01/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo stratega della Jihad
Gulbuddin HekmatyarGulbuddin Hekmatyar è uno dei personaggi più rilevanti e controversi della recente storia dell'Afghanistan. Di origini pashtun, nato nel 1947 a Kunduz, negli anni Settanta diventa un esponente di punta del partito islamico moderato Jamiat-i-Islami (Società islamica) di Burhanuddin Rabbani. Hekmatyar è noto per il suo odio nei confronti delle donne: si dice che da giovane ne abbia sfregiate molte con l'acido, per poi farne un obiettivo privilegiato delle sue azioni di guerra.
 
Nel 1973, dopo il colpo di Stato di Muhammad Daud, cugino del re Zahir Shah, reso possibile dall'appoggio dalla sinistra e dal Partito Comunista, Hekmatyar fugge in Pakistan. Diventa il principale beneficiario dei finanziamenti e delle armi fornite dai servizi segreti pachistani e statunitensi, e questo gli fa guadagnare grande popolarità tra la resistenza islamica al regime comunista. Esce poi dalla formazione di Rabbani e fonda nel 1976 il partito radicale Hezb-i Islami con l'obiettivo di instaurare una repubblica islamica in Afghanistan sul modello di quella creata da Khomeini in Iran. Nel 1979 l'Urss invade il suo Paese ed Hekmatyar guida i suoi mujaheddin nella guerriglia contro gli invasori russi.
 
Dopo il ritiro dei sovietici (1989), il governo di Najibullah resiste fino al 25 aprile 1992, poi cede alla santa alleanza, una ibrida alleanza di tutte le formazioni che avevano combattuto contro i russi. La guerra civile continua però tra le varie fazioni in lotta per il potere, soprattutto tra il gruppo fedele a Hekmatyar e quello che sostiene Burhanuddin Rabbani (leader della Società islamica) e il suo comandante Ahmad Shah Massud.
 
Quando i mujaheddin di Rabbani e Massud conquistano Kabul nel 1992, Hekmatyar inizia a combattere contro il suo ex leader. Dopo una fragile intesa politica raggiunta nel 1993 (lui diventa primo ministro del governo presieduto da Rabbani), nel 1994 riesplode la guerra civile. Il leader pashtun inizia a bombardare la capitale dalle alture circostanti riducendola ad un cumulo di macerie e provocando la morte di almeno venticinquemila mila civili.
 
La minaccia crescente dei talebani mette d'accordo i contendenti, che stringono un'alleanza contro i nuovi nemici: Hekmatyar torna a capo del governo. Nel 1996 i Talebani prendono Kabul e Hekmatyar fugge al Nord per unirsi ai gruppi che combattevano gli "studenti del Corano". Poco dopo ripara in Iran.
 
Quando gli Usa attaccano l'Afghanistan, Hekmatyar annuncia di essere diposto a tornare in patria per combattere al fianco di Osama Bin Laden contro gli statunitensi. Ma non lo fa, aspetta di rientrare in Afghanistan a guerra finita, nel febbraio 2002, e si unisce alla resistenza neo-talebana, facendole compiere nel giro di un anno un netto salto di qualità dal punto di vista della strategia militare. La sua roccaforte è la provincia orientale di Kunar, al confine col Pakistan, ma la sua influenza è fortissima anche nelle province attorno a Kabul (Nangarhar, Logar, Laghman, Wardak) e nelle città di Jalalabad e Kandahar. La sua forza militare è legata al livello di addestramento delle sue milizie e alle riserve di armi, in particolare di missili terra-aria Stinger, eredità delle forniture della Cia. La sua forza economico-finanziaria deriva dal controllo delle piantagioni d'oppio e del narcotraffico nella provincia nord-orientale di Badakhshan, ottenuto grazie ad un accordo con il suo vecchio conoscente Rabbani.
 
Enrico Piovesana
Categoria: Guerra, Religione
Luogo: Afghanistan