopo.
Il dominio dei pashtun
sull’Afghanistan termina nell'aprile del 1978, con il colpo di stato
comunista appoggiato dall'Unione Sovietica. Quando, l'anno
successivo, l’Armata Rossa invase il paese, i pashtun svolsero un ruolo
fondamentale nella resistenza armata anti-sovietica, sostenuta dal
Pakistan e dagli Stati Uniti. Tramite i servizi segreti di Islamabad
(Isi) la Cia finanziò, armò e addestrò i mujaheddin in quella
che divenne una vera e propria guerra per procura tra Stati Uniti e
Unione Sovietica. Negli anni Ottanta
il leader dei combattenti pashtun fu l’integralista
Gulbuddin Hekmatyar , fondatore del Partito dell’Islam
(Hezb-i Islami), che però si rivelerà incapace di
riportare l’Afghanistan sotto il dominio pashtun.
Nel 1992,
dopo tredici anni di guerra e oltre un milione e mezzo di morti, il
comandante tagico Ahmad Shah Massoud, il ‘leone del Panshir’, riuscì a
battere sul tempo Hekmatyar conquistando Kabul prima di lui e portando
così al potere il presidente tagico Burhanuddin Rabbani. Le
forze Hezb-i Islami cominciarono a bombardare la
capitale, uccidendo migliaia di civili ma non riuscendo a prenderne il
controllo. I pashtun si sentirono sconfitti e per la prima
volta dominati da forze non-pashtun. Il paese cadde in preda
all’anarchia e si ritrovò diviso in feudi controllati dai signori della
guerra locali che si davano a violenze di ogni genere: razzie,
massacri, regolamenti di conti, soprusi contro la popolazione civile.
La leggenda nata attorno alla
nascita del movimento talebano racconta che a
Kandahar, nella primavera del 1994, due ragazzine del posto
vennero rapite da un comandante locale e portate nel suo accampamento
dove furono ripetutamente violentate. Un mullah
molto rispettato in zona, Mohammed Omar, radunò gli studenti
(taliban) della sua scuola coranica
(madrasa), diede loro sedici fucili
e andò a liberare le due adolescenti. Pochi giorni dopo il
mullah Omar e i suoi studenti armati salvarono un ragazzo da due
comandanti che se lo contendevano per sodomizzarlo. In breve tempo Omar
assurse a difensore della povera gente dalle ingiustizie dei commander locali, un Robin Hood col turbante e il
kalashnikov adorato dalla popolazione. “Combattevamo contro i musulmani
che avevano preso la via sbagliata”, dirà il mullah anni dopo. La sua fama di
giustiziere a capo di un'invincibile schiera
di monaci combattenti crebbe rapidamente tra i pashtun, arrivando fino
in Pakistan.
All’epoca Islamabad contava su Hekmatyar per prendere il
controllo di Kabul e riaprire così le vitali rotte commerciali
attraverso l’Afghanistan orientale verso i mercati centroasiatici. Ma la sua incapacità
militare, evidente dopo due anni di
infruttuosi quanto distruttivi bombardamenti su Kabul, che
uccisero venticinquemila persone, portò i pachistani a puntare su un
cavallo che appariva molto più favorito, il movimento del mullah Omar,
privilegiando la rotta stradale occidentale via Kandahar-Herat. Su
questa decisione pesano gli interessi della potentissima mafia
pachistana dei trasporti, che individua nei talebani la
possibilità di liberarsi dal peso del taglieggiamento di decine di
differenti signori della guerra che con i loro posti di blocco lungo la
strada chiedono il pedaggio ai camionisti pachistani. Con i talebani in
controllo di tutto l'ovest afgano, e dunque di tutta la strada, il
pedaggio diventerebbe uno solo.
Il
movimento talebano, cui aderirono migliaia di afgani provenienti dai
campi profughi pachistani (indottrinati da mullah analfabeti ed
estremisti e dal partito integralista pachistano-pashtun Jamiat-e-Ulema Islam
e addestrati dall’esercito e
dai servizi segreti di Islamabad), nell’ottobre ’94 saccheggiarono una
grande armeria sul confine impossessandosi di diciottomila kalashnikov. Con
quelli conquistarono subito Kandahar, impadronendosi di carri
armati, aerei ed elicotteri. Un anno dopo, tutto l’ovest
dell’Afghanistan era in mano loro. E' a questo punto che gli
Stati Uniti, dopo alcuni anni di sostanziale disinteresse per la
situazione afgana in seguito alla fine della guerra fredda, tornano in
gioco in appoggio ai talebani, visti da Washington come unico fattore
di stabilizzazione del paese in vista della realizzazione di uno
strategico progetto economico. Nel 1995 infatti la compagnia
petrolifera statunitense Unocal decide di costruire un
gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan attraverso l’Afghanistan
occidentale.
Nell’aprile del 1996 il mullah
Omar assunse il titolo di Amir-ul Momineen,
Comandante dei Fedeli. Indossando per l’occasione il mantello
che si crede appartenuto a Maometto (nella foto), custodito nel santuario della
città,
il mullah proclamò la jihad per conquistare tutto
l’Afghanistan e “ricrearvi la società del tempo in cui viveva il
Profeta”, basata sui rigidi precetti della sharìa
e sul rifiuto della ‘blasfema’ cultura moderna e occidentale. L’integralismo islamico
dei talebani fruttò loro il massiccio
sostegno finanziario dell’Arabia Saudita, patria del wahabbismo, la
versione più fondamentalista dell’Islam.
Nel giro di sei mesi i talebani conquistarono
Kabul. I mujaheddin tagichi, uzbechi e hazara si ritirarono
al nord iniziando la resistenza. L’avanzata talebana proseguì fino al
1998 con atroci massacri e pulizie etniche nei confronti dei
non-pashtun, per poi arenarsi nelle province nord-orientali controllate
dall’alleanza anti-talebana guidata dal generale Massoud e appoggiata
da Iran, Russia, repubbliche centroasiatiche e India.
La vita degli afgani sotto i talebani,
accolti inizialmente come dei liberatori portatori di pace e ordine,
diventò presto un inferno. Alle donne venne impedito di
lavorare e studiare e vennero murate vive in casa e nei loro burqa. Agli uomini
venne imposta la barba
lunga. Ai bambini fu vietato di far volare gli
aquiloni. Chi sgarrava veniva bastonato dalla
polizia religiosa. Televisione, radio, musica, sport,
pittura, fotografia, vennero banditi. In una parola, venne messa fuori
legge la cultura in quanto tale. L’unico svago erano le
cerimonie di massa allo stadio in cui venivano fucilati o
impiccati di fronte alla folla i trasgressori della sharìaì.
Il disumano trattamento delle donne, l’espansione della
coltivazione dell’oppio (maggiore entrata del regime), i massacri delle
minoranze non-pashtun e la distruzione delle vestigia preislamiche (in
particolare dei famosi Budda di Bamiyan) valse al regime del mullah
Omar un forte isolamento internazionale. Nessun paese lo riconobbe,
tranne il Pakistan, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi
Uniti. Anche il sotterraneo
supporto statunitense vacillò (pur senza venir
meno) a causa dell’ospitalità fornita dal mullah Omar a Osama
Bin Laden e ai suoi campi di addestramento terroristici, che verranno
addirittura bombardati dagli Usa nell’agosto ’98 come
ritorsione per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania.
Ma sarà un altro ben più tragico attacco
terroristico a segnare il destino del regime dei
talebani, frutto della violenza, della povertà, della
disperazione e dell'ingoranza in cui l'Afghanistan è stato
sprofondato dalla cinica volontà di potenza di
piccoli e grandi signori della guerra.