04/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L'agonia di Yasser Arafat. Il leader, nel bene e nel male, simbolo della Palestina
Fonti mediche francesi confermano la morte celebrale del leader dell'Autorità Nazionale plestinese, Yasser Arafat. arafat ai tempi di tunisi
La storia di Yasser Arafat è quella del conflitto israelo-palestinese. La vicenda umana del leader dei palestinesi è scandita dalle date della lotta per una terra sempre più stretta per due popoli, una lotta della quale lui stesso ha contribuito, nel bene e nel male, a segnare momenti fondamentali.
 
I dati circa la nascita di Arafat sono contraddittori. Secondo alcune fonti nasce al Cairo il 24 agosto del 1929, ma i suoi biografi ufficiali hanno sempre sostenuto che sia nato a Gerusalemme.
La sua infanzia e la sua adolescenza sono comunque legate a doppio filo alla capitale egiziana, dove risiedeva un fratello del padre, un ricco commerciante sempre in giro per il mondo. Il genitore affida l’educazione del giovane Yasser allo zio non potendo badare a lui ed essendo morta la madre di Arafat quando il futuro leader palestinese aveva 4 anni.
 
La prima fase della vita coincide con la prima fase del conflitto israelo-palestinese. Sono gli anni del mandato britannico e Arafat, pur non vivendo in Palestina, partecipa attivamente alla resistenza delle popolazioni arabe che si opponevano alla migrazione di ebrei. A soli diciassette anni contrabbandava dall’Egitto armi per i palestinesi. Quando viene proclamato lo Stato d’Israele, Arafat torna in patria e partecipa ai combattimenti della guerra del 1948-49 tra le fila palestinesi.
 
Torna in Egitto per iscriversi alla facoltà di ingegneria civile del Cairo nel 1952 terminando gli studi nel 1956. Sempre nel ’52 aderisce al movimento panarabo dei Fratelli Musulmani e diventa presidente della Lega degli studenti Palestinesi in Egitto. Quando scoppia la guerra nel 1956, Arafat combatte contro Israele come ufficiale dell’esercito egiziano.
 
Dopo la guerra si trasferisce in Kuwait, dove apre un’azienda di costruzioni. Ma la causa palestinese rimane la missione della sua vita. Nel 1957 fonda il movimento di al-Fatah. Obiettivo dichiarato del gruppo è la lotta senza quartiere alla colonizzazione ebraica della Palestina. Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), una sorta di coordinamento di tutte le forze di opposizione a Israele, con sede ad Amman, in Giordania. Al-Fatah vi aderisce nel 1967 e, due anni dopo, Arafat ne diventa presidente.
 
Ancora la storia del popolo palestinese s’incrocia con la vita del ‘rais’, il condottiero. Scoppia la Guerra dei Sei giorni, gli eserciti arabi vengono sbaragliati dalla supremazia militare israeliana. Gli uffici dell’Olp e il comando palestinese devono lasciare la Giordania in tutta fretta, perché la monarchia giordana temeva o di cadere sotto la furia israeliana, o di perdere il controllo dei palestinesi all’interno. Arafat, con tutto il gruppo dirigente, è costretto a riparare in Libano meridionale nel 1970.
 
arafat torna a gaza dopo l'esilioNel 1980, risolti i problemi con l’Egitto con il trattato di Camp David dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele decide di farla finita una volta per tutte con i palestinesi.
In risposta ai continui attacchi sul suolo israeliano che partivano dalla frontiera libanese, l’aviazione di Tel Aviv cominciò a bombardare le basi dell’Olp in Libano. A comandare gli israeliani c’è Ariel Sharon. Comincia qui un duro confronto personale che vedrà i due contrapposti ancora in futuro. Alla fine, protetti dalla forza multinazionale, i quadri dell’Olp, Arafat in testa, si trasferiscono a Tunisi nel 1982.
 
La protezione della diplomazia internazionale non era casuale. Il 1974 è un anno fondamentale nella vita di Arafat e nella causa palestinese: è l’anno in cui il leader dell’Olp diventa un politico e cessa di essere, nella considerazione delle cancellerie, un terrorista. All’Olp viene riconosciuto un seggio alle Nazioni Unite come osservatore, primo e fondamentale passo per il futuro riconoscimento della Palestina come stato sovrano.
 
Arafat, da navigato uomo della politica, capisce che l’aria sta cambiando e che bisogna sfruttare la situazione internazionale mutata favorevolmente a favore dei palestinesi. La brutale aggressione del Libano, la repressione violenta dell’Intifada e soprattutto i massacri di Sabra e Chatila hanno spinto gran parte dell’opinione pubblica internazionale a schierarsi per la concessione dell’agognata indipendenza della Palestina.
 
Arafat smette i panni del guerriero e, pur mantenendo la khefia e la divisa militare, ripone la pistola nel cassetto. Diventa uno statista e come tale vuole accreditarsi agli occhi del mondo. Forza la mano alle ali più estremiste del fronte palestinese riconoscendo ufficialmente il diritto di esistere dello stato d’Israele. Questo gli consente il 15 novembre del 1988, di dichiarare ad Algeri, commosso e acclamato, la nascita dello stato palestinese.
 
Comincia un dialogo mediato dagli Stati Uniti che porta agli accordi di Oslo del 1993. Mai nella storia l’indipendenza della Palestina è stata più vicina per il suo popolo. A condurli verso quella che sembra la oramai ineluttabile nascita di uno Stato c’è lui, il rais, Yasser Arafat.
 
Il passaggio da terrorista a statista, passando per il periodo da leder politico senza stato, si concretizza nel 1994, quando assieme a Yitzhak Rabin, Yasser Arafat viene insignito del Nobel per la Pace.
 
la sigla degli accordi tra rabin e arafat, benedetti da clintonIl punto di maggior gloria personale e di maggiori speranze per il popolo palestinese segna però un lento declino. Gli accordi di Oslo tardano a trovare attuazione. L’assassinio di Rabin rallenta il processo di pace e con Netanyahu e Barak i rapporti non sono così produttivi. La sua gente lo acclama nel 1996 a furor di popolo presidente della neo-costituita Autorità Nazionale Palestinese (Anp), il primo nucleo di auto-governo palestinese della storia.
 
La situazione peggiora sempre più, la popolazione palestinese non vuole più aspettare e qui Arafat tenta ancora una volta di forzare la mano alla diplomazia internazionale. Il 28 settembre 2000 Sharon (il nemico di sempre di Arafat) passeggia, con ovvi intenti provocatori sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme: scoppia la seconda Intifada. Il presidente Clinton cerca di trovare una soluzione in extremis alla questione israelo-palestinese, ma Arafat rifiuta sdegnosamente le scarse offerte di Barak, ma questo dà il via libera allo scontro armato, che sale a tal punto di livello, da aver prodotto ad oggi più di 4 mila morti.
 
Sono anni duri per Arafat. Vive blindato nella Muqata, il suo bunker-comando a Ramallah. Le sue condizioni di salute peggiorano e gli scandali finanziari lo travolgono. I vertici dell’Anp vengono percepiti sempre più dalla popolazione civile come corrotti, incapaci di proteggere la loro gente, ma capacissimi di arricchirsi.
 
Da tutto questo Arafat era sempre tenuto fuori, lui era l’eroe, il condottiero dei palestinesi. Alla fine anche l’immagine stessa del rais è a pezzi. Il sostegno popolare si sposta sempre più verso i gruppi estremisti che, negli anni, hanno saputo ingraziarsi la popolazione con una politica di aiuti sociali che l’Anp non ha saputo mai fare.
 
Adesso sono molte le domande che aspettano una risposta. Chi comanda nei Terrotori Occupati? Chi può trattare con gli Israeliani e allo stesso tempo godere della fiducia del popolo palestinese? Se con Yassin è andata via la guida spirituale dell'ala oltranzista, con Arafat muore l'ala diplomatica, quella del compromesso. Al momento sembra un salto nel buio che non promette nulla di buono.

Christian Elia

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