11/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un contadino afgano racconta l'incursione delle forze Usa nel suo villaggio
Soldati Usa in AfghanistanEra l’estate del 2002. I contadini della provincia di Paktia, nel sudovest dell’Afghanistan, erano in piena stagione di raccolti. Nel distretto di Zurmat quasi tutti i campi di grano erano già stati mietuti. Nel piccolo villaggio in cui viveva Ahmed Khan, il raccolto, l’unica ricchezza per questa povera gente, era stato ammucchiato vicino al mulino e di notte alcuni uomini vi dormivano accanto per evitare che venisse rubato.
 
“Quella sera di luglio – ricorda Ahmed – tutto il villaggio già dormiva. Io ero nel mio letto, ma non avevo ancora preso sonno. Erano passate da poco le nove quando si è improvvisamente scatenato l’inferno. Un fortissimo rumore di elicotteri ha rotto il silenzio. Erano vicinissimi, proprio sopra la casa. Ho sentito raffiche di mitragliatrice e poi uno schianto fortissimo che ha fatto tremare le pareti. Io, mia moglie e i miei due figli ci siamo stesi sul pavimento, al secondo piano. Eravamo terrorizzati”.
 
“Hanno sparato contro le nostre finestre, mandandole in frantumi. Poi hanno sfondato la porta d’ingresso, al piano di sotto, e sono entrati sparando. Li abbiamo sentiti correre su per le scale. Hanno buttato giù a calci la porta della nostra stanza e sono piombati dove stavamo noi, puntandoci addosso i fucili e le torce elettriche. Ci hanno fatto segno di alzare le mani e poi ce le hanno legate con del nastro di plastica e ci hanno portati giù nel cortile”.
 
“Era pieno di soldati americani. Entravano in tutte le case sparando, arrestando tutti e perquisendo. Dalle finestre rotte buttavano fuori le scatole in cui le donne tengono le cose. Poi hanno messo un cappuccio nero in testa a tutti gli uomini, compresi i miei due figli di 17 e 18 anni, e ci hanno caricati su un elicottero per portarci alla base di Bagram. Li ci hanno maltrattati, ma dopo un po’ di giorni ci hanno rilasciati perché hanno capito che eravamo solo dei poveri contadini”.
 
“Quando siamo tornati al villaggio, ci si è presentata una scena apocalittica. Per terra, sparsi ovunque, c’erano centinaia di bossoli di grosso calibro. Le nostre case erano semidistrutte, con tutte le porte e le finestre sfasciate e i muri devastati dai fori di proiettile. Nel muro di casa mia c’era un buco enorme, fatto da un razzo o da una granata: era il botto che avevo sentito. Le nostre cose, scatole e suppellettili di ogni tipo, erano sparse per terra, per tutto il villaggio. Sono corso in casa per controllare: tutte le cose di un minimo valore erano sparite, tutte, compresi le collane e gli orecchini di mia moglie”.
 
“Ma la scoperta peggiore l’abbiamo fatta dopo, al mulino. Lì, accanto ai mucchi di grano, abbiamo trovato il cadavere del povero Niaz Mohammed. Era stato colpito alla schiena e a un piede. Quella tragica notte dormiva lì fuori per sorvegliare il raccolto. Aveva quattro figli. Anche una donna del villaggio era stata gravemente ferita da un proiettile vagante.”
 
E’ solo una delle tante testimonianze raccolte nel rapporto della prestigiosa associazione americana per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw), intitolato “Enduring Freedom: abusi delle forze Usa in Afghanistan”. Tra le varie accuse mosse alle forze armate americane operanti in Afghanistan c’è quella di uso sproporzionato della forza nel corso delle operazioni volte alla cattura di sospetti membri della resistenza talebana, che poi, tra l’altro, si rivelano quasi sempre persone assolutamente innocenti.
 
Le forze Usa, secondo le prove raccolte da Hrw, adottano tattiche di guerra in aree abitate, aprendo il fuoco a scopo intimidatorio e in maniera indiscriminata e massiccia, senza alcuna provocazione, in violazione delle regole d’ingaggio e di tutte le norme del diritto umanitario internazionale. Si critica il ricorso a enormi volumi di fuoco, con armi pesanti e di grosso calibro, come le mitragliatrici degli elicotteri, contro obiettivi civili che non costituiscono nessun pericolo per i militari Usa. Il risultato è la distruzione e il danneggiamento di abitazioni ma soprattutto il ferimento e l’uccisione di civili.
 
Enrico Piovesana
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan