27/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Difensori dei diritti umani e familiari di desaparecidos ripercorrono la strada dei migranti per denunciare la carneficina di centinaia di disperati in cerca di una vita migliore

 

Centinaia di attivisti centroamericani in marcia verso gli Stati Uniti. Sono partiti domenica da Città del Guatemala e l'dea è di ripercorrere, tappa per tappa, le vie della speranza, i percorsi sempre più accidentati che tanti, inseguendo il sogno di una vita migliore, affrontano a rischio della vita per arrivare nella terra promessa. Sono in pochi, però, a riuscirci, dato che tanti non arrivano nemmeno a intravederla la skyline a stelle e strisce. Sono centinaia i morti e i desaparecidos fra i migranti che solcano il Centroamerica, numeri che compongono una tragedia umana che passa sempre sotto silenzio.

Così, incitati dell'Organizzazione dei Movimiento Migrante Mesoamericano, tante associazioni, famiglie e singoli cammineranno nella carovana che denuncerà al mondo quel che accade da anni. Con loro anche attivisti dell'Honduras e del Salvador, altri paesi da cui ogni giorno partono una media di millecinquecento persone, giovani e giovanissimi, con destinazione Tijuana e altri luoghi di frontiera.

Una marcia, quella della Carovana, che però si fermerà ben prima, ossia nella città simbolo della violenza che si catena intorno al flusso migratorio: Città del Messico. Sono perlopiù messicane le bande criminali - e le forze dell'ordine corrotte - che si approfittano di questi disperati, ricattandoli, sfruttandoli, promettendo loro la salvezza in cambio di favori legati al narcotraffico. E in cambio danno loro soltanto ferocia. Per denunciarlo, sarà proprio nella capitale messicana che si svolgeranno manifestazioni, conferenze, incontri per sensibilizzare e gridare "Ya basta".

L'obiettivo di questo pellegrinaggio è, come hanno spiegato i rappresentanti del Movimiento Migrantes, "conoscere le pene e le vicissitudini che accadono ai nostri fratelli. Vedere da vicino i problemi di violenza, corruzione e abusi di cui sono vittima, sia per mano dei delinquenti sia per mano delle autorità".

Ci saranno persone come Cristina Pérez che da sette mesi attende il ritorno di suo figlio Luis, migrante guatemalteco scomparso nelle fauci dello spazio che separa il suo paese dagli Usa. Una madre, che pretende almeno di vedere, toccare, annusare quelle strade, quegli angoli nascosti, quei volti che hanno incrociato lo sguardo spaventato del suo ragazzo desaparecido. Uno fra le centinaia di guatemaltechi ricattati, sfruttati, assassinati.

"Passo passo verso la pace" è lo slogan della Carovana, che cerca di "frenare e diffondere l'innegabile realtà dei sequestri di migranti in transito dal Messico". Gli stati più pericolosi sono Tabasco, Veracruz e Tamaulipas.
Accompagnato da esponenti della Pastoral de la Movilidad Humana della Chiesa cattolica del Guatemala e dalla Procuraduría de los Derechos Humanos di questo paese, un primo gruppo raggiungerà direttamente il dipartimento di San Marcos, alla frontiera con il Messico per raggiungerela frontiera di Tecún Umán e passare il territorio messicano dal fiume Suchiate, che divide ambo i paesi. Il tutto in zattere improvvisate del tutto simili a quelle che usano i migranti. Poi, in autobus, percorreranno gli stati messicani Chiapas, Oaxaca e Veracruz, per poi raggiungere il Distrito Federal de México.

Un secondo gruppo invece viaggerà fino alla frontiera di El Ceibo, che tocca lo stato messicano di Tabasco, quindi a Tenosique prenderanno La Bestia, il treno così chiamato dai migranti, proprio per il pericolo che corrono salendoci. Lo chiamano anche "Il treno della morte". Destinazione, Veracruz. Se ci arrivano vivi. Si tratta di treni merci che i migranti prendono al volo, salendo sui tetti. Ogni treno arriva a trasportare fra i mille e i millecinquecento passeggeri illegali. Il percorso può durare anche tre settimane, tempo in cui questa gente rimane nel mirino delle bande che possono attaccarli in qualsiasi momento, sequestrarli e chiedere persino il riscatto alle famiglie. Spesso vengono anche intercettati dai poliziotti messicani, che prima di rispedirli in patria li ripuliscono le tasche trattandoli come animali. Perché se gli Stati Uniti sono il sogno di qualsiasi migrante centroamericano, il Messico è il loro peggiore incubo

Stella Spinelli

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