Nel
giro di due giorni, il tempo di ricevere le autorizzazioni delle
autorità di Kabul, ci siamo recati a Sheberghan con un camion di
medicinali e altro materiale di primo soccorso.
In quali condizioni versava il carcere al vostro arrivo, sotto il profilo della
salute, dell’igiene e dei diritti umani?
Terribili. C’erano persone moribonde all’interno del carcere, che
abbiamo immediatamente trasportato fuori adagiate su delle coperte, per
poter mettere loro delle flebo. Tutti i prigionieri presentavano
malattie croniche, malattie della pelle, scabbia, diarrea,
disidratazione, malnutrizione. Inoltre le celle erano luride e
strapiene, infestate dai pidocchi.
Non veniva dato loro del cibo?
Si, gliene davano, ma non abbastanza. Era palesemente insufficiente. E’
per questo che nell’ultimo anno e mezzo Emergency ha fornito oltre 80
kg al giorno di fagioli, che sono ricchi di proteine e diversi litri di
olio, per rimediare alle scarse risorse del carcere.
Poi avete aperto un ambulatorio all’interno della prigione...
Sì, un ambulatorio dove il nostro personale sanitario esegue visite
quotidiane, e una struttura con quattordici posti letto per ospitare i
malati cronici più gravi. La patologia più diffusa è la tubercolosi,
polmonare ed extra-polmonare. Molti malati hanno recidive,
l’alimentazione insufficiente, il sovraffollamento, le condizioni
psicologiche, tutto questo ovviamente aumenta le possibilità di
contrarre nuovamente la tubercolosi. In più ci sono un gran numero di
infezioni urinarie e respiratorie. Quel carcere è il terreno di coltura
ideale per le malattie croniche.
Ha
parlato di tubercolosi. A Kabul c’è una massiccia presenza dell’Oms,
che lavora a stretto contatto con il ministero della Sanità, scrivendo
manuali, protocolli e linee guida. Che cosa fanno, nella pratica?
Credo che abbiano visitato la nostra clinica nella prigione di
Shebergan un paio di volte. Ma sono sicura, perché l’ho verificato sia
con le autorità che con i prigionieri, che il personale dell’Oms,
responsabile del programma nazionale contro la tubercolosi, mai una
volta è entrato nei raggi e nelle celle per visitare i detenuti malati.
Non
aveva paura di entrare in celle con dentro otto, dieci, venti presunti
terroristi, con qualcuno che chiudeva la porta dietro di lei, una donna
occidentale, per giunta inglese? Mai, mai. I prigionieri sono
sempre stati gentili, e sempre disponibili. Vedete, loro apprezzano
Emergency, anzi, la adorano. Abbiamo ricevuto regali, dolcissime
lettere di ringraziamento per essere stati al loro fianco.
Da dove vengono questi prigionieri? La
maggior parte dal sud dell’Afghanistan. Da Kandahar, Helmand, Uruzgan
nel sud del paese, ma anche da altre parti. I prigionieri pakistani
vengono da ogni parte del Pakistan: da Karachi, Islamabad, Lahore,
Punjab, dal Kashmir...
Qual è l’età media dei prigionieri? Direi tra i venti e i trentacinque anni.
E i delegati dell’Icrc visitano regolarmente i prigionieri?
Sì, visitano regolarmente i prigionieri, portano lettere delle famiglie
e, suppongo, forniscono sostegno psicologico. L’anno scorso hanno
interrotto la fornitura di cibo, dichiarando che dovrebbe essere
responsabilità del governo farlo. E questo è giusto, da un certo punto
di vista. Ma da un altro punto di vista, come possiamo noi lasciare
quasi mille persone in queste condizioni? Giusto ieri, ad esempio,
abbiamo accettato di occuparci della pulizia della fossa settica,
perché le condizioni igieniche non erano tollerabili. L’abbiamo fatta
pulire, migliorando incredibilmente, come si può facilmente immaginare,
le condizioni dei prigionieri. In tutto ci è costato ventidue dollari.
Ne valeva la pena, direi.
Avete chiesto il rilascio di alcuni prigionieri su basi cliniche?
Sì. Abbiamo una lista di prigionieri, più di un centinaio, che
necessitano un rilascio immediato. Recidive di tubercolosi,
ipertensione maligna, problemi renali cronici. Ci sono persone anziane
che stanno in piedi a malapena. Vorrei aggiungere una cosa: Emergency
tiene un registro aggiornato con i nomi di tutti i prigionieri e le
notizie sul loro stato di salute. Questa naturalmente è una garanzia:
se qualcuno sparisce noi lo veniamo a sapere.
Grazie per l’intervista, e buon lavoro