13/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni arresto, ogni perquisizione delle forze Usa sfocia nella violenza
DetenutoAbitazioni civili devastate a colpi di mitragliatrice, donne e bambini maltrattati, minacce, pestaggi e furti. Spesso l’unica colpa delle vittime di queste violenze è stata quella di non aver pagato ‘il pizzo’ ai soldati afgani che guidano gli americani nei loro raid, segnalando loro come ‘collaboratori dei talebani’ quelli che non hanno voluto o potuto pagare. Altre testimonianze raccolte nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch sugli abusi delle forze Usa in Afghanistan
 
Abdul Gehafouz Akhundzada è il mullah della moschea di un villaggio del distretto di Zurmat, nella provincia sud-orientale di Paktia. Una notte del febbraio 2003, mentre dormiva in casa con la sua anziana madre, sua moglie e i suoi due bambini, ha ricevuto visite. “Sono stato svegliato di soprassalto dal rumore di qualcuno che picchiava sulla porta. Ho pensato che fossero un’altra volta quei banditi dell’esercito (afgano, n.d.r.) venuti a derubarmi di nuovo (cosa molto diffusa nella provincia, n.d.r.). Così sono salito sul tetto con il mio fucile e ho sparato nel buio un colpo di avvertimento verso l’alto. Si è scatenato l’inferno!” “Hanno iniziato a sparare contro di me. Mi sono messo al riparo e ho fatto stendere a terra le donne e i bambini.
 
Subito dopo ho sentito arrivare gli elicotteri che hanno bersagliato la casa con centinaia di colpi. Le finestre sono andate in frantumi. Hanno sfondato la porta e sono entrati sparando: erano soldati americani e afgani. Mi hanno arrestato e mi hanno portato via. Prima di rilasciarmi mi hanno interrogato per giorni perché i militari afgani avevano detto che io, in quanto mullah, conoscevo i locali comandanti talebani”. Quando gli ispettori di Human Rights Watch hanno visitato la casa di Akhundzada hanno trovato conficcati nei muri (o meglio, in quello che ne rimaneva) decine e decine di proiettili sparati dai micidiali fucili M-60, la più potente e distruttiva arma ‘leggera’ in dotazione alle forze armate Usa.
 
Nello stesso periodo, nella provincia meridionale di Uruzgan, soldati statunitensi e afgani fanno irruzione in casa di un ufficiale dell’esercito afgano che durante la guerra contro i talebani aveva collaborato con le forze Usa. “Sono entrati sfondando la porta di casa – racconta il militare – Hanno legato le mani a me e ai miei due figli, di undici e tredici anni, con dei nastri di plastica. Io sono stato sbattuto e immobilizzato contro il muro. I miei bambini sono stati buttati sul pavimento. I soldati americani li pressavano a terra schiacciandoli con gli scarponi sulla schiena. I militari urlavano ordinandomi di consegnare loro armi e munizioni.
 
Un militare afgano che li accompagnava gli aveva detto che io ero passato con i talebani. Non era vero! Gli ho detto di cercare pure e che avrebbero trovato solo le mie due pistole di ordinanza, regolarmente dichiarate. Così è stato. Non hanno trovato altro. Ma hanno continuato a urlarmi di consegnare il resto, tenendo sempre a terra i miei figli, che piangevano e urlavano di terrore. Alla fine mi hanno arrestato e portato in una prigione, per rilasciarmi pochi giorni dopo”.
 
Tra il maggio e il novembre del 2003, l’ufficio della Commissione Afgana Indipendente per i Diritti Umani (Aihrc) della città di Gardez, nella provincia di Paktia, ha ricevuto decine di denunce contro le forze americane e governative afgane da parte di civili che hanno subito violenze, danneggiamenti e furti durante l’arresto. Qualche esempio.
 
20 maggio: H.I.K., del distretto di Leamy Koli, nella vicina provincia di Khost, è andato fino a Gardez per denunciare il bombardamento della suo villaggio da parte degli elicotteri americani, che ha provocato la morte di due persone e il ferimento di altre quattro.
 
13 luglio: J.M.M., del villaggio di Shaykhan, afferma di essere stato picchiato, insultato e minacciato di morte dai soldati americani.
 
28 luglio: N.G., residente a Gardez, ha detto che i soldati statunitensi e afgani, oltre ad arrestarlo, gli hanno rubato tutti i soldi e i gioielli che aveva in casa.
 
22 agosto: il dottor B., del villaggio di Khajeh, racconta che i soldati Usa sono penetrati in casa sua facendo irruzione nella stanza delle donne, spaventandole a tal punto che una di loro ha avuto un aborto spontaneo.
 
9 novembre: G.K., di Gardez, ha riferito che quando i soldati americani sono arrivati in casa sua, hanno costretto donne e bambini a stare nel cortile, nel gelo della notte, mentre i militari afgani che erano con loro hanno forzato i lucchetti delle casse delle donne portandosi via tutte le cose di valore.
 
Nell’ottobre del 2003, molti abitanti della provincia orientale di Zabul hanno denunciato alle autorità locali che soldati governativi afgani provenienti da Kandahar, che facevano da ‘guida’ alle truppe Usa durante un’operazione antiterrorismo durata una settimana, hanno picchiato e torturato civili innocenti e hanno saccheggiato le loro case. E, cosa ancora più inquietante, hanno riferito che i soldati governativi afgani alleati degli americani, prima dell’inizio dell’operazione Usa sono venuti nei villaggi della zona andando di casa in casa ad estorcere soldi ai capi famiglia: diecimila rupie pachistane (circa 170 euro) se non volevano essere segnalati agli americani come ‘collaboratori dei talebani’. Chi non ha voluto o potuto pagare, nei giorni successivi ha ricevuto la visita dei soldati Usa subendo l’arresto con le modalità che abbiamo visto.
 
Enrico Piovesana
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan