25/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



È ora di badare molto bene a ciò che si dice, a ciò che si scrive, a ciò che si insegna

Anders Behring Breivik ha ricordato a tutto l'occidente evoluto e civile che si può fare una strage anche in nome del Dio dei cristiani, che il terrorismo non è ad appannaggio esclusivo dei seguaci di Allah. Ecco, c'è una differenza: dato che Breivik è, in fondo, uno dei nostri si parla di strage (derubricando il fatto in "cronaca nera") e non di attentato, di pazzo squilibrato e non di terrorista. Bisogna essere chiari e tutti dovrebbero sapere che come nessun cristiano spirituale si riconosce nel terrorista fondamentalista Breivik, così nessun musulmano ha nulla a che vedere con i militanti dell'estremismo islamico. È qualcosa da cui esula la religione, tramite di congiunzione tra differenti culture. Per scopi politici o trasversali, questa separazione concettuale viene sempre rinnegata dai seminatori di disprezzo cosicché anche sul terreno del terrorismo islam e occidentali pari non sono (ma c'è quasi da tirare un sospiro di sollievo perché, altrimenti, la logica vorrebbe che si invada il Vaticano!).

L'errore più grande che si possa commettere adesso, in queste ore, è quello di catalogare Breivik come "mostro", come "incidente". Il norvegese alto, biondo e cristiano fondamentalista fa parte della nostra società, è un prodotto di una crociata culturale guidata da cattivi maestri. Il testo che il killer di Utoya ha scritto per preparare l'ultima crociata contro l'islam e gli spalleggiatori "marxisti propugnatori di una società multiculturale" è intriso di riferimenti a scrittori, politici e giornalisti che spargono odio. Ciò che preoccupa è che alcune teorie trovino sponda in partiti politici di estrema destra che affondano le radici nel populismo e nella xenofobia raccogliendo maggiori consensi non solo nel nord Europa, ma anche in Francia, Germania, Austria, Ungheria, Polonia e Italia. È questo emisfero politico a concorrere con i moderati, che - vedi David Cameron nel Regno Unito e Angela Merkel in Germania - devono competere sullo stesso terreno per tenersi stretti il proprio bacino elettorale e quindi dichiarano morta, respingendola, la società multiculturale.

Non si possono dimenticare le parole usate da Oriana Fallaci nei suoi ultimi scritti in cui si additavano i musulmani, l'altra metà del mondo, come un branco di barbari incivili che hanno nel mirino l'occidente, "casa nostra". Dovremmo ricordarci però, per quante volte siamo andati e da quanto tempo abbiamo messo radici a casa dei barbari incivili, a uccidere, saccheggiare le loro risorse, a violentarne la cultura. Oggi, a usare le parole pericolosissime della Fallaci c'è una moltitudine di presunti eredi italiani che in nome di Dio o di Jahvè dispensano lezioni d'odio. Fiamma Nirenstein, deve essersi fregata le mani quando ha scritto il suo editoriale "Oslo in guerra?": "la guerra dell'islamismo contro la nostra civiltà, se verrà confermata l'ipotesi che nel corso della giornata è divenuta sempre più robusta, è feroce ed aggressiva", scriveva poche ore dopo l'attentato. Ci sarà rimasta male quando si è scoperto che l'autore dell'attentato non era un barbaro. E ci sarà rimasto male, anche di più, il direttore de Il Giornale (per il quale le Nirenstein aveva preparato l'editoriale) che, stando alle rivelazioni del sito web Linkiesta, ha dovuto cambiare il titolo d'apertura all'ultimo momento, passando da un liberatorio "SONO SEMPRE LORO, CI ATTACCANO", a un meno accattivante "Strage in Norvegia". Ci saranno rimasti male anche gli altri cattivi maestri: Maurizio Belpietro, Giuliano Ferrara e il columnist Magdi Cristiano Allam che - alla pari di Breivik nel suo documento - dalle colonne de Il Giornale, ha più volte attaccato il Vaticano e il cardinale di Milano Tettamanzi per essere troppo aperti nei confronti dell'Islam.

Lo stesso Allam, il giorno di Pasqua (e in piena campagna elettorale per il comune di Milano) lanciava l'allarme dell'invasione musulmana a Milano (che avrebbero sfondato ogni resistenza con il candidato Pisapia a Palazzo Marino): "La voce del muez­zin, in lingua araba, rimbomba da un altoparlante collocato su una torre di metallo eretto a minareto nella moschea di Cascina Gobba al civico 366 di via Padova alle ore 13.09 di venerdì scorso 22 aprile 2011". Molti dettagli precisi, al minuto, ma peccato che il minareto in via Padova, 366 non esiste; che la torre cerchiata nella foto di corredo all'articolo sul cartaceo non è altro che un ripetitore della compagnia telefonica Wind; che nonostante il pubblico invito dell'avvocato Luca Bauccio - che tutela gli interessi e l'immagine della comunità islamica di Cascina Gobba - Allam non abbia dato spiegazioni. Il prodotto di certe parole spericolate è rinvenibile nei commenti inviati dai lettori che incitano alla guerra santa e all'abbattimento di tutti i luoghi di culto musulmani.

Ad aprile (il reportage quartieri d'Europa è sul numero di luglio), E-il mensile ha viaggiato in Europa per verificare lo stato di salute della società multiculturale. Se c'è qualcuno che vuole distruggere la difficile arte della convivenza, quel qualcuno è il nostro sistema politico che ha deciso di costruire cento barriere. È ora di badare molto bene a ciò che si dice, a ciò che si scrive, a ciò che si insegna. Anders Behring Breivik non è un pazzo, né un caso isolato. È solo un ottimo allievo di tanti cattivi maestri.              

PeaceReporter ed E-il mensile hanno prodotto un web documentario sulla società multiculturale europea visibile al link www.multikultifactory.com Nella sezione "tell us your story", potrete raccontare le vostre esperienze, speranze e idee di società multiculturale. I vostri commenti saranno di grande aiuto per portare avanti il nostro lavoro.

 

Nicola Sessa

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