21/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Esercito zapatista di liberazione nazionale proclama alerta roja e si rifugia in montagna
Murales all'entrata del caracolIl compromesso fra l’Esercito zapatista di liberazione nazionale del Chiapas e il governo messicano è finito. Il subcomandante Marcos ha dichiarato allarme rosso generale in tutto il territorio zapatista e si è ritirato sulle montagne assieme al suo popolo. I Caracoles sono stati chiusi, le truppe regolari mobilitate e le Juntas de Buen Gobierno che amministrano i territori passate alla clandestinità. Non solo. A destare le maggiori preoccupazioni è la chiusa del comunicato urgente trasmesso via internet sul sito ufficiale zapatista: “L'Ezln solleva tutte le persone e le organizzazioni civili, politiche, culturali, civiche, non governative, i comitati di solidarietà e i gruppi di appoggio che si sono avvicinati a noi dal 1994 da qualsiasi responsabilità per nostre azioni future. Ringraziamo tutti e tutte coloro che, con sincerità e onestà, in questi quasi 12 anni, hanno appoggiato la lotta civile e pacifica degli indigeni zapatisti per il riconoscimento costituzionale dei diritti e della loro cultura indigeni”. Insomma, tutto sembra preannunciare niente meno che un’imminente offensiva dell’esercito federale messicano, che non ha mai rinunciato a pressare più o meno violentemente gli zapatisti.
L'ultimo allarme di questo tipo, infatti, fu lanciato nel febbraio del 1995, proprio alla vigilia dell'attacco dell'esercito federale, che tentò di annientare con la forza gli uomini di Marcos.
 
Cartello a firma zapatista in uno dei caracol chiapanechiI fatti. Cosa abbia scatenato questa reazione difensiva della comunità zapatista non è ancora molto chiaro. Sicuramente gli equilibri con il governo federale sono da sempre assai precari e quindi facili da scalfire. Ma addirittura un allarme rosso nessuno lo immaginava. Fatto sta che esattamente un giorno dopo che l’Ezln riappare pubblicamente, dopo molte settimane di silenzio, con la dichiarazione d’emergenza del subcomandante, la Segreteria della difesa nazionale (Sedena) dichiara di aver invaso i territori autonomi del Chiapas con una moltitudine di soldati. La scusa ufficiale? Distruggere 44 piantagioni di marijuana nella zona di los Altos. “Siamo intervenuti immediatamente, appena avvistate le coltivazioni illegali”, ha spiegato la Sedena, precisando che sono intervenuti sia l’esercito che agenti federali e poliziotti. “Con questa azione di penetrazione nell’area di influenza zapatista abbiamo evitato che venissero raccolte 4 tonnellate di marijuana, dalle quali si sarebbero ricavate 130 mila dosi per un costo di circa 5milioni di pesos”, hanno dichiarato ufficialmente. L’alto comando dell’Esercito messicano ha comunque precisato che respinge ogni nesso evidente fra l’Ezln e il narcotraffico.
Però una marea di soldati sono stati spediti in un territorio che in base agli accordi doveva restare inviolato. E questo è quanto. Prese di posizione ufficiali non contano. I fatti parlano da soli.
 
Cartello che proibisce il traffico di armi, la semina e il consumo di droga e la distruzione della naturaIl governo federale ha violato il patto. Dunque i compromessi cadono? Questo viene da pensare analizzando i fatti, carte alla mano. Ma la versione ufficiale di Marcos non c’è. C’è invece che il Chiapas si sta preparando a difendersi dietro un’eloquente “alerta roja”. Il resto è supposizione. Sicuramente la severità e la serietà con le quali i territori degli indigeni zapatisti sono amministrati; il ferreo divieto di traffico di armi e droga imposto dall'Ezln; l’amministrazione ligia alle regole da sempre sostenuta dagli indios chiapanechi non ammettono nessuna violazione. Specialmente da parte di un governo che ha sempre faticato nel rispettare la loro autonomia, cercando in ogni modo di sopraffarla.
 
Plena normalidad. In tutta risposta all’annuncio dell’Ezln, il governo federale ha dichiarato che nella zona di frontiera de los Altos e della Selva del Chiapas vige la piena normalità. In un breve comunicato commissionato dal “Dialogo e la Negoziazione in Chiapas” il presidente messicano Vicente Fox invita le comunità indigene “a proseguire nell’ordine e nella civiltà, nel rispetto della legge”.
 
Il puzzle. La situazione è complessa dunque. E ancora alquanto confusa. Altro elemento da aggiungere per avere quanto meno tutti i pezzi possibili di un puzzle ancora incompleto è un altro intervento del subcomandante, uscito lunedì, un giorno dopo l’”alerta roja” datata domenica 19, nel quale critica duramente il capo del governo di Città del Messico, Andrés Manuel López Obrador, aspirante alla presidenza del Paese, per essere diventato strumento del progetto neoliberale che da sempre aveva biasimato. Presa di posizione importante se si pensa che per un periodo si ventilava la possibilità che Obrador potesse venire appoggiato nella sua candidatura alle prossime politiche del 2006 proprio dagli indigeni zapatisti.
Marcos continua comunque includendo nel calderone degli accusati tutti i partiti politici.
 
Palla al centro. Questa mossa degli zapatisti potrebbe essere anche il tentativo di riportare al centro dell'attenzione del mondo, oltreché del Messico, la questione indigena.
Ultimamente infatti si è parlato di Messico, di Chiapas, di zapatismo solo in occasione della scrittura a quattro mani del giallo di Marcos e di Paco Ignacio Taibo II o dell'organizzazione della partita di futbòl tra l'Inter di Moratti e la selezione dell'Ezln. Ma mai delle sofferenze del popolo del sud-est messicano.

Stella Spinelli

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