10/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un'intervista a Kate Rowlands
Detenuto a SheberghanPerché le autorità afgane permettono che degli stranieri interroghino la gente senza testimoni o che prendano delle persone e le portino in posti sperduti come Guantanamo? Non ho idea del perché le autorità afgane permettano che simili cose accadano. Ho chiesto al governatore della provincia di Jawzan perché a Kabul molti prigionieri sono stati liberati, mentre questo non avviene qui a Sheberghan. E’ da più un anno che qui noi parliamo dei prigionieri malati, del problema della tubercolosi, delle terribili condizioni nel carcere, del peggioramento dello stato di salute dei prigionieri, dell’assenza dei diritti umani. La risposta che ho ricevuto dal governatore è stata che il presidente Karzaj ha in effetti richiesto la liberazione di vari prigionieri, inclusi quelli di Sheberghan, ma le Forze speciali Usa hanno prima voluto visitare la prigione. In seguito alla visita hanno bloccato la liberazione di alcuni di questi prigionieri, dichiarando che alcuni dei detenuti avevano affermato che, una volta liberi, avrebbero attaccato i soldati statunitensi.
 
E il governatore crede a questa spiegazione? Penso l’abbia dovuta accettare senza far domande.
 
Sembra che il Presidente afgano abbia facoltà di emettere ordini, ma che questi ordini possano essere superati dalle Forze speciali statunitensi. Sì, è così.
 
E' accaduto che selezionassero le persone da portare a Guantanamo semplicemente chiedendo ai prigionieri allineati: ”chi di voi parla inglese?” Si, non l’ho visto con i miei occhi, ma ne ho sentito parlare da più fonti. Autorevoli fonti.
 
Quando e perché avete cominciato a lavorare nel carcere di Shebergan? Alla fine di aprile 2002, cinquecento prigionieri erano stati liberati dal carcere di Sheberghan e mandati a Kabul. Le autorità di Kabul erano così preoccupate per le loro condizioni che avevano contattato Emergency per ricevere aiuto. I detenuti più gravi, una trentina circa, furono portati al nostro ospedale. Le loro condizioni erano molto critiche. Erano tutti denutriti, uno di loro è morto in pronto soccorso, subito dopo essere stato scaricato dall’ambulanza. E’ stato a quel punto, vedendo le loro drammatiche condizioni di salute, che abbiamo immediatamente contattato la sede di Emergency a Milano per decidere il da farsi: ci hanno detto di spostarci immediatamente a Sheberghan.
Nel giro di due giorni, il tempo di ricevere le autorizzazioni delle autorità di Kabul, ci siamo recati a Sheberghan con un camion di medicinali e altro materiale di primo soccorso.
 
In quali condizioni versava il carcere al vostro arrivo, sotto il profilo della salute, dell’igiene e dei diritti umani? Terribili. C’erano persone moribonde all’interno del carcere, che abbiamo immediatamente trasportato fuori adagiate su delle coperte, per poter mettere loro delle flebo. Tutti i prigionieri presentavano malattie croniche, malattie della pelle, scabbia, diarrea, disidratazione, malnutrizione. Inoltre le celle erano luride e strapiene, infestate dai pidocchi.
 
Non veniva dato loro del cibo? Si, gliene davano, ma non abbastanza. Era palesemente insufficiente. E’ per questo che nell’ultimo anno e mezzo Emergency ha fornito oltre 80 kg al giorno di fagioli, che sono ricchi di proteine e diversi litri di olio, per rimediare alle scarse risorse del carcere.
 
Poi avete aperto un ambulatorio all’interno della prigione... Sì, un ambulatorio dove il nostro personale sanitario esegue visite quotidiane, e una struttura con quattordici posti letto per ospitare i malati cronici più gravi. La patologia più diffusa è la tubercolosi, polmonare ed extra-polmonare. Molti malati hanno recidive, l’alimentazione insufficiente, il sovraffollamento, le condizioni psicologiche, tutto questo ovviamente aumenta le possibilità di contrarre nuovamente la tubercolosi. In più ci sono un gran numero di infezioni urinarie e respiratorie. Quel carcere è il terreno di coltura ideale per le malattie croniche.
 
Ha parlato di tubercolosi. A Kabul c’è una massiccia presenza dell’Oms, che lavora a stretto contatto con il ministero della Sanità, scrivendo manuali, protocolli e linee guida. Che cosa fanno, nella pratica? Credo che abbiano visitato la nostra clinica nella prigione di Shebergan un paio di volte. Ma sono sicura, perché l’ho verificato sia con le autorità che con i prigionieri, che il personale dell’Oms, responsabile del programma nazionale contro la tubercolosi, mai una volta è entrato nei raggi e nelle celle per visitare i detenuti malati.
 
Non aveva paura di entrare in celle con dentro otto, dieci, venti presunti terroristi, con qualcuno che chiudeva la porta dietro di lei, una donna occidentale, per giunta inglese? Mai, mai. I prigionieri sono sempre stati gentili, e sempre disponibili. Vedete, loro apprezzano Emergency, anzi, la adorano. Abbiamo ricevuto regali, dolcissime lettere di ringraziamento per essere stati al loro fianco.
 
Da dove vengono questi prigionieri? La maggior parte dal sud dell’Afghanistan. Da Kandahar, Helmand, Uruzgan nel sud del paese, ma anche da altre parti. I prigionieri pakistani vengono da ogni parte del Pakistan: da Karachi, Islamabad, Lahore, Punjab, dal Kashmir...
 
Qual è l’età media dei prigionieri? Direi tra i venti e i trentacinque anni.
 
E i delegati dell’Icrc visitano regolarmente i prigionieri? Sì, visitano regolarmente i prigionieri, portano lettere delle famiglie e, suppongo, forniscono sostegno psicologico. L’anno scorso hanno interrotto la fornitura di cibo, dichiarando che dovrebbe essere responsabilità del governo farlo. E questo è giusto, da un certo punto di vista. Ma da un altro punto di vista, come possiamo noi lasciare quasi mille persone in queste condizioni? Giusto ieri, ad esempio, abbiamo accettato di occuparci della pulizia della fossa settica, perché le condizioni igieniche non erano tollerabili. L’abbiamo fatta pulire, migliorando incredibilmente, come si può facilmente immaginare, le condizioni dei prigionieri. In tutto ci è costato ventidue dollari. Ne valeva la pena, direi.
 
Avete chiesto il rilascio di alcuni prigionieri su basi cliniche? Sì. Abbiamo una lista di prigionieri, più di un centinaio, che necessitano un rilascio immediato. Recidive di tubercolosi, ipertensione maligna, problemi renali cronici. Ci sono persone anziane che stanno in piedi a malapena. Vorrei aggiungere una cosa: Emergency tiene un registro aggiornato con i nomi di tutti i prigionieri e le notizie sul loro stato di salute. Questa naturalmente è una garanzia: se qualcuno sparisce noi lo veniamo a sapere.
 
Grazie per l’intervista, e buon lavoro
 
Maso Notarianni


Categoria: Guerra, Tortura
Luogo: Afghanistan