22/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista ad Abdelilah, attivista marocchino per la difesa dei diritti umani
Il 2 maggio scorso, con un comunicato diffuso attraverso la stampa spagnola, i detenuti marocchini hanno iniziato uno sciopero della fame che pochi giorni dopo è costato la vita a uno di loro, Khalid al-Boukri.
La stampa internazionale ha trattato la questione in maniera superficiale, forse perché molti dei prigionieri in sciopero erano accusati degli attentati del maggio del 2003 a Casablanca, attentati che causarono la morte di 45 persone. L'attenzione su questo aspetto della vicenda ha oscurato il problema principale: le condizioni dei detenuti nelle carceri marocchine.
 
prigionieriUna realtà difficile. “La situazione nelle carceri in Marocco è drammatica, proprio drammatica”. Il primo commento al telefono da Rabat di Benabdeslam Abdelilah è amaro. Abdelilah lavora per l' Amdh, un'associazione marocchina che si batte in difesa dei diritti umani. “Attualmente nelle prigioni del regno ci sono 60mila condannati con sentenza definitiva”, racconta Abdelilah, “ma con i prigionieri in transito si arriva a una popolazione carceraria di circa 80mila persone. Il problema principale di questa situazione è il sovraffollamento, gli spazi sono insufficienti”.
Le condizioni dei detenuti in tante parti del mondo sono molto dure, ma le percentuali del Marocco sono impressionanti. “Un esempio: se una struttura penitenziaria ha una capienza di 100 persone, in Marocco ne contiene 600. Questa è la proporzione”, dichiara Abdelilah.
 
Problemi di ogni genere. “Se devo individuare delle priorità nell'emergenza carceri”, dichiara l'esponente dell'Amdh, “la prima cosa che mi viene in mente è l'assenza di cibo”. Abdelilah dice proprio così, non scarsità ma assenza. “Il cibo per tutti non c'è. Semplicemente. Tutti i detenuti sopravvivono grazie al sostegno delle famiglie, che portano loro il cibo in carcere. Questa situazione diventa più grave nelle carceri principali del Marocco – continua l'attivista marocchino – i prigionieri che non riescono ad essere sfamati dai loro congiunti non hanno cibo a sufficienza”.
Ma non è solo l'alimentazione a non rispettare i criteri minimi dell'umanità. “Le cure mediche per esempio”, continua Abdelilah, “qualsiasi patologia dei detenuti viene affrontata solo quando diventa un'emergenza grave. Per il resto non si fa niente. E' facile immaginare tutti i problemi connessi a una convivenza forzata in un posto dove non c'è abbastanza spazio, abbastanza cibo e abbastanza acqua per tutti. Problemi gastrici, dermatologici, oftalmici...nessuno fa niente.  Le celle sono sovraffollate e i detenuti stanno tutto il tempo seduti, per ricavarsi un minimo spazio vitale. E questo non aiuta certo ad avere un buono stato di salute.
Un ultimo esempio è quello delle visite dei familiari ai detenuti. Durano solo dieci minuti alla settimana". 
 
interno di un carcereLo sciopero.  Questa situazione esplosiva, nei giorni scorsi, ha portato i detenuti a scioperare per chiedere, tra le altre cose, condizioni di detenzione più umane.
“Secondo le nostre stime hanno aderito circa 1500 detenuti allo sciopero, per le autorità solo 700”, racconta Abdelilah. “Dopo la morte di Khalid hanno smesso perchè hanno ricevuto delle promesse, ma sono pronti a ricominciare se le cose non cambieranno”.
L'attivista marocchino non pare ottimista in questo senso. “Tutta la politica di riforme del re Mohammed VI è solo teorica”, sostiene l'esponente dell'Amdh, “ma cambiamenti non se ne vedono. Valuto il lavoro che facciamo come un tutt'uno, quindi per me è difficile scorporare il problema delle carceri in Marocco da altre forme di violazione dei diritti umani. Come nel caso delle donne. La situazione carceraria è gravissima, come dicevo, per la grande negligenza in tutti i settori dell'amministrazione penitenziaria e per tutte le categorie di detenuti. Dagli episodi di tortura alla mancanza di cibo. Lo sciopero può ricominciare da un momento all'altro, e ancora non dimentico che è morta una persona”.

Christian Elia

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