scritto per noi da
Karim Metref*
Oggi è il giorno della Asciurà. L’Asciurà è
una ricorrenza religiosa musulmana molto diffusa nel mondo islamico.
Nella mia memoria è inseparabilmente legata all’Ahedur, una specie di
pane senza lievito molto unto di olio d’oliva che le donne preparano,
da noi in Cabilia, in quella occasione. È il giorno in cui ai
bambini molto piccoli viene posto un ahedur sulla testa per proteggerli
dal malocchio e dalle disgrazie. Mentre quelli già più
grandicelli vanno in giro per le case dei parenti e dei
vicini chiedendolo in regalo e cantando: “ a yema yema Acur,
fkiyi cwit n uheddur. Ad am dyefk rebbi agdur, ad yeccebib
ghef lehyudh am d izegwi abellud” (O madre madre Asciur, dammi
un po’ di ahedur. Che dio ti dia un bel uomino, che salterà sui muri e
farà cadere le ghiande).
L’Asciurà era
anche, per le donne, un’occasione di avere un po’ di riposo. Ed era
convinzione di tutti che le donne, intorno alla festa dell’Asciurà,
dovessero evitare tutti i lavori pesanti, niente campi e, soprattutto,
niente tessitura e cucito. Questi sono i miei ricordi su
questa ricorrenza, di cui però non ho mai capito l’origine né il senso
religioso. Perché non è tra le feste ufficiali dell’Islam sunnita. Per noi, in
Cabilia, era un’occasione lieta di origine
sconosciuta per la maggior parte delle persone. Mentre qui in Iraq e in
tutto il mondo Sciita, è un giorno di lutto generale, un lutto che dura
da più di tredici secoli.
L’Asciurà
corrisponde (come indica il suo nome derivato da “a’sciara”, dieci in
Arabo) al decimo giorno del mese di Moharram, primo mese del calendario
musulmano. L’origine di questa festa risale circa al
sessantasettesimo anno dopo l’Egira. In questo giorno ci fu l’uccisione
di quello che gli sciiti considerano come il terzo dei dodici Imam
supremi: l’Imam Hussein, figlio di Ali e nipote del profeta Mohammad.
Da quel giorno il popolo degli oppressi durante il regno dei
grandi imperi musulmani non smise di lamentarsi e di piangere la morte
di quello che fu soprannominato “il padre di tutti i martiri”. Pochi
anni dopo l’uccisione dell’Imam Ali, il venerato cugino
del profeta e genero del profeta Muhammad, suo figlio Hussein,
diventato anche lui un imam carismatico che voleva sollevare le masse
per
finirla con l’oppressione dell’impero Omeiade, fu ucciso con i suoi
seguaci e tutta la sua famiglia, tranne un figlio, Ali, che
diventò anche lui al suo turno Imam carismatico e guida suprema della
nascente Scia.
La storia della Scia è piena
di dolore, persecuzioni e di frustrazioni. Non hanno mai
potuto onorare il lutto del loro Imam, Hussein, la
cui testa fu portata a Damasco, divenuta poi capitale dell’Impero. Furono sempre
perseguitati, fin dai primi imperi
musulmani. Ormai la guida era uscita dalla casa del profeta e nessuna
delle dinastie seguenti era pronta a restituirgliela. In Iraq, con
l’avvento del regno di Saddam soprattutto, agli Sciiti fu impedito di
praticare i loro rituali religiosi pubblici. Ogni forma di
manifestazione pubblica di stampo sciita era proibita. Le spie del
Baath erano dappertutto e ogni espressione sciita era sospetta di
complicità con l’Iran o con le guide religiose rifugiate lì.
Oggi, per la prima volta da più
di ventiquattro anni gli Sciiti iracheni possono finalmente
esprimere pubblicamente i loro rituali religiosi. Allora, come succede
sempre con le cose che sono state prima represse, è tutto in eccesso.
Da giorni, la città di Baghdad è coperta di striscioni e di bandiere
con scritte e slogan alla gloria di Hussein e di Ali, di
messaggi di cordoglio e segni di lutto.
I rituali dell’Asciurà sono veramente quelli di un popolo
intero che non ha mai potuto onorare il suo lutto per la morte di un
essere amato. Le processioni sono simulacri di funerali. Per
prime arrivano le autorità religiose, dignitari, saggi e anziani della
comunità, poi seguono uomini e donne vestiti a lutto che
camminano battendosi il petto con la mano destra al ritmo di una
litania cantata... Una lunga lamentela. A seguire il ritmo
della litania, recitata da uno o più cantanti e ritmata dal
suono di vari tamburi e cimbali, vengono poi due file di uomini
(giovani, medi e vecchi) che si frustano la schiena con sottili catene
di metallo attaccate ad un manico di legno. Il loro sembra un
passo di ballo. Un ballo tragico che va (nei casi estremi) fino al
sangue e alla perdita di coscienza. Qualche volta fino alla
morte.
Per le strade di Baghdad, altro luogo
santo per la Scia per la presenza della moschea Kadhimia dov’è sepolto
Kadhim, uno dei dodici supremi secondo la dottrina, i
pellegrini arrivano da tutto il paese. Ma anche dalla Siria, dal Libano
e soprattutto dal vicino Iran. Sui marciapiedi dei quartieri
popolari le famiglie hanno disposto enormi pentoloni di
ghisa nei quali cucinano la harissa, una specie di pappa a base di
cereali e di ceci che distribuiscono a tutti i passanti e soprattutto
ai pellegrini e alle famiglie povere. Questa mattina, ore
7.30, con alcuni amici italiani, siamo andati verso una zona periferica
di Baghdad. Siamo ospiti di un giovane cheikho sciita per assistere ad
una ricostruzione del martirio di Hussein e dei suoi.
Arriviamo in una zona circondata da acque putride
e discariche selvagge a perdita d’occhio. Una periferia senza
forma nè anima. Casette povere di mattoni giallastri senza rifinitura,
strade polverose, fabbrichette, depositi di vendita di materiali di
costruzione… sporcizia e povertà. La gente si è radunata lì, intorno ad
un campo da calcio nudo e polveroso. Sono tanti. Uomini,
donne, giovani e vecchi, gente di tutte le estrazioni. La maggior parte
in piedi intorno al campo, altri sui terrazzi delle poche case attorno
allo stadio, altri ancora sopra i tetti dei bus, dei camion, dei
furgoni e dei tanti veicoli parcheggiati qua e là. La rappresentazione
comincia. Le scene procedono sul campo mentre commenti
parlati e cantati sono diffusi tramite la cattiva rete di
sonorizzazione disposta intorno allo stadio. Da una parte, vestiti di
rosso, alcuni attori impersonano l’esercito dell’impero Omeiade, con
alla sua testa Omar Ibnu Saad, il governatore della regione della Kufa
(sud di Baghdad) dell’epoca.
Dall’altra parte dello stadio un
piccolo accampamento e un gruppo ridotto di uomini vestiti di bianco e
alcuni di verde e di donne, bambini e bambine rappresentano il campo
dell’Immam Hussein e i suoi. La folla segue la lotta eroica
dei ribelli e il loro inevitabile massacro con trasporto.
Vedo, incredulo, intorno a me uomini, donne e bambini
che piangono abbondamente, in silenzio o più spesso gridando
il loro dolore ad ogni esecuzione di un personaggio amato… Piangono per crimini
commessi 1300 anni fa. Alla scena finale
dell’uccisione dell’Imam e della cattura delle donne e dei bambini,
dopo la morte di tutti i guerrieri, il pubblico invade il terreno e
vuole vendicare i suoi martiri. Il servizio d’ordine è quasi
schiacciato. È costretto a mettere sotto sorveglianza armata gli attori
in rosso e a sparare in aria per allontanare la folla. Qualche minuto
di panico, ma tutto torna in ordine molto velocemente.
Noi siamo stati invitati a salire sul tetto di una casa
privata. Siamo un po' lontani, ma dominiamo la scena. Mentre siamo su,
sentiamo un’esplosione. La gente si guarda un pochino intorno
ma poi ritorna a fissare lo spettacolo. Le esplosioni, qui a
Bagdhad, non impressionano nessuno… dopo vent’anni di guerre quasi
ininterrotte, cosa volete che sia un botto in lontananza? Quando torniamo a Baghdad,
un’amica, andata al quartiere
degli ospedali, ci chiama dicendo che lì sta accadendo la fine del
mondo.
Decine di morti e centinaia di feriti
stanno arrivando dai luoghi santi di Al Kadhimia, dove sembra ci sia
stata un’esplosione in mezzo alla folle dei fedeli. Apriamo la Tv, BBC
world ci fa capire che gli attacchi erano due, quasi contemporanei, a
Baghdad e a Kerbala. Esco dalla casa dei miei amici per
andare a casa mia.
Aspettando un taxi
scambio qualche parole con tre persone, sedute a chiacchierare vicino a
me. Dicono che tutti gli attacchi sono sistematici
sui luoghi dove ci sono raduni sciiti. Porto la discussione
sui responsabili probabili. “Non possono essere iracheni!” è diventata
la risposta più diffusa in questo momento in tutto il paese.
Mi ricordo l’epoca in cui iniziarono le
violenze politiche in Algeria, anche noi cercavamo dei responsabili
esterni: “sono Afghani, Sudanesi…” oppure, “qualcuno li ha sentiti
parlare prima dell’attentato, parlavano una lingua
sconosciuta”.
“Chi possono essere allora?” , chiedo
io. “Gli americani!… o comunque mercenari al loro servizio e
a quello del Mossad” risponde uno di loro, e gli altri scuotono la
testa in segno di assenso, tirando nervosamente sulle loro
sigarette. L’autista del taxi che mi riporta a casa
dice esattamente le stesse cose. Dice anche che la gente ha chiesto
l’allontanamento delle forze americane dai luoghi santi perché la folla
era arrabbiata con loro.
Arrivato a casa
ascolto la radio nazionale. Fa finta di niente, continua a diffondere
canti religiosi. Sui canali satellitari arabi cominciano ad arrivare
condanne dalle varie autorità civili e religiose del paese. Tutti comunque sono
d’accordo sulla responsabilità delle
forze d’occupazione. Tutti dicono che la violenza tra iracheni serve
solo l’occupazione e la sua presenza prolungata.
L’Asciurà è giorno di lutto per tutti gli Sciiti del mondo.
Un lutto per morti avvenute tredici secoli fa. Ma questa sera in Iraq,
in Iran e in altre parti della regione, centinaia di famiglie
aggiungeranno a questo lutto quello di un caro perso nella mattinata di
oggi. Per il momento i riti, salvo qualche nervosismo subito
dopo le esplosioni, cercano di proseguire tranquilli e non assumono
nessuna forma di vendetta o di violenza. La maggior parte degli sciiti
iracheni rimane attaccata all’Imam Sistani, suprema autorità religiosa
in Iraq. Il discorso dell’Imam Sistani resta pacato e
rassicurante, sia verso le forze d’occupazione sia verso le autorità
provvisorie irachene e anche nei confronti delle altre forze politiche
e dei vari gruppi religiosi e culturali che compongono l’Iraq di oggi.
Ma, già tra le fila dei giovani Sciiti, si
profila l’ombra minacciosa di un movimento che si chiama “Esercito del
Mahdi”. Al
Mahdi è l’equivalente del Messia cristiano
e ebraico che gli Sciiti identificano come l’ultimo dei dodici Imam
supremi. L’Esercito del Mahdi è guidato da un giovane Imam
dai discorsi incendiari, Muqtada Assadr, che per sola gloria ha quella
di essere il figlio di Al Sadr, un autorevole leader sciita ucciso da
Saddam.
È lì che aspetta la sua ora. gli
Sciiti rimangono pacifici per il momento, ma ho paura, vedendo le
decine (forse centinaia) di migliaia di giovani mobilitati come
volontari per organizzare le celebrazioni, di un giorno in cui Muqtada
Assadr o qualsiasi altro illuminato potrebbe trasformarli tutti in
soldati del Mahdi.