21/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un intero villaggio ceceno scappa in Daghestan, e per la prima volta la Tv russa ne parla
Gli averi della gente del villaggioLetti, divani e armadi sono sparsi tra l’erba alta, tra decine di tende costruite con teloni di plastica blu. I più fortunati si sono accampati all’ombra di un albero, al riparo dalla torrida calura estiva. Centinaia di uomini, donne e bambini vivono da due giorni in questo improvvisato campo profughi nella campagna del Daghestan, subito al di là del confine ceceno.
Giovedì notte gli abitanti del villaggio di Borozdinovskaya, nell’estremo angolo nordorientale della Cecenia, hanno caricato tutte le loro cose su camion, furgoni, auto e trattori e sono scappati via, attraversando il confine per fermarsi in questo campo appena fuori Kizlyar, in Daghestan.
Dopo lunghe discussioni, questa gente ha preso la dolorosa decisione di lasciare le proprie abitazioni e di scappar via. Troppa la paura che tornassero i paramilitari ceceni filorussi di Ramzan Kadyrov e che succedesse di nuovo quel che era accaduto due settimane prima.
 
All'ombra di un alberoLa zaciska punitiva del 6 giugno. “Quel giorno sono arrivati a Borozdinovskaya decine di miliziani armati e con il volto coperto dai passamontagna”, racconta Ramzan Magomedov, 23 anni. “Hanno circondato la zona e poi hanno fatto irruzione in tutte le case e hanno preso con la forza noi uomini, portandoci tutti nella scuola. Ci hanno accusati di sostenere i ribelli, di aver dato loro del cibo. E per questo hanno portato via mio fratello maggiore, Akhmed, e altri dieci uomini del villaggio”.
Tra questi altri dieci c’erano anche il marito e il cognato di Zukhrizhan Bilalova, 34 anni. “Mi hanno portato via Said, mio marito, e suo fratello Shakhban. Non erano wahabiti. Noi non c’entriamo nulla con gli estremisti islamici!”, dice la giovane donna, piangendo su un divano all’ombra di un albero tra le poche cose che è riuscita a portar via da casa.
Prima di andarsene i miliziani filorussi hanno dato fuoco a quattro case. Dentro una di esse è morto carbonizzato un anziano di 77 anni.
La sera del 6 giugno la televisione russa dava la sua versione dei fatti. L’annunciatrice del telegiornale, leggendo un’agenzia Interfax, annunciava che “nel distretto ceceno di Shelkov sono stati detenuti dalle forze di sicurezza cecene undici persone sospettate di essere legate alla guerriglia”.
Secondo altre fonti la zaciska di Borozdinovskaya è stata una spedizione punitiva organizzata dai servizi di sicurezza ceceni per vendicare l’uccisione del figlio di un loro ufficiale, caduto vittima di un agguato dei guerriglieri indipendentisti avvenuto alcuni giorni prima nei pressi del villaggio.
 
La gente di Borozdinovskaya Un'altra ‘bravata’ di Kadyrov. “Non abbiamo saputo più niente dei nostri undici uomini rapiti dai miliziani ceceni”, ha detto un uomo di Borozdinovskaya di 42 anni. “Abbiamo chiesto informazioni ovunque: sappiamo esattamente quale battaglione dei servizi di sicurezza ceceni ha condotto la zaciska, ma nessuno ci ha saputo dare informazioni. Così, oltre che per paura, abbiamo deciso di venire qui in Daghestan per protesta, perché il Daghestan ci deve proteggere”. Gli abitanti di Borozdinovskaya infatti non sono ceceni: sono àvari, una delle quindici ‘tribù’ daghestane. Per questo sono fuggiti oltreconfine, per essere difesi da quella che loro considerano come  patria.
Ma per Ramzan Kadyrov, che guida le famigerate milizie paramilitari filorusse, i daghestani e il Daghestan sono ormai diventati un chiodo fisso e un obiettivo sempre più frequente delle sue ‘operazioni antiterrorismo’, che si sono spinte anche in quel territorio, provocando l’ira delle popolazioni e delle autorità locali e creando gravi imbarazzi al Cremlino, dove tra i collaboratori di Putin sta aumentando l’insofferenza verso questo personaggio, rivelatosi un alleato sempre più ingombrante, incontrollabile e inaffidabile.
Non è un caso che la televisione russa Ntv abbia dato tanto risalto alla zaciska di Borozdinovskaya e alle denunce dei suoi abitanti, cosa che solitamente non accade mai.

Enrico Piovesana

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