Abitazioni civili devastate a colpi di mitragliatrice, donne e bambini
maltrattati, minacce, pestaggi e furti. Spesso l’unica colpa delle
vittime di queste violenze è stata quella di non aver pagato ‘il pizzo’
ai soldati afgani che guidano gli americani nei loro raid, segnalando
loro come ‘collaboratori dei talebani’ quelli che non hanno voluto o
potuto pagare. Altre testimonianze raccolte nell’ultimo rapporto di
Human Rights Watch sugli abusi delle forze Usa in
Afghanistan
Abdul Gehafouz
Akhundzada è il mullah della moschea di un villaggio del distretto di
Zurmat, nella provincia sud-orientale di Paktia. Una notte del febbraio
2003, mentre dormiva in casa con la sua anziana madre, sua moglie e i
suoi due bambini, ha ricevuto visite. “Sono stato svegliato di
soprassalto dal rumore di qualcuno che picchiava sulla porta. Ho
pensato che fossero un’altra volta quei banditi dell’esercito (afgano,
n.d.r.) venuti a derubarmi di nuovo (cosa molto diffusa nella
provincia, n.d.r.). Così sono salito sul tetto con il mio fucile e ho
sparato nel buio un colpo di avvertimento verso l’alto. Si è scatenato
l’inferno!” “Hanno iniziato a sparare contro di me. Mi sono messo al
riparo e ho fatto stendere a terra le donne e i bambini.
Subito dopo ho sentito arrivare gli elicotteri che
hanno bersagliato la casa con centinaia di colpi. Le finestre sono
andate in frantumi. Hanno sfondato la porta e sono entrati sparando:
erano soldati americani e afgani. Mi hanno arrestato e mi hanno portato
via. Prima di rilasciarmi mi hanno interrogato per giorni perché i
militari afgani avevano detto che io, in quanto mullah,
conoscevo i locali comandanti talebani”. Quando gli ispettori di Human Rights
Watch hanno visitato la casa di Akhundzada
hanno trovato conficcati nei muri (o meglio, in quello che ne rimaneva)
decine e decine di proiettili sparati dai micidiali fucili M-60, la più
potente e distruttiva arma ‘leggera’ in dotazione alle forze armate
Usa.
Nello stesso periodo, nella provincia
meridionale di Uruzgan, soldati statunitensi e afgani fanno irruzione
in casa di un ufficiale dell’esercito afgano che durante la guerra
contro i talebani aveva collaborato con le forze Usa. “Sono entrati
sfondando la porta di casa – racconta il militare – Hanno legato le
mani a me e ai miei due figli, di undici e tredici anni, con dei nastri
di plastica. Io sono stato sbattuto e immobilizzato contro il muro. I
miei bambini sono stati buttati sul pavimento. I soldati americani li
pressavano a terra schiacciandoli con gli scarponi sulla schiena. I
militari urlavano ordinandomi di consegnare loro armi e munizioni.
Un militare afgano che li accompagnava gli aveva detto che
io ero passato con i talebani. Non era vero! Gli ho detto di cercare
pure e che avrebbero trovato solo le mie due pistole di ordinanza,
regolarmente dichiarate. Così è stato. Non hanno trovato altro. Ma
hanno continuato a urlarmi di consegnare il resto, tenendo sempre a
terra i miei figli, che piangevano e urlavano di terrore. Alla fine mi
hanno arrestato e portato in una prigione, per rilasciarmi pochi giorni
dopo”.
Tra il maggio e
il novembre del 2003, l’ufficio della Commissione Afgana Indipendente
per i Diritti Umani (Aihrc) della città di Gardez, nella provincia di
Paktia, ha ricevuto decine di denunce contro le forze americane e
governative afgane da parte di civili che hanno subito violenze,
danneggiamenti e furti durante l’arresto. Qualche esempio.
20 maggio: H.I.K., del
distretto di Leamy Koli, nella vicina provincia di Khost, è andato fino
a Gardez per denunciare il bombardamento della suo villaggio da parte
degli elicotteri americani, che ha provocato la morte di due persone e
il ferimento di altre quattro.
13 luglio: J.M.M., del
villaggio di Shaykhan, afferma di essere stato picchiato, insultato e
minacciato di morte dai soldati americani.
28 luglio: N.G., residente a
Gardez, ha detto che i soldati statunitensi e afgani, oltre ad
arrestarlo, gli hanno rubato tutti i soldi e i gioielli che aveva in
casa.
22
agosto: il dottor B., del villaggio di Khajeh, racconta
che i soldati Usa sono penetrati in casa sua facendo irruzione nella
stanza delle donne, spaventandole a tal punto che una di loro ha avuto
un aborto spontaneo.
9
novembre: G.K., di Gardez, ha riferito che quando i
soldati americani sono arrivati in casa sua, hanno
costretto donne e bambini a stare nel cortile, nel gelo della notte,
mentre i militari afgani che erano con loro hanno forzato i lucchetti
delle casse delle donne portandosi via tutte le cose di valore.
Nell’ottobre del 2003, molti abitanti della
provincia orientale di Zabul hanno denunciato alle autorità locali che
soldati governativi afgani provenienti da Kandahar, che facevano da
‘guida’ alle truppe Usa durante un’operazione antiterrorismo durata una
settimana, hanno picchiato e torturato civili innocenti e hanno
saccheggiato le loro case. E, cosa ancora più inquietante, hanno
riferito che i soldati governativi afgani alleati degli americani,
prima dell’inizio dell’operazione Usa sono venuti nei villaggi della
zona andando di casa in casa ad estorcere soldi ai capi famiglia:
diecimila rupie pachistane (circa 170 euro) se non volevano essere
segnalati agli americani come ‘collaboratori dei talebani’. Chi non ha
voluto o potuto pagare, nei giorni successivi ha ricevuto la visita dei
soldati Usa subendo l’arresto con le modalità che abbiamo visto.