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Osservare Atene dopo cinque settimane di assenza e proprio mentre a Bruxelles si sta decidendo il default selettivo della Grecia è certamente avvincente.
Già arrivati in aeroporto e poi in autostrada ci si rende conto che mancano loro, quella ‘'tribù gialla'' tanto invisa agli ateniesi per la guida spigliata e fantasiosa: sono i circa ventimila taxi ateniesi in sciopero da giorni e chissà fino a quando. I tassisti reagiscono all'apertura della professione, il traffico viene alleggerito dalla loro assenza, eppure i guai iniziano subito per i malcapitati turisti che, arrivati in aeroporto o al Pireo, scoprono che gli accessi alla metropolitana sono bloccati, per molte ore al giorno, da scioperanti ‘'decisi a tutto'', come dichiarano gli autisti dei taxi.
Il conducente dell'autobus di linea è un ragazzo di circa trent'anni. Occhiali neri, barba incolta, radio accesa ad ascoltare musica che senz'altro riporta ai suoni scelti dalle firme estive delle notti danzanti di qualche isola cicladica. Un tipo sorridente, insomma, protetto dall'aria condizionata del mezzo che guida. E dagli occhiali da sole. Alla domanda, improvvida è vero, del perché la polizia abbia chiuso l'accesso al centro della città a tutti i motorizzati, mezzi pubblici compresi, si indovina lo sguardo sbalordito con cui accompagna la disarmante frase ‘'ma vieni da un altro pianeta?''. Ci si scusa con l'aria mortificata di uno che si deve far perdonare l'imperdonabile, facendo presente che sono poche ore che si è arrivati; si aggiunge, tanto per ritrovare la dignità di un ateniese avvezzo a tutto: ‘'sono i tassisti?''. ‘'Proprio loro'', risponde con malcelato disprezzo per gli invasori cronici delle corsie preferenziali che, per anni, si sono giovati di sgravi fiscali rilevanti. Ma, insomma, i tassisti chiacchierano con i clienti, disprezzano o amano partiti politici senza timidezza e i governi greci pare che abbiano sempre trattato la categoria con un riguardo speciale.
‘'Qui devi scendere'', annuncia implacabile il conducente dell'autobus. Devi scendere, tu alieno cui ora tocca camminare per circa un chilometro verso piazza Syntagma sotto il sole bollente di mezzogiorno. Sul viale i pedoni sono pochi; le auto sono del tutto assenti tranne che per decine di volanti e furgoni della polizia. Dopo una decina di metri come non sussultare spaventati? Agenti anti sommossa avanzano con i mitra spianati, ricoperti di chili caldi di plastica a proteggere il corpo. Sono tanti, in gruppi di una ventina circa. Verso la piazza centrale di Atene, la presenza delle forze dell'ordine è ossessiva, eppure non sta succedendo proprio nulla. Di tassisti neanche l'ombra, qualche turista di fronte ai gabbiotti delle guardie presidenziali, tanti piccioni, i turni diurni degli Indignati, le tende, gli striscioni in attesa del tramonto, della brezza serale e della prossima assemblea popolare di Syntagma.
La commessa del negozio in cui si entra cercando il refrigerio dell'aria condizionata mentre si fa finta di essere interessati alle merci, non ha neppure un attimo di esitazione: gli affari vanno male. Anzi, malissimo, presto sarà licenziata e la colpa, a suo dire, non è della crisi, ma del centro. ‘'Troppe manifestazioni, troppe pietre, troppi lacrimogeni. Nessuno viene più, preferisce i centri commerciali. Questa è una catena di negozi e altrove vanno molto bene''. La ragazza conclude dicendo che, nella vita, quello che conta è la buona salute, a tutto il resto c'è rimedio: ‘'Semmai vado a distribuire volantini per otto euro all'ora. Non importa''. Chissà se è vero che non importa.
Ancora qualche metro ed ecco una vetrina nuova al posto di un negozio ‘'storico'' per il paesaggio urbano di questa parte del centro di Atene prossimo a piazza Syntagma. Ci si avvicina curiosi, pensando che dopo tante chiusure una novità imprenditoriale sia una consolazione. Ma no, quello che ha appena aperto è un banco di pegni. La fiammante vetrina trae in inganno, quello appena scoperto è un simbolo triste che, fino a poche settimane fa, si nascondeva nei piani alti degli enormi palazzi degradati della zona di Omonia. Ora il simbolo si è spostato, ha la vetrina sulla strada, a Kolonaki, il centro storico elegante, tranquillo, costoso.
Pegni, ipoteche, debiti privati, debiti pubblici, debito sovrano e il sovrano debito nell'Atene che, da poche ore, è la capitale di un Paese ufficialmente attaccato ai respiratori artificiali del default selettivo.
Margherita Dean