Un intero villaggio ceceno scappa in Daghestan, e per la prima volta la Tv russa ne parla

Letti, divani e armadi sono sparsi tra l’erba alta, tra
decine di tende costruite con teloni di plastica blu. I più fortunati si sono
accampati all’ombra di un albero, al riparo dalla torrida calura estiva.
Centinaia di uomini, donne e bambini vivono da due giorni in questo
improvvisato campo profughi nella campagna del Daghestan, subito al di là del
confine ceceno.
Giovedì notte gli abitanti del villaggio di Borozdinovskaya,
nell’estremo angolo nordorientale della Cecenia, hanno caricato tutte le loro
cose su camion, furgoni, auto e trattori e sono scappati via, attraversando il
confine per fermarsi in questo campo appena fuori Kizlyar, in Daghestan.
Dopo lunghe discussioni, questa gente ha preso la dolorosa
decisione di lasciare le proprie abitazioni e di scappar via. Troppa la paura
che
tornassero i paramilitari ceceni filorussi di Ramzan Kadyrov e che succedesse
di nuovo quel che era accaduto due settimane prima.
La zaciska punitiva del 6
giugno. “Quel giorno sono arrivati a Borozdinovskaya decine di miliziani
armati e con il volto coperto dai passamontagna”, racconta Ramzan Magomedov, 23
anni. “Hanno circondato la zona e poi hanno fatto irruzione in tutte le case e
hanno preso con la forza noi uomini, portandoci tutti nella scuola. Ci hanno
accusati di sostenere i ribelli, di aver dato loro del cibo. E per questo hanno
portato via mio fratello maggiore, Akhmed, e altri dieci uomini del villaggio”.
Tra questi altri dieci c’erano anche il marito e il cognato
di Zukhrizhan Bilalova, 34 anni. “Mi hanno portato via Said, mio marito, e suo
fratello Shakhban. Non erano wahabiti. Noi non c’entriamo nulla con gli
estremisti islamici!”, dice la giovane donna, piangendo su un divano all’ombra
di un albero tra le poche cose che è riuscita a portar via da casa.
Prima di andarsene i miliziani filorussi hanno dato fuoco a
quattro case. Dentro una di esse è morto carbonizzato un anziano di 77 anni.
La sera del 6 giugno la televisione russa dava la sua
versione dei fatti. L’annunciatrice del telegiornale, leggendo un’agenzia
Interfax, annunciava che “nel distretto ceceno di Shelkov sono stati detenuti
dalle forze di sicurezza cecene undici persone sospettate di essere legate alla
guerriglia”.
Secondo altre fonti la zaciska di Borozdinovskaya è stata una spedizione punitiva organizzata dai servizi di
sicurezza ceceni per vendicare l’uccisione del figlio di un loro ufficiale,
caduto vittima di un agguato dei guerriglieri indipendentisti avvenuto alcuni
giorni
prima nei pressi del villaggio.
Un'altra ‘bravata’ di
Kadyrov. “Non abbiamo saputo più niente dei nostri undici uomini rapiti dai
miliziani ceceni”, ha detto un uomo di Borozdinovskaya di 42 anni. “Abbiamo
chiesto informazioni ovunque: sappiamo esattamente quale battaglione dei
servizi di sicurezza ceceni ha condotto la
zaciska, ma nessuno ci ha saputo
dare informazioni. Così, oltre che per paura, abbiamo deciso di venire qui in
Daghestan per protesta, perché il Daghestan ci deve proteggere”. Gli abitanti
di Borozdinovskaya infatti non sono ceceni: sono àvari, una delle quindici
‘tribù’ daghestane. Per questo sono fuggiti oltreconfine, per essere difesi da
quella che loro considerano come patria.
Ma per Ramzan Kadyrov, che guida le famigerate milizie
paramilitari filorusse, i daghestani e il Daghestan sono ormai diventati un
chiodo fisso e un obiettivo sempre più frequente delle sue ‘operazioni
antiterrorismo’, che si sono spinte anche in quel territorio, provocando
l’ira delle popolazioni e delle autorità locali e creando gravi imbarazzi al
Cremlino, dove tra i collaboratori di Putin sta aumentando l’insofferenza verso
questo personaggio, rivelatosi un alleato sempre più ingombrante,
incontrollabile e inaffidabile.
Non è un caso che la televisione russa Ntv abbia dato tanto
risalto alla zaciska di Borozdinovskaya e alle denunce dei suoi abitanti, cosa
che solitamente non accade mai.