01/08/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Democratici e Repubblicani trovano l'accordo. Scampato il pericolo del default. Per Obama, però, saranno tempi duri

L'accordo fra democratici e repubblicani è stato raggiunto, non senza poche difficoltà, nella notte. Circa alle 02.40 ora italiana è stato il presidente Barack Obama a tranquillizzare tutti e a dare l'annuncio che mezzo pianeta stava aspettando.

Il tetto del debito si innalzerà fino a 2.400 miliardi di dollari, in tre periodi differenti: 400 miliardi immediatamente, 500 entro il 31/12 e altri 1.500 entro fine 2012.

E per quanto riguarda il deficit è prevista una riduzione entro dieci anni (in egual misura rispetto all'innalzamento del tetto del debito): 900 miliardi per la prima serie e 1500 per la seconda.

"Uno storico compromesso bipartisan che mette fine a uno stallo pericoloso" ha detto dal Senato il democratico Harry Reid. Sulla stessa linea anche il repubblicano Boehner che sottolinea come l'accordo possa essere considerata una mezza vittoria per il suo partito perchè nonostante le difficoltà "abbiamo ottenuto che non ci siano nuove tasse".

Insomma, il temutissimo default non ci sarà. Ne abbiamo parlato con l'economista Anna Simonazzi.

"E' stato tutto inutile e anche dannoso direi" esordisce l'economista. "Ripeto: l'accordo a mio avviso è inutile e dannoso. Inutile perchè si poteva raggiungere assolutamente prima. Dannoso per due ragioni. La prima riguarda i contenuti dell'accordo. In realtà quello che è successo riflette senza dubbio una sconfitta dei democratici Usa. Nell'accordo i tagli alla spesa sono molto forti e ben sottolineati, come volevano i repubblicani. La crescita del Paese rallenta e la disoccupazione è alta e quindi si passa a una politica di riduzione delle spese in un momento, forse, poco adatto. Ma non c'è solo questo. Ritengo sia una sconfitta per i democratici proprio perchè dalle interviste che si leggevano durante il periodo di stallo, il 75 percento delle persone interpellate si dichiaravano a favore del pareggio di bilancio, che di per sé è anche una buona cosa, ma questo significa che non è stato ben recepito da tutti quale fosse il motivo del contendere. Il problema non era il pareggio di bilancio o meno. Il vero problema era come ci si arrivava, vale a dire quale politica potesse portare al pareggio di bilancio. Il fatto che appunto tutti si fossero dichiarati per chiudere la questione 'bilancio in pareggio', segna senza dubbio un punto a favore dei Repubblicani.

La seconda cosa che mi fa ritenere dannoso l'accordo è che porterà forse a salvare il rating del debito pubblico Usa ma certamente ha dato un colpo duro alla sensazione che solo gli Usa siano in grado di portare il mondo fuori dalla tremenda recessione. La politica Usa non è stata d'esempio. Non è stata meno rissosa, meno inconcludente, meno unita di quella europea. In una situazione come quella attuale la leadership politica è fondamentale per far sterzare l'economia nazionale e mondiale in una direzione o nell'altra. E questo discorso è stato analizzato anche da molti importanti media Usa.

I mercati hanno reagito bene, però.
Certo, anche io avrei comprato immediatamente. Ma non parliamo di reazione di breve perido. Prima tutti stavano coperti per vedere ciò che succedeva. Una volta trovato l'accordo, e passata la bufera, i mercati si sono svegliati. Questa, però, non è altro che l'euforia dopo la depressione. Il classico arcobaleno dopo il temporale.

Dunque, una mezza vittoria Repubblicana?
E' una vittoria repubblicana. I democratici ci tenevano molto ad evitare le conseguenze negative di un default. Cosa che non era nelle corde dei Repubblicani.

Alessandro Grandi

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