Il 2 maggio scorso, con un comunicato diffuso attraverso la stampa spagnola,
i detenuti marocchini hanno iniziato uno sciopero della fame che pochi giorni
dopo è costato la vita a uno di loro,
Khalid al-Boukri.
La stampa internazionale ha trattato la questione in maniera superficiale, forse
perché molti dei prigionieri in sciopero erano accusati degli attentati del maggio
del 2003 a Casablanca, attentati che causarono la morte di 45 persone. L'attenzione
su questo aspetto della vicenda ha oscurato il problema principale: le condizioni
dei detenuti nelle carceri marocchine.
Una realtà difficile. “La situazione nelle carceri in Marocco è drammatica, proprio drammatica”. Il
primo commento al telefono da Rabat di Benabdeslam Abdelilah è amaro. Abdelilah
lavora per l'
Amdh, un'associazione marocchina che si batte in difesa dei diritti umani. “Attualmente
nelle prigioni del regno ci sono 60mila condannati con sentenza definitiva”, racconta
Abdelilah, “ma con i prigionieri in transito si arriva a una popolazione carceraria
di circa 80mila persone. Il problema principale di questa situazione è il sovraffollamento,
gli spazi sono insufficienti”.
Le condizioni dei detenuti in tante parti del mondo sono molto dure, ma le percentuali
del Marocco sono impressionanti. “Un esempio: se una struttura penitenziaria ha
una capienza di 100 persone, in Marocco ne contiene 600. Questa è la proporzione”,
dichiara Abdelilah.
Problemi di ogni genere. “Se devo individuare delle priorità nell'emergenza carceri”, dichiara l'esponente
dell'Amdh, “la prima cosa che mi viene in mente è l'assenza di cibo”. Abdelilah
dice proprio così, non scarsità ma assenza. “Il cibo per tutti non c'è. Semplicemente.
Tutti i detenuti sopravvivono grazie al sostegno delle famiglie, che portano loro
il cibo in carcere. Questa situazione diventa più grave nelle carceri principali
del Marocco – continua l'attivista marocchino – i prigionieri che non riescono
ad essere sfamati dai loro congiunti non hanno cibo a sufficienza”.
Ma non è solo l'alimentazione a non rispettare i criteri minimi dell'umanità.
“Le cure mediche per esempio”, continua Abdelilah, “qualsiasi patologia dei detenuti
viene affrontata solo quando diventa un'emergenza grave. Per il resto non si fa
niente. E' facile immaginare tutti i problemi connessi a una convivenza forzata
in un posto dove non c'è abbastanza spazio, abbastanza cibo e abbastanza acqua
per tutti. Problemi gastrici, dermatologici, oftalmici...nessuno fa niente. Le
celle sono sovraffollate e i detenuti stanno tutto il tempo seduti, per ricavarsi
un minimo spazio vitale. E questo non aiuta certo ad avere un buono stato di salute.
Un ultimo esempio è quello delle visite dei familiari ai detenuti. Durano solo
dieci minuti alla settimana".
Lo sciopero. Questa situazione esplosiva, nei giorni scorsi, ha portato i detenuti a
scioperare per chiedere, tra le altre cose, condizioni di detenzione più umane.
“Secondo le nostre stime hanno aderito circa 1500 detenuti allo sciopero, per
le autorità solo 700”, racconta Abdelilah. “Dopo la morte di Khalid hanno smesso
perchè hanno ricevuto delle promesse, ma sono pronti a ricominciare se le cose
non cambieranno”.
L'attivista marocchino non pare ottimista in questo senso. “Tutta la politica
di riforme del re Mohammed VI è solo teorica”, sostiene l'esponente dell'Amdh,
“ma cambiamenti non se ne vedono. Valuto il lavoro che facciamo come un tutt'uno,
quindi per me è difficile scorporare il problema delle carceri in Marocco da altre
forme di violazione dei diritti umani. Come nel caso delle donne. La situazione
carceraria è gravissima, come dicevo, per la grande negligenza in tutti i settori
dell'amministrazione penitenziaria e per tutte le categorie di detenuti. Dagli
episodi di tortura alla mancanza di cibo. Lo sciopero può ricominciare da un momento
all'altro, e ancora non dimentico che è morta una persona”.