Con questo cinico eufemismo i soldati Usa si
riferiscono al centro di detenzione allestito dalle forze americane
nella base dell’aeroporto internazionale di Kandahar, nell’Afghanistan
occidentale, famosa per i pestaggi inflitti ai detenuti e per la
brutalità dei militari. “Se non fai il bravo ti portiamo a Camp Slappy”,
dicono di essersi sentiti dire molti ex detenuti. Dai loro racconti,
raccolti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch, emerge
che qui la violenza è la regola, fin da prima di mettere piede nella
base
M.S.N. è un pachistano che
combatteva con i talebani. E’ stato arrestato nella primavera del 2002
e trasportato in aereo nel campo di prigionia americano allestito nella
base militare Usa di Kandahar, nell’Afghanistan occidentale. “Dopo la
cattura ci hanno caricati tutti su un grosso aereo militare da
trasporto. Ci hanno messo delle catene ai piedi e ci hanno bendati e
incappucciati. Ci hanno fatto sedere per terra, con le gambe distese e
le mani legate dietro la schiena con delle stringhe di plastica. Una
posizione molto scomoda e instabile. Chi si muoveva o cadeva su un
lato, scosso dai sussulti dell’aereo, veniva picchiato senza pietà dei
soldati che ci sorvegliavano: forti calci sulla schiena e sui reni dati
con i pesanti scarponi militari. Ognuno, nessuno escluso, ha avuto la
sua razione”.
“Una volta arrivati a Kandahar – ha
raccontato M.S.N. – ci hanno portati in un edificio, sempre bendati e
con le catene ai piedi. Ci hanno scaraventati giù da una rampa di
scale. Poi ci hanno portato in una stanza seminterrata e ci hanno
sbattuto per terra. Non ci dovevamo muovere: chi lo faceva veniva
picchiato. Poi siamo stati portati nelle celle. Un traduttore ci ha
detto che non avevamo il diritto di parlare tra di noi e di notte non
dovevamo addormentarci, altrimenti saremmo stati puniti. Chi
trasgrediva veniva preso a calci e pugni. Un mio compagno di cella
sorpreso a dormire, dopo essere stato selvaggiamente picchiato è stato
portato fuori dai soldati e costretto a stendersi sul terreno gelato
per tutta la notte.
A.Z., un altro pachistano catturato insieme a M.S.N., ha
confermato il suo racconto, aggiungendo dei particolari riguardo a un
interrogatorio. “Mi hanno legato le mani dietro la schiena e mi hanno
fatto stendere su un tavolo a pancia sotto. Due soldati mi
immobilizzavano, tenendomi uno per il collo e uno per i piedi. Mi
schiacciavano con tutta la loro forza contro il tavolo. Altri due
militari a quel punto hanno cominciato a picchiarmi sulla schiena,
sulle braccia e sulle gambe con pugni e gomitate. Sono andati avanti
per cinque o sei minuti. Poi mi hanno fatto alzare, ordinandomi di
rimanere in piedi immobile, e hanno cominciato l’interrogatorio. Appena
barcollavo, ancora calci e pugni.
Altri ex detenuti rilasciati dalla prigione della base di
Kandahar, hanno confermato a Human Rights Watch di essere stati
duramente e ripetutamente malmenati dai soldati americani. Alcuni hanno
raccontato di essere stati picchiati fino a perdere la coscienza dopo
essere stati presi a calci sulla testa. Molti hanno riportato fratture,
soprattutto costole rotte, e hanno ancora i segni delle percosse.