26/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Ancora una volta, il governo italiano non è riuscito a violare l'intoccabilità delle spese militari, come hanno invece già fatto per fronteggiare la crisi Germania e Gran Bretagna.

Il Senato ha approvato con 269 voti a favore, 12 contrari e un astenuto il decreto che rifinanzia fino alla fine dell' anno le missioni militari all' estero. Il decreto passa all'esame della Camera. Hanno votato a favore tutti i gruppi di maggioranza, compresa la Lega Nord, e di opposizione, quindi anche il Pd nonostante alcune fibrillazioni interne rientrate all'ultimo minuto. Vota contro l'Idv. Non hanno partecipato al voto i radicali Emma Bonino, Donatella Poretti e Marco Perduca.

 

Tra gli ingenti tagli alla spesa pubblica previsti dalla manovra di Tremonti varata dal governo il 30 giugno scorso, non rientrano le spese militari. Tantomeno quelle legate al rifinanziamento delle missioni all'estero: 694 milioni di euro. L'accordo in Senato fra maggioranza e opposizione ha riguardato gli stanziamenti per la cooperazione italiana.  Sui 16,5 milioni di euro richiesti, 8 milioni saranno finanziati subito mentre gli altri 8,5 verranno trovati nella prossima finanziaria. La copertura degli importi sarà garantita dal bilancio del ministero degli Esteri

Il decreto per il finanziamento delle missioni all'estero è divenuto in queste settimane, e nelle ultime ore, una vera e propria merce di scambio a livello politico. Soprattutto all'interno della maggioranza, con il tatticismo leghista, che non pare, però, bastare agli umori della propria base elettorale.

Il peso dell'impegno finanziario italiano riporta in primo piano la scelta delle politiche di bilancio del governo. Con particolari interessanti, in tempi di grave crisi economica, indotta da quella finanziaria, che si riverbera sulle capacità di acquisto e risparmio del ceto medio e sui tagli decisi allo Stato sociale.

Mario Pianta, professore di Politica economica all'Università di Urbino, è attivo nella campagna "Sbilanciamoci", che raggruppa 46 organizzazioni della società civile impegnate a favore di un'economia di giustizia e di un nuovo modello di sviluppo fondato sui diritti, l'ambiente e la pace.

"Con l'aggravarsi della crisi, il governo si è dimostrato incapace di introdurre delle riduzioni di spesa nel settore più tutelato di tutti". Eppure, le spese militari, spiega Pianta, oltre a portare avanti la logica sbagliata della risoluzione militare dei conflitti, non rilanciano nemmeno nel lungo periodo l'economia. Senza contare il beneficio che quella spesa potrebbe apportare al settore delle politiche sociali. Sono tre, secondo Pianta, i punti problematici.

Ridurre e convertire le spese militari

Da anni, noi di Sbilanciamoci chiediamo una riduzione del venti per cento delle spese militari, che corrisponderebbe a circa quattro miliardi di euro. Come spieghiamo nella "Contromanovra" che abbiamo preparato per il 2011, questo taglio potrebbe avvenire grazie alla riduzione degli organici delle forze armate a 120mila unità, al contenimento delle spese per i sistemi d'arma, ad una integrazione dentro la cornice delle Nazioni Unite. Il tutto, naturalmente, rispettando gli impegni presi dal nostro Paese sul piano internazionale, ossia prevedendo un ruolo delle Forze Armate legato ad autentici compiti di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace, e rifiutando ogni interventismo militare. Chiediamo il ritiro delle nostre truppe dall'Afghanistan, che farebbe risparmiare alle casse pubbliche 750 milioni di euro. Inoltre, chiediamo al governo di non firmare il contratto per la produzione dei 131 cacciabombardieri F35-JSF, il che ci farebbe risparmiare 14 miliardi di euro nei prossimi sedici anni. Sono passi obbligati in tempo di crisi: la Germania e la Gran Bretagna hanno già ridotto le spese militari, e l'Italia ancora no. Dobbiamo superare la natura intoccabile della spesa militare. Quelle risorse possono benissimo essere riallocate in campo sociale, destinandole alla tutela dell'ambiente, alla difesa dei diritti sociali, alla spesa per la sanità, all'istruzione e così via.


Un'economia distorta?

Neanche dal punto di vista strutturale ha senso rispondere alla crisi attraverso la spesa militare. Ce lo dimostra l'esperienza di Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, in cui l'unico settore di produzione industriale rilevante è quello delle armi. A ciò ha corrisposta però l'incapacità dei due Paesi di offrire sui mercati internazionali prodotti ad uso civile. Quindi, anche nel lungo periodo è sbagliato aggravare la spesa militare confidando in un rilancio dell'economia, perché in Italia il settore militare ha ridottissime capacità di promuovere una crescita economica.


L'importanza di sostenere i progetti di cooperazione allo sviluppo?

È ormai chiaro a tutti che la guerra non è lo strumento adatto a risolvere i conflitti. Bisogna cedere il passo ad altre forme di integrazione internazionale, come la cooperazione allo sviluppo, che è in grado di affrontare le radici profonde dei conflitti. L'Italia è il Paese che più ha sottratto risorse a questo settore, per destinarle invece alle operazioni militari in giro per il mondo. Purtroppo, molto spesso i fondi destinati alla cooperazione finiscono per finanziare l'acquisto di armamenti. Sarebbe invece opportuno che il governo sostenesse più vigorosamente i progetti di cooperazione che prevedano il coinvolgimento delle società civili italiana e dei Paesi in conflitto.

Cora Ranci

 

 

Categoria: Guerra, Politica, Armi, Economia
Luogo: Italia