Era l’estate del 2002. I contadini della provincia di Paktia, nel
sudovest dell’Afghanistan, erano in piena stagione di raccolti. Nel
distretto di Zurmat quasi tutti i campi di grano erano già stati
mietuti. Nel piccolo villaggio in cui viveva Ahmed
Khan, il raccolto, l’unica ricchezza per questa povera gente,
era stato ammucchiato vicino al mulino e di notte alcuni uomini vi
dormivano accanto per evitare che venisse rubato.
“Quella sera di luglio – ricorda Ahmed – tutto il villaggio
già dormiva. Io ero nel mio letto, ma non avevo ancora preso sonno.
Erano passate da poco le nove quando si è improvvisamente scatenato
l’inferno. Un fortissimo rumore di elicotteri ha rotto il
silenzio. Erano vicinissimi, proprio sopra la casa. Ho sentito raffiche
di mitragliatrice e poi uno schianto fortissimo che ha fatto
tremare le pareti. Io, mia moglie e i miei due figli ci siamo stesi sul
pavimento, al secondo piano. Eravamo terrorizzati”.
“Hanno sparato contro le nostre finestre, mandandole in
frantumi. Poi hanno sfondato la porta d’ingresso, al piano di sotto, e
sono entrati sparando. Li abbiamo sentiti correre su per le scale.
Hanno buttato giù a calci la porta della nostra stanza e sono piombati
dove stavamo noi, puntandoci addosso i fucili e le torce elettriche. Ci
hanno fatto segno di alzare le mani e poi ce le hanno legate con del
nastro di plastica e ci hanno portati giù nel cortile”.
“Era pieno di soldati americani. Entravano in tutte le
case sparando, arrestando tutti e perquisendo. Dalle finestre rotte
buttavano fuori le scatole in cui le donne tengono le cose. Poi hanno
messo un cappuccio nero in testa a tutti gli uomini, compresi i miei
due figli di 17 e 18 anni, e ci hanno caricati su un elicottero per
portarci alla base
di Bagram. Li ci hanno maltrattati, ma dopo un po’
di giorni ci hanno rilasciati perché hanno capito che eravamo solo dei
poveri contadini”.
“Quando siamo tornati al villaggio, ci si è
presentata una scena apocalittica. Per terra, sparsi ovunque,
c’erano centinaia di bossoli di grosso calibro. Le nostre case erano
semidistrutte, con tutte le porte e le finestre sfasciate e i
muri devastati dai fori di proiettile. Nel muro di casa mia c’era un
buco enorme, fatto da un razzo o da una granata: era il botto che avevo
sentito. Le nostre cose, scatole e suppellettili di ogni tipo, erano
sparse per terra, per tutto il villaggio. Sono corso in casa per
controllare: tutte le cose di un minimo valore erano sparite, tutte,
compresi le collane e gli orecchini di mia moglie”.
“Ma la scoperta peggiore l’abbiamo fatta dopo, al mulino.
Lì, accanto ai mucchi di grano, abbiamo trovato il cadavere del
povero Niaz Mohammed. Era stato colpito alla schiena e a un
piede. Quella tragica notte dormiva lì fuori per sorvegliare il
raccolto. Aveva quattro figli. Anche una donna del villaggio era stata
gravemente ferita da un proiettile vagante.”
E’ solo una delle tante
testimonianze raccolte nel rapporto della prestigiosa associazione
americana per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw),
intitolato “Enduring Freedom: abusi delle forze Usa in
Afghanistan”. Tra le varie accuse mosse alle forze
armate americane operanti in Afghanistan c’è quella di uso
sproporzionato della forza nel corso delle operazioni volte alla
cattura di sospetti membri della resistenza talebana, che poi, tra
l’altro, si rivelano quasi sempre persone assolutamente innocenti.
Le forze Usa, secondo le prove raccolte da
Hrw, adottano tattiche di guerra in aree abitate, aprendo il fuoco a
scopo intimidatorio e in maniera indiscriminata e massiccia, senza
alcuna provocazione, in violazione delle regole d’ingaggio e di tutte
le norme del diritto umanitario internazionale. Si critica il ricorso a
enormi volumi di fuoco, con armi pesanti e di grosso calibro, come le
mitragliatrici degli elicotteri, contro obiettivi civili che non
costituiscono nessun pericolo per i militari Usa. Il risultato è la
distruzione e il danneggiamento di abitazioni ma soprattutto il
ferimento e l’uccisione di civili.